Clic!

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Nasce talvolta dalla medesima mente imbrogliatissima, che si fa domande di ogni sorta, il desiderio di farla finita, con quelle domande, magari immaginando di girare una manopola o di abbassare un interruttore a levetta, di quelli che fanno clic!
Che senso ha l’esistenza? – clic!
Che ci sto a fare al mondo? – clic!
Perché sono nato? – clic!
Perché devo morire? – clic!
Perché tutto questo dolore? – clic!
Perché l’essere e non il nulla? – doppio clic!
È tutto qui? – clic!
Esiste qualcosa di universale? – clic!
Dio c’è?
E la verità? E l’assoluto?
Un fondamento, una sintesi, uno scopo?

accidenti, la levetta si è inceppata.
Ma perché questo domandare? – clic, clic, clic!
Ecco, ora siamo pure rimasti al buio…

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40 Risposte to “Clic!”

  1. Carla Says:

    ecco, appunto, perchè tutto questo domandare…?
    clic!
    accendo la luce…
    :-))

  2. rozmilla Says:

    I coccodrilli non si fanno domande. Poi non saprei dire in che modo questo abbia qualche attinenza con le Caiman e il caimano – o meglio, lo saprei anche dire, ma è lunga da dire, e ha a che fare col complesso sistema delle interconnessioni fra neocorteccia e sistema limbico.

    Ricordo che l’anno scorso il racconto di Natale di Radio Popolare narrava di un uomo che per natale decise di “regalare” ad un suo amico che era in coma vegetativo profondo – ossia aveva perso le funzioni superiori, la consapevolezza, ciò che ci caratterizza come esseri umani – … insomma gli fece il dono di staccargli la spina.

  3. xavier Says:

    L’uso eccessivo di qualsiasi levetta porta, é fatale, al suo fuori uso. La faccenda si complica ulteriormente allorché, dopo, ci si improvvisa elettricisti.

  4. Carlo Says:

    Se ci rassegniamo al fatto che non siamo altro che primati evoluti (scimmie intelligenti) le risposte sono banali.
    Che senso ha l’esistenza? – quello che singolarmente le attribuiamo.
    Che ci sto a fare al mondo? – esattamente quello che ci sta a fare un moscerino; vivo come posso, per il tempo che mi è dato.
    Perché sono nato? – Mi hanno partorito.
    Perché devo morire? E’ legge di natura, bellezza!
    Perché tutto questo dolore? – per farci maturare e attrezzare per il futuro (a breve).
    Perché l’essere e non il nulla? – lasciamo il tema all’ontologo di turno, che non ha di meglio da fare.
    È tutto qui? – No, c’è sempre altro, se siamo in grado di vederlo.
    Esiste qualcosa di universale? – il concetto nella comunicazione interpersonale.
    Dio c’è? Non l’ho mai visto.
    E la verità? La mia verità, certamente.
    E l’assoluto? fa il paio con dio, nessuno l’ha mai visto.
    Un fondamento c’è, se vuoi costruire una casa, una sintesi c’è, se non vuoi essere prolisso, uno scopo c’è, se ti dai da fare.
    Perché questo domandare? Dice un professore di logica (Piergiorgio Odifreddi) e a mio giudizio a ragione: “non tutte le domande sono sensate, e non tutte le domande sensate ammettono risposta: questo insegna la logica contemporanea.”

    Perdersi nelle insensatezze del domandare è una prerogativa dei filosofi continentali (europei).
    clic, clic, clic! … e no, basta !!!!

  5. rozmilla Says:

    @md:
    La strofa di De Andrè che hai posto in esergo, è parte di “Una smisurata preghiera”, dell’album Anime salve. L’ascolto spesso.

