JJR 6 – Rousseau psicopatologico

«È come un uomo che si trovasse nudo, non solo di vestiti, ma della sua stessa pelle e così si trovasse a dover lottare contro le intemperie e i turbini, che perpetuamente agitano questo basso mondo» – il giudizio di David Hume su Rousseau, dopo il non facile sodalizio dell’esilio inglese del 1766, ha l’aria di un “crudo referto clinico”. Il Rousseau degli ultimi anni si sente un proscritto dal genere umano, è preda di varie manie e fobie, e vive in un vero e proprio contesto di sovreccitazione psichica. Intendiamoci: lungi da me voler patologizzare (e men che meno psichiatrizzare) il filosofo ginevrino e la sua biografia. Prima di tutto perché, almeno in parte, aveva ben ragione di sentirsi perseguitato, visto che era stato condannato nel 1762 e, durante il soggiorno parigino, era sottoposto a stretto controllo poliziesco. E, in secondo luogo, è proprio della natura del pensiero roussoiano il non voler espungere da sé gli elementi passionali  e spuri, sporchi e talvolta incontrollabili – il mondo inconscio e sentimentale nella sua irriducibilità alla ragione.
Non è un caso che l’ultimo Rousseau sia quello insulare, narcisista e ipertrofico delle Confessioni, dei Dialoghi e delle Reveries – un vero e proprio catalogo di scritture che testimoniano un forsennato lavorìo di scavo su di sè, un irrequieto ed interminabile monologo interiore.
È un Rousseau scisso tra l’ansia comunitaria e rinnovatrice del Contratto sociale e il desiderio di ritrarsi dal mondo – magari sulle rive dell’isola di Saint-Pierre, nel lago di Bienne; oppure scrivendo le sue Fantasticherie del passeggiatore solitario, un vero e proprio lunghissimo, anche se meno disperante, A se stesso leopardiano; o ancora rifugiandosi nella sua natura, ad erborizzare (non solo a contemplare, visti gli intenti didattici e di volgarizzazione della botanica – a tal proposito bisognerebbe aprire un capitolo, ancora tutto da scrivere, almeno in Italia, sul Rousseau botanico ed amante del mondo vegetale).
Tale ritratto di un individuo scisso e svagato, ci viene dato da Rousseau stesso nel secondo dei Dialogues, un’opera schizofrenica che Lévi-Strauss ha letto come uno degli atti fondativi della moderna antropologia, una vera e propria anticipazione della formula dell’obiettivazione radicale “io è un altro” – ovvero esiste un “lui” che si pensa in me. Ma facciamo parlare direttamente Rousseau (anzi, Jean-Jacques)…
…il «porco del gregge di Epicuro», a più riprese infilzato dallo «stiletto» di d’Alembert e dei suoi amici, reietto e messo alla gogna dalla coterie holbachique e dall’intera umanità, il «mostro», il «satiro pieno d’impudenza», l’«infâme» su cui il focoso Voltaire ha vomitato a più riprese «a torrenti le sue abituali ingiurie», «straniero, orfano, senza appoggi, solo, abbandonato da tutti, tradito dai più», sfigurato fin nei ritratti che malignamente i suoi amici-nemici diffondono a sua insaputa – ebbene costui ha il solo torto di essere semplicemente l’«uomo della natura» e di essersi prodigato per dipingerne l’immagine che vedeva riflessa in sé. Il suo stato permanente e naturale è in realtà uno «stato di torpore»; la sua «sensualità» ha una vivezza piuttosto accentuata; è libero in massimo grado e ha un odio profondo per ogni setta o partito e per l’intolleranza (anzi, sono queste le uniche cose che sa odiare); egli «non progredisce, procede a salti»; ama l’ozio, la contemplazione, ha il gusto delle fantasticherie (in questo assomiglia molto agli Orientali), «il piacere di esistere senza esercitare nessuna nostra facoltà»; ha forti sbalzi d’umore; più voluttuoso che virtuoso, ma certo né vizioso né malvagio, egli ha adottato una morale di astinenza; trova faticoso pensare, più facile lasciar vagare le idee a suo piacimento, ma divertente lavorare manualmente – purché sia libero di scegliere quando lavorare; «accetta volentieri il giogo della necessità delle cose, ma non quello della volontà degli uomini»; si è perfino liberato del suo orologio ed ambisce ad una vita dal ritmo «puramente macchinale» o «quasi automatica», abitudinaria, uniforme, i cui giorni siano «calati nello stesso stampo» e che anzi siano «lo stesso giorno ripetuto»; è egoista nella misura in cui s’occupa più di sé che degli altri; «il suo cuore, trasparente come il cristallo, non può nascondere nulla di ciò che vi succede; ogni sentimento che prova traspare dai suoi occhi e dal suo viso».
Quest’ultimo disincantato Rousseau potrebbe a prima vista apparire come rinunciatario, irrimediabilmente ripiegato su se stesso, e talvolta persino dislocato in un ambito ultraterreno. Un pensatore in preda a cadute psicologistiche, se non addirittura nostalgico-reazionarie.
Eppure ci può essere un’altra lettura: da una parte il drammatico accentuarsi della valenza escatologica del suo pensiero politico, e dall’altra l’elaborazione di una figura antropologica che attinge ai materiali etnografici e sauvages, al mito naturalistico, e che punta ad una radicale rottura con la doppiezza civile e cittadina, con la maschera sociale, mettendo innanzi un puro ed originario piacere di esistere in sé, qui ed ora, e che però paradossalmente rinvia all’utopia di un tempo altro, in un futuro indefinito. Un Rousseau, dunque, apologeta della rivoluzione, nel senso più ampio e radicale del termine.
Egli si è davvero spinto «tanto in là con lo sguardo» come con falsa modestia scrive nella Conclusione del Contratto sociale? – e come con magnifici versi lo ha raffigurato Hölderlin nella lirica a lui dedicata:

