JJR 7 – Rousseau segreto, minore, svagato

“Mai ho pensato tanto, esistito tanto, vissuto tanto
mai sono stato tanto me stesso […]
come nei viaggi che ho fatto solo e a piedi.
La marcia è qualche cosa che anima e ravviva le mie idee:
non posso quasi pensare quando sono fermo,
il mio corpo deve essere in moto
perché vi metta il mio spirito”.

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Concludo l’anno roussoiano (il 300° dalla nascita, che in Italia è passato senza che quasi nessuno se ne accorgesse), con qualche nota sparsa sul Rousseau meno noto, soprattutto quello né politico né antropologico.

1. Vorrei però partire da quella che potrebbe essere considerata quasi la fondazione di un mito. Ad ulteriore conferma del fatto che Rousseau (anche se l’Europa non se lo fila) è massimamente presente nella fibra della sua sensibilità, qualche giorno fa leggevo una recensione sull’ultimo libro del filosofo tedesco Peter Sloterdijk (quello della ragion cinica e della teoria antropologico-ontologica delle sfere), intitolato Stress e libertà, dove inevitabilmente saltava fuori proprio Rousseau. Il filosofo cioè che più di ogni altro ha associato il filosofare all’andare, all’uscire dalla società stressata (per guardarla da fuori) e forse ancor più allo svagare la mente: le sue Rêveries, passeggiate (o fantasticherie) solitarie, scritte in punto di morte (1777-8, tanto che l’ultima viene interrotta), sono un vero e proprio manifesto del diritto alla spensieratezza, e stanno lì a dimostrarlo.
Nella prima di queste passeggiate, Rousseau si descrive come impassibile e straniero sulla terra, e bisognoso di una nuova forma di conoscenza: se stesso, attraverso la rêverie. Ma è nella quinta passeggiata che tale ricercata solitudine filosofica emerge con maggiore chiarezza: l’isola di Saint-Pierre è il luogo ideale dove esercitare l’ozio, la sospensione della temporalità (la durata contro la successione), il puro sentimento dell’esistenza, la vita contemplativa che si distacca da quella attiva – un vero e proprio ultraromantico rientro in sé.
Rousseau, cioè, oltre che riprendere un tòpos classico della filosofia (lo straniamento, la separatezza, il distacco dalla doxa e la rottura con il “per lo più” e il “si” del senso comune), lo rilancia ben oltre il suo tempo, costruendo una figura inedita di viandante sradicato, di barbone e hippy delle nascenti metropoli, un anarcocomunista anomalo e in perenne contraddizione – risultando così, da ultimo, filosofo massimamente epocale, nel senso più pieno della greca epoché.

2. Poiché siamo in argomento, è bene anche far emergere il Rousseau botanico, di cui lui stesso ci parla nella Settima passeggiata. Il filosofo ginevrino cominciò ad erborizzare nel 1762, quando già aveva cinquant’anni, e continuò a farlo fino alla sua morte. Tra il 1771 e il 1774 scrive ad una certa Madame Delessert di Parigi alcune Lettres sur la botanique, dove esprime le sue idee in proposito: avversione per il giardinaggio e le serre; preferenza per la sauvagerie botanica (avevamo già accennato in una precedente incursione nel pensiero roussoiano alla figura del giardino sauvage, presente nella Nouvelle Héloise), grande interesse per la nomenclatura e la classificazione. I critici parlano dell’unicità e particolarità del Rousseau botanico (che immagino non venga nemmeno preso in considerazione dalla storia della botanica): le sue preferenze vanno comunque al sistema di Linneo, ed egli si batte per una “democratizzazione” della scienza botanica, cercando di operare per una sua valenza pedagogica e lavorando ad un vero e proprio progetto divulgativo in proposito.