    Alta sui naufragi
    dai belvedere delle torri
    china e distante sugli elementi del disastro
    delle cose che accadono al di sopra delle parole
    celebrative del nulla
    lungo un facile vento
    di sazietà di impunità

    Sullo scandalo metallico
    di armi in uso e in disuso
    a guidare la colonna di dolore e di fumo
    che lascia le infinite battaglie al calar della sera
    la maggioranza sta la maggioranza sta

    recitando un rosario
    di ambizioni meschine
    di millenarie paure
    di inesauribili astuzie
    coltivando tranquilla l’orribile verità
    delle proprie superbie la maggioranza sta

    come una malattia
    come una sfortuna
    come un’anestesia
    come un’abitudine

    Eccetera ..

  6. md Says:

    @Carlo:
    il signor Odifreddi dimentica (troppo) spesso che tutte le cose che lui dice e sa – anche e soprattutto contro i filosofi di professione, lui che di professione non è che faccia una cosa molto diversa – sono fondate tutte quante, nessuna esclusa, proprio “sulle insensatezze del domandare”.

  7. md Says:

    (tra l’altro tutte le risposte che fornisci – le “tue” risposte, ammesso che possa esserci qualcosa di radicalmente “proprio” – sono tutt’altro che banali, ed anzi frutto di ragionamenti e produzioni pregresse piuttosto complicate: singolarità, potere, tempo, legge di natura, alterità, fare, ecc.ecc.)

  8. filosofiazzero Says:

    xavier:
    “Perché l’essere e non il nulla? – lasciamo il tema all’ontologo di turno…”
    Benissimo detto!!!

  9. md Says:

    @filosofiazzero: a parte che lo ha scritto Carlo, io invece quella domanda la prendo molto sul serio, anche senza vestire i panni dell’ontologo – affascina me (che non so mai che abito vestire o che etichetta appiccicarmi), i bambini (ne ho prove provate) e alcuni modernissimi fisici e cosmologi, che – almeno in teoria – non dovrebbero correr dietro alle fole metafisiche…
    e poi, chissà mai, alla prima occasione chiederò cosa ne pensa anche mia madre, contadina-pensionata

  10. filosofiazzero Says:

    md:
    … i bambini, i contadini-pensionati, (o non-pensionati,) i cosmologi e…gli ontologi!

  11. Carlo Says:

    @Md
    Certo la domanda (“Perché l’essere e non il nulla?) intrigò anche me, “temporibus illis”, ma, dopo breve malattia, smisi di pormela. Esprime il grande desiderio dell’uomo di mettersi alla “caccia” della verità. E, si sa, anche il filosofo è un uomo “desiderante”. Ma poi, venendo in contatto con il concetto di “limite”, riferito al linguaggio, mi accorsi che occorre stare con i piedi per terra: esistono domande che non hanno, purtroppo, risposte plausibili.
    Affascinare è un termine inquietante se inserito in un contesto filosofico. Significa anche: abbagliare, accecare, sedurre.
    Ha, quindi, a che fare con i meccanismi naturali, necessari per la riproduzione di ogni specie biologica.
    Con Piergiorgio Odifreddi ho toccato un nervo scoperto ? Non era mia intenzione provocarti.

  12. md Says:

    Di Odifreddi detesto la supponenza – come di ogni supponente, del resto.
    Mentre del tuo discorso – che supponente non è per nulla – non mi convince il riduzionismo biologico che finisce per assomigliare ad ogni riduzionismo, ontologico compreso.
    Il fascino poi – ma questa è una mia personalissima esperienza – è un ingrediente essenziale della filosofia. Si comincia sempre per “malìa”, e, pur percorrendo poi le strade cosparse dagli hegeliani ed arcigni cardi della razionalità, a quella malìa originaria occorre di tanto in tanto tornare.