Qualcuno vede oltre il proprio tempo
e un Dio gli mostra spazi aperti.
[…]
Anche per te c’è il sole
a illuminarti da lontano il capo,
ed i raggi di un’epoca più bella
giungono messaggeri nel tuo cuore.

Ma ci piace concludere con le parole dello stesso Rousseau che, per quanto infelice e disgraziato – nuovo Giobbe – si reputi, seppure stoicamente «impassibile come lo stesso Dio» e vagante «sulla terra come in un pianeta straniero», oramai ridotto ad uno stato spettrale, trova comunque delizia – e confortante speranza – nella compiaciuta contemplazione del popolo in festa, e nonostante il carattere transeunte dell’umano bonheur, che mai si fa fissare in una forma durevole: «Vi ha un godimento dolce come vedere un intero popolo darsi all’allegrezza in un giorno festivo, e tutt’i cuori schiudersi agli espansivi raggi del piacere, che passa rapidamente ma vivamente traverso le nubi della vita?»

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13 Risposte to “JJR 6 – Rousseau psicopatologico”

  1. radicimolesi Says:

    Reblogged this on radicimolesi.

  2. F. Says:

    Bellissimo.

  3. md Says:

    grazie F.!

  4. carla Says:

    non ho capito l’ultimo inciso di Rousseau tra virgolette…
    se: “vi ha”…allora perchè quel punto di domanda finale?

    Ciao Mario, a presto
    C.

  5. md Says:

    @carla: il traduttore, che non ricordo chi sia, ma se non erro l’edizione era “Opere” della Sansoni, deve aver usato un italiano un po’ in disuso, il senso corrente dovrebbe essere: “c’è forse un godimento più dolce…?”

  6. jonuzza Says:

    http://no.blog.kataweb.it/2010/06/27/felici-rive/

  7. md Says:

    @jonuzza: esattamente! qui Rousseau descrive con precisione quel “puro e originario sentimento di esistere in sé” che vorrebbe prospettare come modello antropologico-sociale alternativo a quello che in Europa si va imponendo.
    E vien proprio voglia di esser là, su quelle rive…

  8. rozmilla Says:

    Non dimentichiamo, comunque, che mentre il nostro caro Rousseau si svagava, i suoi cinque figli erano all’orfanotrofio.
    Ma così va il mondo – o lo stato di natura?
    … per qualcuno che si svaga c’è sempre da un’altra parte qualcun altro che ne fa le spese …

  9. md Says:

    verissimo rozmilla; se non ricordo male, ne parla anche nelle Confessioni, ma come qualche critico ha insinuato, lo stile di quel “confessare”, dietro l’apparenza del coraggio di confessare anche l’inconfessabile, nasconde un sentimento ambiguo, che sconfina nell’autocompiacimento.
    Di certo nel ‘700 i bambini non erano trattati molto bene, e la mortalità infantile doveva essere spaventosa, ma un “educatore dell’umanità” il problema doveva pur porselo. Solo che è molto più facile e comodo farlo in via teorica…

  10. rozmilla Says:

    Non solo è più comodo e facile farlo in via teorica, ma forse – azzardo un’ipotesi al limite dell’ironico – Rousseau non ha voluto correre il rischio di constatare, prendendosi carico dell’educazione dei suoi figli, che in pratica le sue teorie non erano molto più di un bel castello di illusioni?

  11. Euridice Says:

    Ma pensate che realmente Rousseau abbia abbandonato i propri figli?… io sto facendo una tesi sull’Educazione, natura, società nell’Emilio e nel Contratto sociale. Mi chiedo se sia davvero possibile che un uomo possa scrivere così tante belle cose e poi nella realtà comportarsi così diversamente.
    Già che lui stesso nell’Emilio sostiene che gli uomini non si conoscono in base alle loro parole ma azioni.

  12. md Says:

    Beh Euridice, non è una supposizione, ma un dato di fatto biografico, che oltretutto viene “confessato” e motivato da lui stesso nelle Confessioni: “E quanto ai miei figli, abbandonandoli all’educazione pubblica, giacché non potevo allevarli io stesso, ecc.ecc. ” – libro ottavo della seconda parte.
    Cinque figli avuti con Teresa, tutti messi ai trovatelli!

  13. Euridice Says:

    a ok scusa l’ignoranza non sapevo l’avesse proprio scritto nelle Confessioni. Dovendo fare una tesi sul’Educazione, natura, società nell’Emilio e nel Contratto sociale, mi sono soffermata a leggere solo i testi del titolo della tesi e il Discorso sull’ineguaglianza (oltre alla bibliografia su altri autori). Ho pure letto però che qualcuno sostiene non sia vero, però se l’ha proprio scritto nelle Confessioni allora sarà stato così.

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