3. C’è poi il Rousseau musicista. Ne parla egli stesso, dunque con ben poca oggettività nonostante le intenzioni, nelle Confessioni. Ricordo che mentre anni fa leggevo quelle pagine, mi chiedevo se non stesse un po’ troppo millantando. Avrei voluto approfondire la questione, ma sarei dovuto entrare nel dedalo della storia della musica francese dell’epoca, Rameau, l’opera, ecc., e forse mi ci sarei perso (oltre al fatto che non ne avrei avuto le competenze).
Comunque nel Saggio sull’origine delle lingue, di cui parleremo tra poco, vengono schizzate alcune interessanti idee circa l’origine della musica, la melodia e l’armonia, oltre ad un loro inquadramento generale all’interno delle forme linguistiche, espressive ed estetiche.

4. Non posso non ricordare la critica del teatro borghese alienato ed alienante, che – per questioni squisitamente politiche – Rousseau avrebbe voluto rovesciare in festa popolare e repubblicana (una sorta di autorappresentazione del popolo): ne parla a lungo nella celebre Lettera a D’Alembert sugli spettacoli, pagine molto apprezzate, tra l’altro, da Luciano Parinetto.

5. Citerò infine un testo importantissimo, specie per il cöté antropologico del pensiero roussoiano, il Saggio sull’origine delle lingue, uno scritto preso molto sul serio ad esempio dal Derrida della Grammatologia, e che però viene spesso lasciato in ombra, mentre credo sia essenziale per comprendere lo sviluppo delle idee di Rousseau dai Discorsi fino al Contratto sociale. Mi limito qui a citare i punti essenziali che vi sono trattati:
-la prima invenzione della parola non deriva dai bisogni, ma dalle passioni;
-carattere cantato-imitativo (tonale-naturale) della lingua originaria (assonanze con Vico): più vocalica, poco articolata;
-teoria dei tre stadi nella scrittura, dal geroglifico all’analitico-fonetico, corrispondenti alla triade selvaggi-barbari-civilizzati, con la recisa sconnessione però di espressione scritta e parlata: «L’arte di scrivere non è affatto connessa con quella di parlare. Essa è legata a bisogni di altra natura che nascono prima o poi secondo circostanze del tutto indipendenti dall’età dei popoli e che potrebbero non aver mai avuto luogo presso nazioni molto antiche».;
-e di fatti ciò che la scrittura acquista in esattezza, perde in forza espressiva: «Più l’arte di scrivere si perfeziona, più quella di parlare viene trascurata», un’osservazione da prendere molto sul serio nell’epoca del dominio incontrastato dell’espressione ultradigitale;
-influenza climatica sullo sviluppo delle forme sociali (rielaborazione originale delle tesi di Montesquieu);
-origine comune di canto e parola, antecedenza della poesia sulla prosa;
-il suono come segno.

Chiudo con una citazione dal Saggio, che potrebbe essere una sorta di effigie dell’intero pensiero roussoiano: «Ora io dico che ogni lingua, con la quale non è possibile farsi intendere dal popolo riunito, è una lingua servile; è impossibile che un popolo sia libero e parli una lingua simile».

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2 Risposte to “JJR 7 – Rousseau segreto, minore, svagato”

  1. Giuseppe Savarino Says:

    Delle Reveries o meglio de “Le passeggiate del sognatore solitario” vorrei aggiungere l’aspetto innovativo e anticipatorio del movimento romantico, in particolare nei suoi aspetti di abbandono alla contemplazione, alla meditazione, al sentimento, al divagare.
    E forse anche oltre…basti pensare all’importanza che dava Nietzsche al pensiero durante il camminare e all’altra, abbastanza conosciuta, “Passeggiata” di Walser.
    Spesso si associa Rousseau soltanto al Contratto sociale o al più alle Confessioni, trascurando queste altre tematiche.
    Del resto, scrisse di se stesso:
    “Nulla è più dissimile di me, di me stesso. Un proteo, un camaleonte, una donna sono esseri meno mutevoli di me”.
    Bisognerebbe sempre tenerne conto, quando lo si legge.

  2. Adamo di Compagnia Says:

    Il “Saggio sull’origine delle lingue” e il “Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini” sono testi, letteralmente, erranti.

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