  13. md Says:

    @rozmilla: l’ho riascoltata giusto qualche giorno fa, dopo molto tempo – ma la goccia di splendore era ancora più vivida

  14. Carlo Says:

    @Md

    “Si comincia sempre per “malìa”. Infatti, questo è un fatto (scusami il bisticcio di parole).
    La cultura richiede “amore” (studium), ma anche una buona dose di equilibrio nella valutazione dei temi che si affrontano. Come tu ben sai la passione [mania erotica in chiave filosofica – Platone) non è, a volte, buona consigliera e se non ci sdoppiamo, utilizzando un “alter ego” che giudichi il nostro ego desiderante, rischiamo l’effetto “labirinto”. Non riusciamo, cioè, ad uscire a “riveder le stelle”, rimanendo intrappolati nell’inferno dei nostri formalismi filosofici. L’ontologia, ad esempio, si rivela, a volte, una trappola diabolica che ci induce ad imboccare sentieri che si perdono nel bosco. Riporto un brano di F. Toscani che spero chiarisca quanto da me accennato :

    “Altri sentieri, che mi intrigano maggiormente, si perdono, dopo un po’ (che può essere anche un bel po’), nel fitto del bosco. Ad un certo punto non si sa più dove andare, non v’è più traccia di sentiero oppure essa è minima, appena visibile, quasi impercettibile, tanto è vero che per un poco si segue quella che si crede sia la continuazione del sentiero – magari di un sentiero poco battuto -, poi ci si arresta, sgomenti e incerti sulla direzione da prendere, forse anche col timore di esserci perduti. Si tenta qualche passo (o qualcosa di più) di qua e di là, ma non ci si raccapezza più, non vi è più orientamento: ci siamo persi nel bosco. I sentieri che si perdono nel bosco sembrano dunque non indicare più una via da seguire. Anzi, non dico “sembrano”: proprio non indicano più nulla.”
    Conclude comunque con uno scatto d’orgoglio sulla dignità del balbuziente:
    “Come infatti dare un nome, come concepire l’immenso, infinito Uno-Tutto, la dimensione di tutte le dimensioni, la Via di tutte le vie, in cui noi tutti siamo già compresi e a cui apparteniamo, anche se assai raramente riusciamo a pensarla e a intenderla come tale? Per questa difficoltà costitutiva e ineliminabile, noi necessariamente balbettiamo, quando ogni volta tentiamo il dire essenziale, più dicente. Ma è un balbettio essenziale, nobile, il balbettio che ci viene – oltre che dai nostri limiti personali – dalla stessa inesauribilità della verità. Questo dire essenziale sempre insufficiente e sempre rinnovato è ciò che ci garantisce la nostra massima dignità. ” (Gli Holzwege e il Tao. Heidegger e l’Oriente).
    Insomma l’ontologo-uomo-primate non possiede “verità”, ma può rivendicare la sua indubitabile dignità professionale.

    Su Odifreddi . Posso condividere il tuo punto di vista, ma ritengo ci sia una buona regola da seguire quando si legge un autore “urticante”: stare nel merito e non nel personaggio. Anche il peggior conferenziere può dire “cose sensate”.
    Buona giornata

  15. md Says:

    sì Carlo, è una regola che tendo a seguire sempre (anche perché altrimenti non avrei mai potuto leggere una sola riga di Heidegger), ma grazieaddio il mondo della cultura e della scienza, i libri da leggere, gli intellettuali da ascoltare sono sempre in gran sovrannumero (loro tanti e prolifici, io solo soletto e con poche ore al giorno per dedicarmici), cosa che mi consente, anche se non sempre, di poter scegliere chi leggere e chi no, a chi dare un’occhiata fugace e da chi invece farmi “ammaliare”…

  16. filosofiazzero Says:

    …clic!(zzero)

  17. Luca Ormelli Says:

    @ Carlo:

    Il rassegnarsi «al fatto che non siamo altro che primati evoluti (scimmie intelligenti)» [conclusione su cui, peraltro concordo; è la rassegnazione sottesa che non mi persuade] implica ed impone una facoltà di auto-coscienza [da intendersi non hegelianamente] che si enuclea in interrogativi. Certamente a questi interrogativi – e in special modo ai “fondamentali” tra essi, quelli cioè che innescano la congerie degli interrogativi corollari – è lecito rispondere con il riduzionismo biologista. Ma esso non è che una risposta. E come tutte le risposte esse non possono che essere «banali».

