Kindertotenlieder

(ai bambini della Sandy Hook di Newtown, ma anche a tutti gli altri sparsi per il mondo, vittime inermi inghiottite dalla follia del nichilismo)

gustav-mahler-01

Io penso spesso: sono solo usciti,
presto saranno di ritorno a casa!
Il giorno è bello. No, non angosciarti,
fanno solo una lunga passeggiata.

Ma sì: semplicemente sono usciti,
ora, vedrai, ritorneranno a casa.
Non angosciarti, la giornata è bella!
Fanno due passi, là, su quelle alture!

Sì, sono usciti un po’ prima di noi,
e non faranno più ritorno a casa!
Su quelle alture li raggiungeremo,
in pieno sole! La giornata è bella
su quelle alture.

*

Oft denk’ ich, sie sind nur ausgegangen!
Bald werden sie wieder nach Hause gelangen!
Der Tag ist schön! 0 sei nicht bang!
Sie machen nur einen weiten Gang.

Ja wohl, sie sind nur ausgegangen
Und werden jetzt nach Hause gelangen.
0 sei nicht bang, der Tag ist schön!
Sie machen nur den Gang zu jenen Höhn!

Sie sind uns nur vorausgegangen
Und werden nicht wieder nach Haus gelangen!
Wir holen sie ein auf jenen Höhn
Im Sonnenschein! Der Tag ist schön
Auf jenen Höhn.

[è il quarto dei cinque struggenti Lieder musicati da Mahler, scelti tra gli oltre cento Canti per i bambini morti del poeta tedesco Friedrich Rückert]

Annunci

Tag: , , , , , , , , ,

21 Risposte to “Kindertotenlieder”

  1. filosofiazzero Says:

    Poesia ineguagliabile, ma…
    che c’entra il nichilismo?

  2. md Says:

    @filosofiazzero
    rispondo come non si dovrebbe fare, e cioè con un’altra domanda: tu sotto quale categoria metteresti un’azione (insieme alle sue cause) volta a distruggere delle vite?

  3. Claudia Says:

    nichilismo o non nichilismo non mi sembra il caso di speculare sui termini. C’è certamente il baratro del nulla e del non senso in tutta questa storia.

  4. filosofiazzero Says:

    md:
    …sotto nessuna categoria, in-qualificabile, in-comprensibile, che altro?
    O, se preferisci (ma forse non preferisci) irrazionale, che non è la stessa cosa che irrazionalismo.

  5. md Says:

    concordo claudia

    @ filosofiazzero: di fatti, sono proprio quei prefissi negativi “nessuna”, “in”, “ir” che qualificano, o meglio de-qualificano il senso di quel che è accaduto;
    tutto ciò che attiene a cause indagabili in qualche modo ci rassicura (le armi, i disturbi psichici, il divorzio dei genitori, l’ambiente sociale, ecc.ecc. fino alla colpa di esser nati) – ma è l’uscita dal cerchio logico ciò che genera la vera angoscia, con la perdita di ogni riferimento, l’assurdità, il non-senso… resta solo il “non”, e quelle vite distrutte… per che cosa? niente…

  6. filosofiazzero Says:

    …ma è la perdita di ogni riferimento che, eventualmente, genera il nihilismo, non il nihilismo che genera la perdita di ogni riferimento.

  7. xavier Says:

    @ filosofiazzero
    Ascoltavo stamane una delle tante rassegne stampa in giro per le radio. Un articolista del Giornale, o di Libero (mai capita veramente la differenza) sosteneva che se uno é mentalmente disturbato ed ha intenzioni omicide, ebbene costui ucciderà in ogni caso, sia che gli si permetta o che gli si vieti di acquistare armi ovunque e comunque. Ergo: non é colpa delle armi, che sono neutrali (?!), ma degli uomini che le usano. Ottimo ragionamento, da realista più realista del re. Distribuiamole dunque a pioggia, le pistole le mitragliatrici e i bazooka, in nome dell’uguaglianza, del diritto all’autodeterminazione e, immancabilmente, del libero mercato di ogni cosa. Le conseguenze negative che possono presentarsi non sono che piccole eccezioni in confronto alla grande regola della democrazia per tutti. Paradossi? Mica tanto, c’e n’é anche dalle nostre parti un po’ di gente che la pensa così. E non sono convinto che costoro o i loro rampolli abbiano perso ogni rifierimento e siano per questo diventati più o meno inconsci nihilisti. E’ una visione del mondo, un punto di vista sull’umanità da “sonno della ragione”, che come ben noto “genera mostri”.

