Narcisismi 4 – Autàrkeia multitasking

multitasking

L’autàrkeia è una condizione esistenziale tipica della nostra epoca, ma non mi pare si tratti dell’autàrkeia antica – piena autosufficienza ed autodeterminazione, che però sia basata sulla profonda conoscenza di se stessi e del proprio rapporto con l’ambiente esterno – quanto piuttosto di una forma radicale di individualismo ostentato, di narcisismo che non può fare a meno di salire su un palcoscenico, e che dunque non si bea soltanto di se stesso o della propria immagine, quanto del supposto e speculare bearsi del pubblico per quel sé e la sua aura così tanto ostentati. Un Narciso che non si specchia solitario nelle acque, ma nello sguardo degli altri.
Parto dall’annotazione di un amico, risalente a qualche tempo fa, che nell’incontrarmi per strada mentre ascoltavo musica con le cuffie, mi guardò divertito e mi diede dell’autarchico. In effetti, il gesto di sigillare la percezione quando si ascolta, ad esempio, della musica, è simbolico della condizione narcisistico-autarchica della nostra epoca (naturalmente non è possibile generalizzare o dedurre teorie universali da singoli fenomeni sociali). “Io sto ascoltando la musica giusta, tu non puoi ascoltare quel che ascolto io, e non puoi che ammirare il mio gesto” (salvo invertire le parti, e fare altrettanto).
Ma quel che mi fa sospettare che l’autarchia moderna sia radicalmente differente da quella classica, risulta visibile nel fenomeno apparentemente contrario dell’esibizionismo. In realtà i due comportamenti sono intrecciati e spesso convivono nelle medesime persone e pratiche sociali. Gli stessi sistemi tecnologici che sigillano (almeno in parte) i sensi, li ostendono poi urbi et orbi in una forma patologica di espressione di sé, ed in particolare del proprio mondo emotivo.
Questo sospetto mi era balenato già molti anni fa, agli albori dell’epoca del telefono cellulare, quando assistei con profondo imbarazzo, dal sedile di un treno Milano-Roma (non ricordo come si chiamasse all’epoca), alla scena di un litigio telefonico con separazione finale. Si trattava di un’avvenente ragazza, sulla trentina, che stava animatamente parlando con il fidanzato, e che si trovava di fronte a me; il treno era oltretutto pieno come un uovo, cosicché non potei nemmeno cambiare di posto. (E già qui avevo notato il rovesciamento che si andava producendo in tali comportamenti: non era lei a doversi spostare ritirandosi pudicamente a parlare dei fatti propri, quanto piuttosto io, il casuale ed inerme avventore). Oltretutto la cosa non fu nemmeno breve: da quel che ricordo occupò una buona metà del tempo di viaggio, impedendomi così di dedicarmi al rito geloso della lettura sul treno (altra forma di autarchia), distratto com’ero dai casi (e cazzi e mazzi) ostentati da quella bruna occhialuta dagli occhi verdi (mentre i miei occhi non sapevano più dove posarsi).
Ora, con i letali social network quella modalità è diventata corrente, ed anzi una pratica sociale diffusa e pienamente condivisa. Un ulteriore capitolo della radicale trasformazione delle forme sociali di pudore e di interiorità, con il relativo spostamento delle rispettive linee di confine, peraltro sempre più sottili (se ne era parlato a più riprese in questo blog, specie sull’onda di alcune riflessioni di Umberto Galimberti in merito).
Entrambi questi lati – l’isolamento digitale (musicale e comunicativo) e l’apparentemente opposto comportamento pornografico-emotivo – sono figli del narcisismo ossessivo che pervade il nostro tempo, e che rivelano spesso una profonda incapacità di gestire con misura razionale ed equilibrio le relazioni, soprattutto il filo che tiene legati gli altri (e l’alterità in genere) a sé. Che è poi il medesimo filo che lega sé agli altri. Cosa che ci allontana radicalmente dall’ideale antico dell’autàrkeia.
Figlio di questo figlio – narcisismo di secondo livello – è quel che appare sempre più come un vero e proprio eccesso relazionale, come quando si comunica contemporaneamente con n persone: parlo con te, rispondo a un sms, controllo le notifiche su facebook, posto un commento e magari con uno degli auricolari mi sparo pure una canzone – quasi tutto in contemporanea; quel fenomeno particolarmente detestabile, ed anzi terrificante, che va sotto il nome di multitasking, e che si può spesso notare quando si ha a che fare con gli adolescenti. E che è terrificante non tanto come tecnica in sé, ma come modalità di relazione: parlo a tutti e non parlo a nessuno – se non a me stesso. Ma io, poi,  che cosa vedo dentro e dietro i nuovi specchi del narcisismo autarchico e digitale? Di quali nuovi corpi e nuove menti e loro interconnessioni stiamo parlando? Quali nuove figure dell’identità?