  18. Carlo Says:

    @Luca

    Ogni risposta è “banale” per chi cerca l’assoluto, per chi abita stabilmente gli spazi del noumenico (ciò che è concepito dall’intelletto “puro”), fuori dalla realtà fenomenica.
    Se la facoltà di auto-coscienza ci induce ad interrogarci, questo non implica che le risposte debbano essere congruenti (convincenti a 360°) con le domande e, quindi, non “banali”. Sostiene il “primo” Wittgenstein che gran parte delle domande che la metafisica si pone sono da eliminare in quanto sono frutto di un “uso inadeguato” del linguaggio. Il linguaggio è nato dall’esigenza di descrivere i “fatti” della vita quotidiana nella comunicazione interpersonale. Non si potrebbe, quindi, dire nulla su ciò che sconfina dal reale. L’ontologia, ad esempio, si pone al di fuori dei “fatti” della “natura”. Si pro-pone, cioè, di andare “oltre” la fisiologia del linguaggio, postulando “verità” formali, autoreferenziali e senza riscontri accessibili al grande pubblico degli “umani”. La matematica, ad esempio, crea modelli che si inverano “solo” quando trovano applicazione nel contingente (ciò che si tocca sperimentalmente). I “modelli” sono spesso idee intelligenti ma vuote, se de-private del “banale riscontro”.

  19. md Says:

    @Carlo:
    l’ontologia si pone fuori dei fatti della natura – come del resto l’intero discorso filosofico, ma mi pare anche quello scientifico, per quanto lo faccia surrettiziamente – perché, com’è giusto che sia, chiede conto ad ogni sapere di spiegare quel che esso è e designa, dove sta il suo fondamento: cos’è “natura”, “fatto”, “fenomeno”, “realtà”? Proprio quel che deve essere spiegato viene nascosto sotto le fattezze e le prerogative dell’oggettività scientifica – salvo poi avere una pluralità di nature, di fattualità, di realtà, cangianti e divenienti.

  20. Luca Ormelli Says:

    @ Carlo:

    Perfettamente d’accordo sull’excursus wittgensteiniano. Ma: interrogarsi sul «reale» [quale «reale»? quello descritto dalla Gestalt, meramente percettivo?] pre-suppone l’interrogarsi sugli interrogativi che pre-pone la metafisica e ciò conduce inesorabilmente all’interrogarsi su «che cos’è metafisica». In altri termini: una sola opzione binaria [0 non-essere, 1 essere] dalla quale [alla quale?] muovere. Perché di ogni entità, astratta o tangibile, l’interrogativo primo concerne il suo “essere” entità; solo secondariamente e con volontaria epoché [all’interrogativo ontologico infatti non v’è risposta alcuna] è lecito qualsiasi ulteriore interrogativo. Ma soprassedere ad esso senza averne preso fallimentarmente atto è scientismo ingenuo.

  21. Carlo Says:

    @Md

    L’oggettività scientica fa il paio con i fondamenti che l’ontologia ricerca. L’assoluto è un postulato che non dovrebbe essere posto da chicchessia.

    @Luca

    «Che cos’è metafisica?(interrogarsi sull’interrogarsi)». Banalmente è uno sforzo del pensiero povero di senso. Ovviamente ognuno è libero di dire cose in-sensate, per il gusto di emozionarsi. Piacere tutto biologico.

  22. md Says:

    @Carlo: noi – te compreso – stiamo facendo metafisica; il linguaggio trabocca di metafisica; la scienza anche; e perfino in una percezione (che è sempre uno staccare qualcosa da un fondo, un mettere a fuoco) ce n’è.
    L’essere umano è un animale metafisico.

  23. md Says:

    E, ovviamente, ricondurre l’insensatezza del pensare al piacere biologico è una tesi metafisica.