  8. filosofiazzero Says:

    …una visione del mondo di chi? di tutti quegl’ “altri”?

  9. xavier Says:

    Non si tratta certo di dividere i buoni dai cattivi, tuttavia una visione del mondo che regolamenta l’uso delle armi né più né meno di quello dei detersivi non so davvero quali termini di riferimento abbia perduto, e quali invece, da sempre, continui a sostenere con convinzione.

  10. filosofiazzero Says:

    si parlava di “nihilismo”…chi è nihilista e chi no (in filosofia, per esempio)?

  11. xavier Says:

    La faccio più breve: non lo so. Tuttavia ogni società che coltiva la paura e la sopraffazione individuale e collettiva come un valore, alla fine si nega ogni altra la possibilità. In questo consiste il suo nichilismo. A mio parere, e senza alcuna pretesa di verità.

  12. rozmilla Says:

    È sempre la soluzione più economica scaricare la colpa sulla malattia mentale: il problema resta circoscritto al singolo soggetto, l’individuo malato, come se il soggetto non agisse e reagisse all’interno di una società e un mondo di relazioni e di possibilità date: per cominciare la facilità con cui quel ragazzo ha avuto accesso alle armi, qualsiasi siano i motivi che hanno scatenato il suo odio, motivi che però non conosciamo.
    La società americana di certo non è un candido agnellino, e dovrebbe interrogarsi sul modello che essa segue e che offre ai ragazzi, compreso quello che esporta, con guerre e stragi di civili, bambini compresi. Dato l’entourage, non si deve stupire poi tanto se capitano questi gesti folli, con queste modalità, con maggiore frequenza negli States che in altre parti del mondo. In fondo quel ragazzo ha compiuto un gesto che in altre occasioni è ritenuto accettabile, “normale”: Adam ha organizzato il suo gesto estremo esattamente come un esercito organizza le guerre e spedizioni di “pace”, e come avrà visto fare nei videogiochi. Anche quel gesto folle non esula da quello che quel ragazzo ha appreso nel corso della sua esistenza.
    Invece, in linea con il principio diritto potersi difendere dalle aggressioni, qualcuno ha subito proposto di permettere di poter detenere armi anche nelle scuole. “Se le maestre avessero avuto le armi, avrebbero potuto sparare per prime …”

  13. filosofiazzero Says:

    Rozmilla;
    …come dire che la strage dei bambini è il prodotto di una società che non è un candido agnellino? Chi semina vento etc.?
    Questa ultima atrocità sarebbe (ancora)la prova del nihilismo intrinseco alla società americana (come prototipo dell’Occidente e di tutto ,ormai, il pianeta)?

  14. yulia Says:

