Seconda obiezione: metànoia o paranoia?

«Nella verità appare anche che l’isolamento della terra dal destino è destinato al tramonto, e il tramonto è l’avvento della terra che salva. Prima di tale avvento è necessario che la situazione di minorità, di assoluta marginalità del linguaggio che indica attualmente il destino, si rovesci nella situazione in cui i popoli, dico tutti, diventino testimoni del destino. Se vogliamo parlare di “autoeducazione”, l’autentica autoeducazione è questa metànoia – questa sì radicale – in cui il linguaggio testimoniante il destino dominerà la totalità dei linguaggi. Questo, prima dell’avvento della terra che salva». (Educare al pensiero, pp. 101-2)

Dopo di che l’intervistatrice chiede conto al maestro dell’avvento di questa non ben precisata “terra che salva” (che, evidentemente, dovrà interessare i popoli tutti, non si sa bene per quale ragione, e anche se il concetto di “popolo” non viene chiarito), e ne chiede conto perché se fosse un processo – come tutti i processi storici fin qui occorsi – sarebbe allora… un “divenir altro”, e tutto il castello logico andrebbe in mille pezzi – eh no! chiosa Severino, si tratta invece del “sopraggiungere degli eterni”. Nientemeno!
Dunque dunque: fin qui l’Occidente e la sua storia – cioè a dire l’infrastruttura metafisica, l’inconscio e la dimensione trascendentale che li costituiscono – sono stati follia, errore, violenza – in quanto volontà e dunque nichilismo ed enticidio; ma se qualcuno volesse anche uscire da tutto ciò, non potrebbe, perché si tratterebbe, appunto, di volerlo, e dunque, daccapo, cadrebbe nella logica annientatrice del divenir-altro. D’altro canto non va bene nemmeno «incrociare le braccia e non agire più […] perché anche questo è un volere».
Rimane, forse, un’unica soluzione: la metànoia, cioè il ricredersi, la correzione che è conversione, il ri-conoscere diversamente, il tornare sui propri passi e prendere un’altra strada, magari con l’opera omnia di Severino a tracolla, dato che «incontrovertibili non sono i [suoi] scritti, ma ciò che essi indicano. Se qualcuno li capisce – ne vede il significato – non è lui a capirlo ma il destino da cui lui è avvolto».
Il termine greco parànoia, in passato piuttosto abusato e oggi dal significato ben poco chiaro, specie in ambito psicologico, significa demenza, follia, insensatezza, ma il verbo che lo regge vuol anche dire “comprendere male” o “smettere di pensare a cose serie”. Non dovrebbe dunque suonare stonata la sua affinità concettuale con la metànoia – laddove la noèsis è sempre esposta al rischio estremo dello smarrimento, della perdita, della dissoluzione. O, se si vuole, della schizofrenia, se è vero che la Verità appare «non in me come individuo empirico, ma in me come Io del destino».
Pur non sfuggendomi la portata straniante e radicale della filosofia di Emanuele Severino (altrimenti non ci avrei perduto tutto questo tempo, e quello che ancora ci perderò), si corre comunque il rischio di psichiatrizzare la filosofia o di filosoficizzare la psichiatria. Che potrebbe anche non andare a svantaggio del maestro: dopotutto se Diogene di Sinope era stato soprannominato il Socrate pazzo, Severino non potrebbe essere anche lui una specie di Parmenide pazzo?

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8 Risposte to “Seconda obiezione: metànoia o paranoia?”

  1. xavier Says:

    …Secondo me si diverte un mondo a scriverle, quaste cose. E se ci mettesse accanto anche delle vignette? Il disegno,in certi casi, aiuta molto.

  2. carla Says:

    la paranoia è un’idea fissa, semplicemente
    l’unica cosa che può sconfiggerla è la distrazione dal proprio io.

    (un problemino in cui incappa la maggior parte dei filosofi…;-))

  3. egilllarosabianca Says:

    Distrarre l’Io é annullarlo o dividerlo frammentarlo a chi giova?
    Eg

  4. carla Says:

    giova a ritrovare il distacco necessario a valutare obiettivamente la realtà.

  5. egilllarosabianca Says:

    Quale realtà e quanti strati della nostra storia reale che non é la verità Siamo schizofrenici da secoli e tutto si ripete abbiamo vinto
    l’angoscia la paura di finire ma con i risultati che il mondo occidentale ha creato operando distacco distrazione Forse-
    Eg

  6. rozmilla Says:

    Mi sono ricordata di quando l’anno scorso leggevo il libro che Severino aveva appena pubblicato, quello in cui racconta la sua vita. Ricordo che mentre lo leggevo avevo pensato che il punto di rottura del suo percorso filosofico, ma anche umano ovviamente, era stato quando aveva perso la moglie. Lui stesso parla della sua compagna in modo squisito, l’amava e la stimava molto, era la sua signora.
    Allora avevo pensato che, come accade spesso, dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Non ricordo il nome di questa donna, ma di sicuro gli organizzava la vita, e gli permetteva di non doversi occupare di niente altro che la sua filosofia. Quando la moglie è morta, temo che la struttura della vita di Severino sia andata letteralmente a pezzi. Infatti pare che, più o meno da quel momento, Severino abbia cominciato a farneticare un po’ più del solito.
    Del resto, altri critici di Severino hanno osservato che se ad un certo punto del suo filosofare si fosse fermato, come dire, di sicuro avrebbe chiuso in bellezza.
    Anche un artista, ad esempio un pittore, sa che c’è un punto in cui si deve fermare, e deve dire, l’opera è compiuta. Conoscere il punto esatto in cui fermarsi, prima di aggiungere altro colore, è ciò che rende l’artista, un artista, appunto, e non soltanto un imbrattatore qualsiasi di tele.
    Questo significa padroneggiare l’arte, avere la padronanza su sé e la materia. Conoscere il punto esatto, il crinale … prima di precipitare

  7. md Says:

    @rozmilla: interessante…
    normalmente non sono portato a “psicologizzare” teorie e questioni filosofiche, però è vero che in quel libro la “schizofrenia” tra un “io” empirico (che si fa organizzare la vita quotidiana dalla moglie, tanto per citare il tuo esempio) e l’Io del destino è davvero stridente. E, credo, rilevante proprio dal punto di vista teoretico.

  8. filosofiazzero Says:

    Rozmilla:
    …sì, penso che tu abbia ragione, sulla morte della moglie, su l’importanza della presenza della moglie anche nella vita di uno studioso e di un artista oltre che di tutte, forse, le persone che hanno un’ anima e un cuore (forse, in fondo, tutti?)
    E poi tutti si cammina lungo un crinale, o Severini o non Severini, e alle volte è difficile non sdrucciolare e ripigliarsi….

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