Macchine per essere

rire-homme-machineVuoi che ti dica una cosa? Più lo si analizza, questo corpo moderno, più lo si esibisce, meno esso esiste. Annullato, in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione.

Che cos’è un corpo? che cosa può un corpo? che rapporti intrattiene il corpo con la mente? siamo riducibili ad un corpo? che significato ha il corpo (nella nostra cultura)? E si potrebbe andare avanti ancora.
Daniel Pennac non aveva forse intenzione di scrivere un romanzo filosofico che fosse in grado di rispondere a queste domande – ma certo la sua Storia di un corpo (Journal d’un corps, nel titolo originale) non può non avere profonde implicazioni filosofiche ed antropologiche.
Ed è curioso (ma forse inevitabile) che sia proprio uno scrittore francese – dopo lo scissionista e meccanicista Descartes, il sensista Condillac, il materialissimo homme-machine di La Mettrie – ad occuparsi del corpo prescindendo dalla mente, dai sentimenti, dalle emozioni, e da tutte le relative elucubrazioni che occupano gran parte del reticolo neuronale (per lo meno di quello che attiene alla cosiddetta coscienza).
Cosa impossibile, naturalmente, visto che il protagonista – registratore impassibile ed ultraoggettivo lungo una settantina di anni di quel che succede al proprio corpo – ne è spesso stupito, e non può, anche volendo, scindere del tutto il complesso mentale da quello fisico-meccanico (ché di un tutt’uno si tratta).
Pur tuttavia l’esperimento (sia intellettuale che letterario) è parecchio interessante, anche perché immagina che si compia nel corso di un’intera vita, dagli inizi dell’adolescenza fino alla tarda vecchiaia, mostrandoci così come la percezione di sé (del sé corporeo) si modifichi e soprattutto sia più vigile ed attenta durante i picchi di vitalità (le sorprese del corpo che cresce e si espande, la scoperta del proprio corpo tramite il corpo dell’altro – ovvero la sfera della sessualità – per poi passare lentamente alla fase della fragilità e del declino).
Vi è poi il discorso sottotraccia – ma ben individuabile – del mutamento del corpo in termini culturali: i figli, i nipoti e i bisnipoti del protagonista (di cui ci viene taciuto il nome, non a caso) stanno a testimoniarci che il significato del corpo muta con il succedersi delle generazioni ed il cambiare dei tempi, delle usanze, dei costumi, dell’immaginario. Il corpo è iscritto a tutti gli effetti dentro questo flusso (basti poi pensare alla sua recente integrale medicalizzazione o al mito salutista, alle palestre, al narcisismo, alla caduta del pudore, e così via – tutti elementi che ci fanno pensare al corpo anche in termini di processi e mutamenti culturali).
imagesSe ne potrebbe concludere che un nudo corpo (così come una nuda natura) non possano quasi esistere – senonché il narratore e cronachista ci racconta quel che succede ai propri organi, alla propria macchina corporea, entrando fin nel midollo delle ossa, sondando con acribica pazienza le caverne oscure e i misteriosi penetrali che si nascondono sotto la pelle, al di là della traslucida pellicola dell’apparenza. Ma il corpo necessita sempre di un medium narrativo, quasi che l’abbia inventato apposta, altrimenti non sarebbe stato in grado di comprendersi così a fondo: la coscienza, la mente, il pensiero (più o meno lucido) sono i grandi narratori di quel che succede lì sotto e lì dentro – fino a farne materia persino per un romanzo. Un corpo un romanzo – miliardi di corpi miliardi di romanzi e di scritture. L’irriducibilità degli individui – la loro essenza, la loro anima – sta forse tutta qui: nel raccontare che cosa siano i loro corpi, le loro “macchine per essere”…

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Una Risposta to “Macchine per essere”

  1. filosofiazzero Says:

    Valentino Braitenberg (1926 – 2011) è un neurologo e studioso di cibernetica italiano. È noto al pubblico dei non specialisti per il suo libro “I veicoli pensanti. Saggio di psicologia sintetica” in cui descrive alcune macchine analogiche composte da una combinazione di sensori e di attuatori (motori elettrici). Si tratta di robot reattivi caratterizzati da una connessione diretta tra le componenti sensibili e quelle che ne governano il movimento. La connessione tra sensori e attuatori può essere di tipo eccitatore (più il sensore è eccitato, più la velocità del motore aumenta) o inibitore (meno il sensore è eccitato più la velocità diminuisce). Inoltre i sensori possono essere connessi agli attuatori in modo diretto o incrociato. Le varie combinazioni permettono di realizzare alcuni tipi di veicoli, ciascuno dei quali mostra un diverso comportamento: PAURA, AGGRESSIVITÀ, AMORE, CURIOSITÀ, ecc.

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