    La storia di Ercole è la storia dell’eroe più forte e valoroso di tutti i tempi. Come tutti i miti classici, ha una versione greca e una latina, ma per comodità lo chiameremo Ercole alla latina, anche se in versione greca si chiama Eracle. Le dodici fatiche di Ercole sono una storia che è in giro da un po’: un arco che comincia intorno al 600 a.C., e arriva fino alla serie Hercules di fine anni Novanta, passando per tragedie, melodrammi, film in costume, un cartone Disney. L’eroe più forte di tutti, figlio di Zeus e di Alcmena (una classica scappatella di Zeus), è molto odiato dalla moglie legittima di Zeus stesso, cioè Era (Giunone). Era ha le ovaie talmente girate che fa in modo che Ercole impazzisca di rabbia, e per questo uccida con violenza inarrestabile la moglie e i sei figli. Per una questione di gelosia, per una ripicca e una vendetta, muoiono in sette, trucidati dal loro padre e marito. La storia non è la storia di un personaggio marginale e condannato: è la storia dell’uomo più forzuto che ci sia mai stato, cioè una storia che per secoli è stata raccontata a tutti i bambini. È forse lui il responsabile della strage di Aurora.
    Qualcuno sostiene che anche i videogiochi abbiano un’influenza, così come i film d’amore influenzano le storie d’amore. Ovviamente ho roba da dire. Forse non sarò breve.
    Negli anni Ottanta c’è stato in giro l’argomento dell’istigazione alla violenza da parte dei cartoni animati giapponesi. Io avevo l’età giusta per subirne l’influenza, li guardavo con gusto, e mi ricordo bene la paura delle mamme. Poi sono passati gli anni, e si è capito che i cartoni animati giapponesi erano fatti come dei telefilm disegnati e non come la Pimpa, e quindi contenevano temi da storie adulte, violenza compresa. La violenza c’era, me nessun personaggio positivo era violento, anzi: in genere i protagonisti ne subivano, facevano la lacrima tremula, e poi si ritiravano su. Nessuno, in qualsiasi caso, era violento quanto molte favole o la storia di Ercole. Ma non è questo il punto. Il Cacciatore di Michael Cimino è stato spesso incolpato di avere suggerito roulette russe a destra e a manca, soprattutto dopo che gente con armi in casa le lasciava cariche, e qualche minorenne ci finiva secco. Dopo un po’ di anni, a suscitare contenuti e i comportamenti violenti non erano più i cartoni animati, i fumetti, i film o il satanismo dei Led Zeppelin, ma i videogiochi. Nel frattempo i cartoni animati giapponesi prendevano Leoni d’Oro alla carriera, i film americani non erano più discutibili, i fumetti venivano ristampati e allegati con il Corriere. (Se è per questo i videogiochi hanno da diversi anni una categoria apposita ai BAFTA, ma andiamo avanti.)
    Ogni volta che l’accusa tocca i videogiochi, presenta anche un corollario interessante: i videogiochi sarebbero più invasivi delle altre forme d’arte perché vengono vissuti in prima persona, e questo li renderebbe più capaci di toccare la personalità e la volontà, condizionandole. Su questo tema sono stati fatti infiniti studi che dicono che non ci sono relazioni, che siamo perfettamente capaci di entrare in una storia, viverla intensamente, uscirne. Ma senza scomodare le neuroscienze, facciamo una prova indiretta: chiediamoci se ci sia più o meno violenza nella società odierna di quanta non ce ne fosse prima della larga diffusione dei videogiochi.
    Nel 1978 c’era più o meno violenza di adesso? Per le strade ce n’era di più, molta di più. A scuola ci si menava molto tra zecche e fasci, gli omicidi e i rapimenti erano moltissimi, sia da parte di terroristi che da parte di bande criminali, così come i morti di malavita organizzata. Ma non importa, facciamola facile, diciamo che a occhio c’era più o meno la stessa quantità di violenza agita e subita. Allora seconda domanda: c’era più o meno violenza raccontata? Be’, i telegiornali erano più cruenti di quelli di oggi, ed era una violenza per le strade, molto realistica; il cinema popolare italiano raccontava, con i poliziotteschi e i mondo movie, storie spietate e legate alla società di quegli anni; a Hollywood erano anni pieni di film che raccontavano catastrofi, incidenti aerei, calamità. Insomma, anche qui mi verrebbe almeno da dire quantomeno che non c’è stata una crescita della violenza nella narrativa di qualsiasi tipo.