  24. Carlo Says:

    @Md
    La tua è una tesi, riproposta più volte, che io non posso condividere. L’uomo si è arrogato il diritto di pensare che ciò che viene pensato può cogliere e padroneggiare l’essenza del “reale”. L’uomo si è inventato la filosofia/metafisica come difesa nei confronti dell’inquietante habitat che lo circonda. Un “arma” impropria per esorcizzare la paura dell’ignoto. Per dormire sonni più tranquilli. Non è l’insensatezza del pensare che io avevo collegato al piacere biologico, ma l’emozione che l’ontologo prova quando si immagina favole relative alla scoperta di “verità” metafisiche.
    L’uomo potrebbe definirsi un’animale tecnologico. La metafisica è una tecnica, come la religione o la scienza. Un’invenzione per navigare e non fare naufragio nella contingenza dell’essere. Ma soprattutto si connota come entità biologica che “annusa” (letteralmente) il cortile dove vive, dicendo a sé stesso, per farsi coraggio, : “speriamo che me la cavo”, grazie, forse, alla metafisica …

  25. md Says:

    @Carlo: non capisco perché tu pensi al pensiero metafisico come a qualcosa di arrogante; oggi mi paiono molto più arroganti e saccenti i biologi e i neuroscienziati (per lo meno alcuni di loro), e comunque trovo il concetto di “entità biologica” metafisicissimo – l’uomo non si è solo inventato la metafisica (così come l’arte, la religione, ecc.), ma anche la biologia – che non mi consta esista in “natura”, così come – ribadisco – trovo problematico parlare di “una” natura.
    Oltretutto “contingenza dell’essere” (così come necessità) sono categorie filate direttamente dal cuore dell’ontologia.

  26. Luca Ormelli Says:

    @ Carlo:

    sostenere che abbia “senso” solo quanto è riconducibile ai sensi ovvero al loro contenuto percettivo [perché, correggimi, ma la tua posizione è fortemente debitrice all’empirismo] è “una” risposta. Ma, come intendevo evidenziare nei miei precedenti interventi, qualsiasi risposta non può esimersi da un fondamento [da un fondale se preferisci] da cui staccarsi. E questo fondamento/fondale è l’interrogativo ontologico. Preso atto del quale qualsiasi ulteriore risposta [tra cui l’empirismo] è lecita. A posteriori.

  27. Carlo Says:

    @Md
    “il concetto di “entità biologica” è metafisicissimo, come la metafisica, l’arte, la religione, ecc.”.
    Con la differenza però che noi possiamo verificare di persona cosa pre-dichiamo perché siamo coinvolti in prima persona nell’entità nominata. Vecchio discorso: il mio corpo io lo sento, senza bisogno di concettualizzare. Il cagnolino “sente” di dover espellere i resti del cibo, e procede senza bisogno di “ontologizzare”. Anche i metafisici, del resto, procedono in tal senso.
    “contingenza dell’essere”, tradotto senza sofismi, vuol dire precarietà e finitezza dei viventi, “verificabile da subito” osservando, smarriti, i resti del nostro adorabile cagnolino, prima citato, travolto da una macchina (banalizzo).
    La metafisica pre-tende di essere “sopra”, in realtà viaggia in parallelo con le altre invenzioni “neuronali” del nostro modesto cervello.

    @Luca
    “qualsiasi risposta non può esimersi” dai fondamenti, se questi (fondamenti) potessero essere empiricamente verificati. In realtà sono solo “postulati”( cioè, “posti” e non testati). Idee platoniche puramente virtuali. Potremmo, per esempio, supporre che “tutto” è a posteriori, perché a priori “nulla” è certo.
    Insomma la metafisica non è un “sovrano”, a cui cedere lo scettro della verità.

  28. Luca Ormelli Says:

    @ Carlo:

    mi ripeto citandomi: «sostenere che abbia “senso” solo quanto è riconducibile ai sensi» non è contenuto dei sensi. La logica sottesa alle tue argomentazioni Carlo è figlia di quella ragione della quale possiamo affermare – e concordo – sia il più sofisticato espediente conservativo messo in atto dalla specie tassonomicamente auto-classificatasi come “Homo sapiens”. Ma alla logica [e pertanto agli interrogativi ad essa correlati] non puoi sottrarti altrimenti che mediante un deliberato [e dunque logico] atto di sospensione della stessa. Quando, nella tua replica a Mario, scrivi che «il mio corpo io lo sento» non fai che ricadere nel processo cognitivo e nelle sue susseguenti mediazioni comunicative [linguaggio verbale e/o scritto, significazione alfa-numeriche]. Niente di più innaturale quindi. La frattura, a mio avviso, da cui germina l’equivoco è nella torsione che ha subito l’identità parmenidea di essere e pensiero attraverso il cogito cartesiano. Quel che in Parmenide era identità [nei greci non sussisteva de facto distinzione alcuna tra soggetto e oggetto; quest’ultima è il travisamento del concetto di hypokeimenon] con Cartesio diviene solipsismo e con Berkeley empirio-criticismo. Quanto al platonismo implicito nelle mie affermazioni ti chiedo di evidenziarmi dove io sarei platonico. A meno che non voler assumere come “dato” incontrovertibile la “datità” del “mondo” non corrisponda alla tua IDEA di platonismo.

  29. Carlo Says:

    @Luca
    io “sento” viene da me pre-dicato per comunicare con te. Uso il logos, altrimenti sarebbe solo “silenzio”. Io ho in comune con un cane che guaisce, per una ferita subita, la sensazione del dolore, che è assolutamente pre-verbale e intrisecamente biologica. Quando descrivo l’evento sono costretto a concettualizzare. Sotto il logos abita la “pura” vita (bios).

  30. md Says:

    La “pura vita” è “pura metafisica”.

  31. filosofiazzero Says:

    “pura vida”

  32. md Says:

    viva la vida!

  33. rozmilla Says:

    Una banalità, a cui stavo pensando mentre lavavo i piatti, è che: senza questo sangue che scorre nelle vene, questo respiro, queste interconnessioni neurali, eccetera, ossia tutte le modalità di questo nostro essere in codesto particolare modo di essere, non ci sarebbe alcun pensiero, alcun pensato alcuna ontologia, né antologia. E che lo sfondo da cui, eventualmente e non necessariamente, può staccarsi un domandare e un darsi risposte, è sostanzialmente questo. Per cui basterebbe essere costipati, avere un malessere, essere condizionati da un suono, da un colore, da un odore, per provocare eventuali e non necessarie, ma inevitabilmente posteriori domande e differenti risposte.
    E il fatto che (anche) tramite questa cosa che qualcuno chiama metafisica poniamo domande e diamo risposte di un qualche tipo, non sarebbe possibile senza le facoltà cognitive di un certo tipo che precedono qualsiasi metafisica, qualsiasi domanda e qualsiasi risposta, qualsiasi arte, qualsiasi poesia.
    Quindi, forse, non è nemmeno necessario pensarlo, né dirlo, ma: può darsi che l’essere sia pensato in un universo già dato, e che in assenza di particolari modalità di essere non sarebbe possibile pensare l’essere né i modi dell’essere, nei modi in cui lo e li pensiamo 🙂

    viva la vida!

  34. Carlo Says:

    @Md
    La “pura vita” è “pura metafisica”. Che fai, provochi?Mi cacci dal Circolo Metafisico? Mi collochi nel “ghetto” dei riduzionisti senza arte ne parte, con tanto di contrassegno da tenere al braccio?
    Fai propaganda per il movimento “Metafisica per l’Italia/Vota Mario!”, contro i disfattisti/minimalisti?
    A parte gli scherzi, Rozmilla, interloquendo, mi ha tolto le parole di bocca. Se non ci fosse, come donna e come essere “cognitivo/neurale”, sarebbe un guaio per tutti. Lavando i piatti, ha il senso della “vida” a portata di mano e lascia le accademie agli accademici, che, non usando detersivi, hanno idee certamente non “splendide”:
    Buona “vida” a Rozmilla!

  35. md Says:

    @Carlo: cioè, mi stai dando dell’accademico? 🙂
    tra l’altro non è possibile cacciare dal circolo dei metafisici chi continua a parlare (male o bene, poco importa) di metafisica. In genere i più tremendi ontologi sono proprio i detrattori/distruttori dell’ontologia…

  36. filosofiazzero Says:

    …fisica della metafisica, era stato pensato, anche, fosse, fattibile, ma pensiero del pensiero, anche questo, e di seguito, mentre intanto il mondo accade, ci sembra, a noi, o accade da solo, che è uguale, o trovatemi voi la differenza, se ne siete capaci, o nemmeno, che è meglio (non si scappa, non si pole scappare, mai,
    bere vino, bisogna, fino a perdere coscienza, cosiddetta)

  37. Carlo Says:

    @Md
    “Se il cuore è tremante e il pensiero è un sentiero d’erbe, interrotto, di quelli frequentati nel bosco dai legnaioli
    legnosi, sentieri che si perdono e portano alla loro stessa fine: nient’altro:
    significanza demente dell’uomo maldestro di assomigliare a un dio.
    Giulio Guberti ‘85

    “Mi stai dando dell’accademico?” Assolutamente no.

    Semplicemente, la questione è questa: tu credi (fede) nella capacità dell’uomo, che si interroga sul senso dell’essere, utilizzando formalismi logici, di traghettarsi, così facendo, in un (altra) terra “incantata” (oltre i fenomeni reali), dove diviene possibile contemplare “fondamenti” e “verità ontologiche” (Platone docet). Le scienze matematiche percorrono spesso la stessa via, che s’invera solo quando le formule riescono a rappresentare fenomeni fisici che sono riconducibili all’orizzonte gestito dai nostri sensi. Altrimenti quelle formule esprimono formalismi appesi al cielo.
    Io ipotizzo, al contrario, in sintonia, in parte, con l’antiessenzialismo pragmatico, applicato a nozioni come ‘verità’, ‘conoscenza’, ‘linguaggio’, ‘moralità’, e, in parte, con il neopositivismo filosofico di Carnap, che ciò che non è verificabile, tramite l’esperienza umana, è un “sentiero interrotto nel bosco (Holzwege)”.
    Abbiamo visioni in-conciliabili, credo. Tu, certamente, sei un inguaribile ottimista, io, al contrario, per non smarrirmi nei “boschi”, mi accontento di coltivare l’orticello di casa.

  38. md Says:

    @Carlo: non proprio: io penso (il pensiero non è una fede, ma un processo) che tutto debba essere sottoposto ad esame critico, compreso lo stesso pensiero che pensa – che dunque trova in quel pensare il limite, le pareti estreme oltre cui non può andare. Che non vuol dire che io contemporaneamente non viva, non senta, non abbia fedi, non coltivi orticelli e non mi perda (sia metaforicamente che realmente) nei boschi. Ma tutto questo “accade” ed è piuttosto muto senza quel pensiero interrogante.
    Poco poi mi interessano gli ontologi o gli empiriocriticisti o i neopositivisti o i mistici di professione – molto più indagare i processi che vi stanno dietro, e i processi che stanno dietro ai processi… ad infinitum.
    E quando mi stanco… beh, mi metto a cucinare.

  39. md Says:

    D’altro canto, lo ripeto, i distruttori dell’ontologia e della metafisica mi sono sospetti almeno quanto i mistici dell’essere, poiché riducono 2500 anni di storia del pensiero a formule o concetti (quali esperienza, bios, fatti, linguaggio, prassi, materia, ecc.) che (oltre che essere comunque concetti e non funghi) abbisognano a loro volta di giustificazioni. Mi pare facciano un po’ come quegli pseudoscientisti presi di mira da Hegel – i frenologi su tutti – per aver ridotto lo “spirito” ad un “osso” – che è poi quello che fanno i neuroscienziati più invasati, quando ci mostrano le loro mappe illuminate e colorate del cervello, dicendoci: “ecco, questo è l’amore!”.

  40. Carlo Says:

    @Md

    ho ben afferrato il tuo punto di vista e lo rispetto.
    Buona serata.

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