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5 Risposte to “Narcisismi 4 – Autàrkeia multitasking”

  1. giuliagunda Says:

    La nostra intera vita è una continua ricerca di approvazione e ammirazione. Gli altri non ci interessano minimamente. Siamo egoisti, egocentrici, narcisisti più che mai. Non so se sia una caratteristica tipica della nostra epoca, ma può tranquillamente darsi. Visto che ormai siamo tutti artisti, poeti, scrittori e filosofi.
    Comunque, concordo: il “multitasking” sociale degli adolescenti è destabilizzante!

  2. Bonoli Simona Says:

    Credo che questo preoccupante e pervasivo narcisismo autarchico sia la conseguenza di una confusione evolutiva che caratterizza questo particolare momento storico. Il passaggio dal post-moderno al 2.0 è stato così rapido per i nativi non digitali che l’adattamento al nuovo modello comunicativo e di strutturazione-percezione della personalità non è stato possibile.
    Il problema che si pone di fronte al multitasking e alla superficialità adolescenziali (ma non solo purtroppo), penso derivi da questo deficit di adattamento da parte delle tradizionali figure-guida che solitamente sono responsabili della formazione affettiva, relazionale epersonale; mi riferisco a genitori, insegnanti, personaggi pubblici, adulti in genere.
    Personalmente ho notato un duplice approccio di noi, nati e formati nell’epoca del biblos, alla comunicazione multifunzione: alcuni si sono estraniati, bollando il fenomeno come ‘malattia dei tempi’; altri ci si sono tuffati e, cercando di rimanere ‘al passo con i tempi’, hanno archiviato come obsoleto il precedente metodo comunicativo-relazionale. I limiti di entrambi gli approcci risultano evidenti.
    Purtroppo in un modo o nell’altro si è abdicato al ruolo educativo, di comrensione e guida del cambiamento. A mio parere ciò che manca alle nuove generazioni è un collegamento vivace con il ‘vecchio mondo’ culturale; mancanza da addebitare alle generazioni precedenti, incapaci di costruire un paradigma comunicativo nuovo, un terreno comune, un linguaggio capace di dare un senso ad entrambe le culture.
    I multitaskers non vanno nè imitati nè abbandonati (pena la deriva di insensato superficialismo a cui assistiamo), ma compresi e giudati attraverso uno sforzo adattivo non indifferente, ma sicuramente necessario.

  3. filosofiazzero Says:

    Ma noi abbiamo superato (o no?) perfino la venuta della televisione,eppure eccoci ancora qui, a dire le stesse cose che si dicevano prima, e prima ancora.Quali colpe abbiamo noi, che ci siamo dovuti adattare a un mondo di merda?

  4. Simona Bonoli Says:

    Il mondo era di merda anche prima, è per questo che siamo ancora qui a dire le stesse cose…la sfiga è che siamo capitati in un passaggio particolarmente problematico, ed il problema è comunicativo, non strutturale (così mi è sembrato di capire dai ragazzi). Le nuove generazioni non si possono adattare a quelle vecchie, se no la storia si ferma; il che potrebbe essere una prospettiva auspicabile, ma del tutto utopica (o egoistica?). Fatto sta che tocca a noi più grandi gestire il compromesso…ammetto che anche riuscire in questa impresa possa risultare utopico, ma non si può neanche gettare la spugna…per orgoglio!

  5. md Says:

    Le osservazioni di Simona Bonoli sono senz’altro condivisibili, ma concordo con filosofiazzero: siamo ultrafessibili e ultraadattabili.
    Dopo di che: è probabile che ogni generazione, di fronte alle novità tecnologiche e ai rivolgimenti, abbia avuto la sensazione di una deriva, di un tramonto di valori, ecc.ecc.
    Oggi leggevo un paginone sul Corriere in cui si parlava di un gruppo di prof allarmati dal multitasking e dal calo di concentrazione degli studenti e che vorrebbero correre ai ripari con una sorta di vademecum per le scuole.
    Mah! forse hanno la memoria corta, non mi pare che quando io andavo a scuola negli anni ’60/’70 le aule fossero dei templi sacri dell’apprendimento (salvo nelle scuole d’élite, ma quelle c’erano già nell’antica Grecia). Forse andrebbero fatte delle riflessioni più generali sulla scuola di massa, oltre che sullo sconvolgimento delle forme di lettoscrittura e di trasmissione dei suoni e delle immagini, e dunque di comunicazione.
    Sul problema della causalità (evocato sempre nel paginone) ho poi dei seri dubbi: vero è che il nostro è un mondo della simultaneità che tende a mandare in soffitta il principio di causalità, la consecutio, la logica, ecc. – ma non è che nei secoli passati i popoli brillassero per capacità deduttive o analitiche. Daccapo, il problema è delle striminzite minoranze ultraacculturate e delle grandi maggioranze piuttosto acritiche (ma non è certo colpa di google o di facebook).
    Certo, c’è chi dice giustamente che sarebbe bello che non ci si specializzasse (e riducesse) troppo ad una sola forma e/o linguaggio: e dunque saper scrivere a mano, saper fare di conto a mente, usare ipad e smartphone, e magari anche la macchina da scrivere oltre alle tecnologie tattili-digitali.
    Onnilateralità intellettiva e comunicativa. Bello e utopico. Magari nel prossimo millennio…

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