    Io dico che si sono sempre raccontate storie violente, così come si sono sempre raccontate storie d’amore. Per inciso mi sembra strano pensare che le storie d’amore e le storie di violenza si possano mettere sullo stesso piano nel loro influenzare le persone: l’amore, almeno un po’, è previsto nella vita di ciascuno; l’omicidio è più raro. Ma se anche così fosse, alla base del ragionamento di Daria c’è un’idea molto comune che io trovo ipocrita, probabilmente figlia della costernazione che segue una strage come quella di Aurora. È l’idea per cui a noi non piacerebbero le storie violente, che sarebbero un’eccezione rispetto alla norma, dove invece la violenza non sarebbe necessaria, prevista, cercata da persone adulte e con la testa sulle spalle.
    A quanti di noi interessano storie che raccontano di personaggi che non hanno nessun problema, sono sereni, scivolano in una vita sorridente per un’ora e mezzo, per trecento pagine, e poi fine e arrivederci? Ve lo dico io: a nessuno. Tutte le storie sono storie di conflitto, almeno tra una situazione iniziale e quella finale. Tutte. Anche le commedie, da Plauto a Benvenuti al Sud, passando per Io e Annie che proprio nel 1978 vinse l’Oscar. Le storie di conflitto, le storie intense, ci piacciono; spesso nelle storie e nelle esperienze intense c’è violenza, ci sono morti e feriti. La violenza fa parte delle nostre vite, anche solo come eventualità, come timore; la violenza fa soprattutto parte delle nostre storie, e da sempre, come ingrediente fondamentale, sia catartico che funzionale al racconto della storia tramite le azioni dei personaggi. Il primo scrittore di cui io mi sia innamorato personalmente, senza che venisse dai miei genitori o dalla scuola, si chiamava Stephen King. Eravamo io e alcune centinaia di milioni di persone.
    La nostra civiltà non si fonda su storie sorridenti, ma su grandi tragedie piene di sangue, Bibbia, Iliade e Gilgamesh compresi. De sempre raccontiamo storie d’amore e di morte. Siamo fatti così, e dovremmo fare pace definitivamente con questo concetto. Ci piacciono le storie violente, e ci servono. Molto. I nostri figli giocano alla guerra, Quella sporca dozzina tiene incollati allo schermo i nostri padri, e prima di fare l’amore a volte facciamo la lotta. Tutto questo — anche alla luce del fatto che il videogioco di maggior successo di tutti i tempi è la saga Nintendo di Mario, e il numero di idraulici baffuti con la salopette non è aumentato nel corso degli anni — per dire che nemmeno i videogiochi, oltre ai libri, ai fumetti, al rock e al cinema, hanno niente a che vedere con la strage di Aurora. Possiamo pensare che la cultura c’entri perché in genere c’entra sempre. Ma nessuna cultura è mai esistita senza violenza, e ipotizzare una umanità senza violenza è assurdo, sia in senso reale che in senso narrativo. Se ci chiediamo a cosa porti l’esposizione a storie violente, dobbiamo anche chiederci con preoccupazione se l’esistenza del cordone ombelicale non possa suggerire inconsciamente future impiccagioni. La violenza c’è sempre stata nelle nostre storie: è una costante assoluta, e fa parte della vita di tutti.
    Quello degli omicidi di massa è un fenomeno complicato che esiste da decenni, e non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche per esempio un paese pacifista e del tutto disarmato come il Giappone. L’omicidio di massa ha a che fare più con la psicopatologia che con la sociologia, più con la carenza di diagnosi e terapie che con la crisi di valori. Accecato da Lissa, la dea del furore cieco inviata da Era, Ercole uccide i propri figli con violenza, mentre loro piangono, implorano di essere risparmiati, gridano «papà» al loro assassino. E tutto questo molto prima di Robert Bales (16 morti, Kandahar, Afghanistan, 2012), Baruch Goldstein (29 morti, Hebron, Palestina, 1994), Charles Whitman (16 morti, Austin, Texas, 1966), Ahmed Ibragimov (34 morti, Mikenskaya, Russia, 1999), Bum-kon Woo (54 morti, Gyeongsangnamdo, Corea del Sud, 1982), Andrew Kehoe (45 morti, Bath, Michigan, 1927), Matsuo Toi (30 morti, Tsuyama, Giappone, 1938), William Unek (57 morti, Congo, 1954 e 1957), Howard Barton Unruh (13 morti, Camden, New Jersey, 1949) e moltissimi altri. È sempre successo, di tanto in tanto: ha a che fare con gli uomini, il disturbo mentale, la violenza e l’uso di armi più o meno disponibili. La società odierna e la violenza nelle storie o nei giochi non c’entrano niente. Davvero. Niente.
    Nel caso specifico a me pare tutto molto semplice, mi sembra abbastanza chiaro che il killer fosse mentalmente disturbato e che il fatto che le case siano piene di armi c’entri fino ad un certo punto Nell’Universo infinito mondo evidentemente esiste il bene ed esiste il male…. (e non mi riferisco al concetto religioso) e che ci piaccia o no, queste due forze contrapposte a volte generano cose terribili come questa.

  15. md Says:

    @yulia: chi è Daria? non capisco se tu stia rispondendo a qualcuno…

  16. md Says:

    ad ogni modo, per una riflessione un po’ più ampia sul male, la violenza e la guerra, ti rinvio alla “trilogia del lato oscuro”, comparsa su questo blog qualche anno fa:
    https://mariodomina.wordpress.com/2010/01/27/trilogia-del-lato-oscuro-1-lossessione/
    https://mariodomina.wordpress.com/2010/02/02/trilogia-del-lato-oscuro-2-il-male/
    https://mariodomina.wordpress.com/2010/02/11/trilogia-del-lato-oscuro-3-la-violenza/

  17. xavier Says:

    @Yulia
    L’hai fatta molto lunga, ma nulla di nuovo sotto il sole. Non é mai esistita una società di anime belle che abbia eliminato ogni forma di violenza, nè credo che mai potrà esistere. Siamo complicati e contraddittori in ogni nostra manifestazione. D’altra parte anche la violenza si é sempre manifestata in forme numerose e assai complesse, com’é ovvio non tutte catalogabili nello stesso modo. Ed é ben questo il punto: se vogliamo mettere tutto assieme e sullo stesso piano, allora la possiamo chiudere subito lì: la violenza é una componente come un’altra della natura (?) umana, conviene prenderne atto, farcene una ragione e rassegnarci tanto all’idea di poterla subire quanto a quella di infliggerla, sperando di limitarne le conseguenze sia nel primo che nel secondo caso. Poi però mi viene un dubbio e quindi una domanda: é davvero tutto così “semplice”? E allora la barbarie, che cos’é? Come si inscrive nel bizzarro codice dei comportamenti violenti dell’uomo? E sopprattutto, ce la dobbiamo tenere a tutti i costi?

  18. filosofiazzero Says:

    “…una barbarie davvero intollerabile!”
    (pronunciato con la erre moscia)

  19. yulia Says:

    @md….. il nome di Daria è rimasto per errore durante il controllo e la correzione del mio scritto……………si riferiva ad un articolo che avevo letto su un giornale che tentava di addossare un po’ di colpa ai video giochi violenti ecc. ecc.
    @ xavier
    Dice che l’ho fatta troppo lunga, ma non è forse uno degli scopi principali della filosofia fare congetture e ragionare sulle cose?
    E certo che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, mica volevo essere originale!!
    La mia voleva essere innanzitutto una risposta provocatoria alle più comuni giustificazioni di certi atti violenti negli Stati Uniti. Concordo anche sul fatto che non ce la dobbiamo tenere a tutti a costi, ma siccome ci si riferiva ad un caso specifico volevo solo dire che “per quel caso specifico” la ragione principale era l’ insanità di mente del ragazzo innanzitutto.
    Non è affatto tutto così semplice, soprattutto non è così semplice limitarne le conseguenze o attenuarne la ferocia, ma tu sai come? E se lo sai perchè non scrivi la soluzione?
    Scusa se ti sembro polemica…… è un mio difetto…..ma non è polemica cattiva d’animo. Con simpatia!

  20. xavier Says:

    @Yulia
    Cara Yulia, ho fatto il pedante e adesso, com’è giusto, cerco di rimediare in qualche modo. Però non ho detto che l’hai fatta “troppo” lunga (come avrai forse capito, da queste parti il “troppo” non é mai troppo), ma “molto” lunga, per me che non amo leggere oltre la quarantina di righe. Si trattava comunque di un’opinione del tutto personale, e quindi, per definizione stessa, del tutto opinabile. Entrando un po’ più nel merito delle tue considerazioni, mi era parso di cogliere nelle tue parole una specie di ineluttabilità dei comportamenti umani, un determinismo ante litteram per il quale, in fin dei conti, tali siamo e tali dobbiamo rimanere, ed é quindi inutile arrovvellarsi in analisi socio politiche di alcun genere quando, al più, nel caso delle degenerazioni più gravi, si può parlare di conseguenze a disturbi mentali. Forse, ed è ancora questa la mia opinione, nella nostra contemporaneità non é del tutto così. Forse gli elementi che concorrono a scatenare alcuni impulsi omicidi sono certamente complessi e molteplici, ma sopprattutto hanno un collegamento più diretto di quanto non si voglia far credere alla realtà collettiva da cui provengono i loro protagonisti. Reazioni individuali, quindi, ma con le radici ben piantate in un mondo che, a ragione o a torto, viene considerato come escludente, e alla lunga come nemico. Ma qui mi fermo, spero per tempo, onde evitare pericolosi inciampi sociologici. Come avrai capito non sono certo io ad avere pronte le soluzioni al problema, ma anche se rifletterci sopra non ci aiuterà certo ad eliminare le vittime del prossimo Sig. Brevik di turno (a proposito, come mai non lo hai citato, questo assoluto recordman assassino?), può darsi comunque che non ci faccia troppo male. In quanto alle polemiche, beh su questo blog in genere sono le benvenute, mi pare!

  21. rozmilla Says:

    Se non ci si rende conto del viluppo di relazioni tra un evento e la matrice in cui esso si verifica, tra un organismo e il suo ambiente, ci troviamo di fronte a qualcosa di ‘misterioso’, oppure si è indotti ad attribuire al soggetto ‘agente’ certe proprietà che potrebbe non avere.
    Questo è particolarmente evidente quando l’oggetto è il comportamento disturbato. Nel caso in questione, possiamo anche ipotizzare che lo sia stato, in qualche modo, anche se in qualche modo e chi più chi meno siamo tutti qualche volta disturbati da qualcosa; e anche se le dinamiche non fanno pensare ad un gesto ‘folle’, inteso come raptus, dal momento che è stato premeditato e organizzato lucidamente. Organizzazione facilitata dalla presenza delle armi in casa. (Notare che anche il sig. Brevik è stato dichiarato sano di mente)
    Ma, se si studia una persona dal comportamento disturbato isolandola, allora l’indagine deve occuparsi della natura di tale condizione. Se invece si estende l’indagine fino a includere il contesto in cui tutto ciò accade, il centro dell’interesse si sposta dalla monade isolata artificialmente alla relazione tra le parti di un complesso più vasto.
    D’altra parte, siccome non conosciamo dati certi né sulla persona né sui fatti in oggetto – tranne le chiacchiere giornalettistiche o da bar – ogni discussione sulla ragione che potrebbe aver ‘realmente’ determinato la tragedia sarà inevitabilmente una sorta di disputa sul sesso degli angeli. A meno di non riuscire a scoperchiare la scatola cranica delle persone coinvolte e guardarci dentro. Ma poiché coloro che avrebbero potuto dirci qualcosa, mi riferisco alla madre e al figlio (che erano probabilmente il fulcro della problema) non ci possono più dire nulla, dubito si riuscirà ad avere qualche certezza. L’unica fatto certo che conosciamo è che sono morte 26 persone, di cui 20 bambini, e che sono stati uccisi con delle armi.
    In questo caso, preferisco chiedermi come mai una certa parte di società, si da così da fare per scaricare la ‘colpa’ sul disturbo mentale. A mio avviso, così facendo la società se ne lava le mani, si scarica la coscienza su tanti aspetti e condizioni sociali che possono contribuire a provocare crisi e indurre a comportamenti violenti, indipendentemente dal fatto che la persona ricevente possa essere disturbata o meno.
    Del resto non si può nemmeno affermare che se una persona è presumibilmente disturbata, allora esiste un particolare disturbo che ne fa un potenziale stragista. E quale sarebbe? Ma certamente potremmo chiederci se esistono delle condizioni che hanno favorito e condotto quella persona ad essere disturbata nel modo “adatto” e consono a provocare una strage. E dunque, se ci sono delle pre-condizioni e delle variabili particolari che possono contribuire a provocare eventi di questo tipo. Uno di questi, indubbiamente è il fatto che poteva disporre di armi, e su questo non ci piove. Dubito che un ragazzo di venti anni avrebbe avuto le risorse per procurarsi armi facilmente da solo. Se non ci fossero state armi nei paraggi a portata di mano, nel frattempo le condizioni potevano cambiare, intervenire altri fattori che potevano benissimo mutare il corso degli eventi.
    Sui videogiochi e film violenti, è stato ampiamente appurato che le fresche e giovani menti dei bambini assorbono in modo passivo comportamenti di qualsiasi tipo, compreso quelli violenti. Le “storie” violente non c’entrano nulla, che anzi sono sempre state un buon sistema per riflettere sulla condizione umana, violenza compresa. Purtroppo non è la storia” in sé, quanto piuttosto il “mezzo”, lo strumento (televisione, video ecc.) a provocare danni al comportamento: è la passività con cui vengono recepiti certi comportamenti, che vengono replicati come in automatico. Come un riflesso condizionato da condizioni pre-esistenti nel contesto sociale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: