Il punto in 18 punti

[Pensieri di fuoco nascono dai ghiacci. Almeno a me capita così. Sia il mulinare della neve – che apre inusitate prospettive filosofiche – sia le lande ghiacciate, sortiscono nella mia mente effetti stranianti e febbrili.
Camminavo, appunto, sui ghiacci di fine dicembre, in un paesaggio lombardo che ricordava vieppiù la tundra o la taiga, quando mi sovvennero pensieri urgenti con pressanti richieste di fare il punto. E così, un po’ come capitò con le 19 tesi di qualche anno fa, ecco una breve summa del punto filosofico a cui sono ora giunto. Un punto che è solo la fine provvisoria di un nuovo inizio].

1. Tutto sta nella correlazione originaria. Qualcosa (qualunque cosa) è connesso a qualcos’altro (qualunque altra cosa) e pare spingere in direzione di un fondamento – un ab-solutus – quasi a bramarlo come suo proprio completamento; ma può una correlazione – dunque un rinvio da un capo all’altro – fondare ultimativamente qualcosa?

2. Eppure la questione ab origine si presenta in siffatta guisa: un io che pensa, da una parte e, dall’altra, un pensato che è un essere-totalità-indistinzione da cui l’io ha la pretesa di distaccarsi. Senonché “io” è punta acuminata di un corpo (un indivi-duo), che è già da sempre immerso, sommerso, conficcato entro una corporeità diffusa – un essere, un tutto, una nebulosa di corpi, di enti, di oggetti, di viventi.

3. Ma dire – e “dire” è già problematico, perché ogni dire ha bisogno di essere fondato, giustificato, pena il suo contra-dirsi – che “io” è e che dall’essere sporge un “io” (correlazione originaria) ha tutta l’aria di essere una tautologia inconcludente.

4. Prendere una direzione – la via dell’essere – e spingerla fino in fondo, verso una materia o un’idea oggettiva che ci sovrasta (dopotutto cos’altro è la materia se non un’idea, un concetto, e l’idea reciprocamente una sostanza, una materia?);
o l’altra – la via cerebrale dell’io e della mente – fino all’estremità soggettivizzante della dissoluzione (è “io” che nomina e senza “io” non c’è nulla, o l’essere finisce per essere indistintamente nulla)
– queste sono state le principali (ed inconcluse, oltre che inconcludenti) direzioni della ventura del sapere umano – con tutte le varianti ad esse riconducibili.

5. Il pensiero dell’essere gira a vuoto: l’essere è insapore inodore incolore – è un nulla. L’essere è nulla. Pura trasparenza concettuale.
Quello dell’io, gira altrettanto a vuoto – cosa sono “io” se non “io”? eco che si risponde? E come posso “io” essere un corpo, poiché penso di avere un corpo?

6. Non c’è un ab-solutus, poiché ogni cosa (e ogni teoria, concetto, e dunque lo stesso ab-solutus) si dà in correlazione con ogni altra cosa.
Ma si profila una duplice obiezione:
a) dire che non c’è un ab-solutus non è forse a sua volta un ab-solutus?
b) dire che ogni cosa è correlata non comporta forse che sia la correlazione ad essere ab-solutus? E che, dunque, l’infra-struttura diventi la struttura?
Ad a) si può rispondere che questo mio dire (come ogni dire) resta comunque un ab, un da (cui) opinabile e contingente come ogni altro dire (e contraddire), e il da (cui) non può fondare un ab-solutus, essendo semmai questo (qualora esistesse, ma la cui esistenza è inintelligibile ed indimostrabile) a fondare quello.  A b) si può replicare che la correlazione è ciò che “io” vedo correlato; sono dunque io, in qualità di monade relativa e determinata, a stabilire correlazioni, per quanto questo “io” sia già da sempre, a sua volta, correlato.
Ma l’essere con-fuso nella correlazione non implica alcuna possibilità di dedurre un ab-solutus, (causa sui) – se non in termini di immaginazione.

7. L’ab-solutus è dunque una contraddizione in termini: essendo esso ciò che costitutivamente è sciolto da (ogni cosa), è sciolto anche da ogni pensabilità, dunque io non posso nemmeno concepirlo – o ciò che concepisco quale ab-solutus è un concetto umbratile e fantasmatico.

8. Ma ciò che brucia è la questione del senso. Ammesso, cioè, si possa dire che l’essere è ed è una totalità (verità peraltro minimalista e tautologica e autoconclusiva), il corpo (autonominatosi cosciente) che da esso sporge, sollevandosi sulle punte dei piedi e torcendo gli occhi fino alle estremità del firmamento, quasi fosse una spina conficcata nelle carni dell’essere, chiede
– perché? che senso ha? donde e verso dove? per caso o necessità? con quale fine?
La domanda lo squassa, lo solleva alle altezze della metafisica – dissanguandolo e scarnificandolo  – e poi lo scaraventa a terra, affranto e in lacrime.
È questo il gran teatro del mondo – ma non c’è regia, non ci sono spettatori, né attori principali. Solo evanescenti comparse. Ed è questa la risposta di un cosmo che gli appare vieppiù come un caos generato dal caso, o, a dar retta alla scienza, un succedersi di situazioni contingenti.

9. L’essere è del tutto muto, da questo punto di vista. Solo le sue parti – e la correlazione di quelle parti, le giunture visibili e quelle (supposte) invisibili – ci dicono qualcosa, ci parlano un linguaggio a misura dell’umano. Poiché altro non sono che speculum, duplicazione, reciprocità. Esistono dunque solo significati minori e parziali, prossimi all’umano (poiché filati dall’umano) – che però, per loro stessa ammissione e costituzione, paiono rinviare ed alludere ad un senso maggiore e totale. Circolo viziosissimo.

10. Ci si può, in alternativa, rivolgere alla molteplicità. Al qui e all’ora delle cose – all’entitudine, alla moltitudine, alla verditudine, all’animalitudine – ai variegati sapori, colori, profumi delle cose e degli enti, alle loro cangianti forme e figure. Accontentandosi (o beandosi) di membra disjecta, ed accantonando la totalità (il senso di essa) come pura illusione – se non addirittura come oggetto ostile. “Io” altro non sono che un innesto in quella stessa entitudine, confuso tra gli enti, ente tra gli enti. E la risposta alla domanda – la domanda essenziale – si disperde come flebile voce tra quegli stessi enti.

11. Tutto continua a muoversi entro la correlazione (e contraddizione) originaria: “io” chiede su “essere”, ma essere risponde con l’eco vuota di sé o con le sue parti sparse e disperse. Oppure, risponde vanamente (e narcisisticamente) “io”.

12. La domanda – perché l’essere, perché sono qui e perché mi chiedo dell’essere e del mio essere qui – sporge sempre. Quasi fosse un extrasistole, un fuoriprogramma, una dissonanza, un vero e proprio clinàmen.
“Io” è scisso tra questa parte eccedente di sé e la parte conficcata nelle cose – e sembra che solo su questo fronte possa ottenere qualcosa. La parte superna gira a vuoto, mentre l’altra gira entro meccanismi che appaiono però predeterminati. E ciò è inaccettabile. L’io oscilla così tra la vana libertà dell’ergersi e il duro camo della necessità della terra e del bìos.

13. Dunque? Se non c’è una totalità da salvare (o, meglio, da cui salvarsi), se non ci sono inferni (o paradisi) totalizzanti, né sulla terra né in cielo – non resta allora che dedicarsi alla coltivazione di “sensi minori” e locali. Seguire le giunture, i nodi, le correlazioni, determinare ciò che è determinabile dall’indeterminato, lasciandosi questo alle spalle. Relegando nei cieli dell’oblio ogni ab-solutus, dio, totalità, essere, infinito. Coltivare il proprio orto o giardino. Sia in sé che fuori di sé.

14. Ma il giardino coincide con il pianeta-mondo. Che è comunque una forma di totalità. Non ci si può più sottrarre alle responsabilità che derivano da questo processo epocale.
La supposta correlazione originaria si fa reale e concreta interrelazione che si sostanzia in un intelletto attivo in continua espansione e in un corpo sociale potenzialmente globale. Il pianeta-mondo non possiede più angoli nascosti o in ombra. Tutto è sottoposto al dominio della ragione e della tecnica – tutto è illuminato e correlato.
Ma la correlazione, ad onta di ogni apparenza (ed ancor più della promessa tecnoscientifica della felicità globale), non è affatto neutrale: se l’irrelatezza è il male (un male totalmente umano, ma del tutto indifferente secondo un’ottica cosmica), esistono modalità gerarchiche della correlazione che ne fanno un simulacro dell’irrelatezza.

15. Ogni monade, ogni centro vitale è un principio di correlazione, pura potenza di stabilire relazioni e di realizzare il proprio sé entro queste relazioni. Il funzionamento di ciò che gli umani intendono per “natura” contempla meccanismi innati e millenari già da sempre correlati.
La presunzione umana è quella di costruire nuove forme di relazione a partire da quella base ontologico-naturale. La contingenza entro (o contro) la necessità, la libertà oltre il determinismo. Ma tali modalità di essere e di relazionarsi abbisognano di un radicale superamento di ogni forma di totalità e di ab-solutus, di ogni riduzionismo – sia esso teologico, ontologico o biologico. Anche la “natura” deve essere sciolta da questi vincoli originari ed archetipici, pena il ri-precipitare nella solita dinamica teologica. Il Dio-Natura (o il Dio-Scienza) al posto del Dio-Spirito.

16. In ultima analisi l’essere umano e il pensiero (il teorizzare ciò che da sempre lo ricomprende, prescindendo da sé – quasi un gioco di prestigio, un pensare estremo al di fuori della portata del cervello, un pensare quantomai liminare) oscillano eternamente tra due polarità: una gravitazionale e l’altra centrifuga, una che lo schiaccia sull’ordine cosmologico, l’altra che lo proietta verso traiettorie della possibilità. Nell’un caso e nell’altro non c’è giudice che possa decidere dell’eventuale illusorietà.
Sentirci fatti di entrambe le materie – quella delle necessità e quella della libertà, un mostruoso impasto di terreno e celeste – può essere una soluzione che soddisfi in parte la nostra psiche. Là dove l’ontologia pare girare a vuoto, giunge a supplire l’etica. Ma può darsi un’etica senza un’ontologia che la supporti?

17. L’unica ontologia ragionevole, secondo quanto abbiamo fin qui argomentato, appare quella della correlazione. Un’ontologia locale, limitata nel tempo e nello spazio. Un’ontologia contingente (se non fosse quasi un ossimoro). Enti correlati in un diveniente orizzonte di senso, entro cui istituire nuove relazioni. Ciascun ente – ciascuna forma di vita – trova dunque in sé la misura e il diritto irrevocabile del proprio apparire nella sfera dell’essere. La relazione di ciascun sé a ciascun altro-da-sé è a sua volta la misura dell’unica giustizia che sia possibile realizzare in terra. Intelletto attivo e corpo comune, moltitudine di corpi e di menti in uscita da ogni ghénos, da ogni gerarchia, da ogni separatezza ed irrelatezza.

18. Come tutto ciò si possa concretamente realizzare in istituzioni, pratiche e stili di vita – orizzontali e non più verticali – è il compito e il destino che la specie è ora in grado di darsi. Un destino non garantito e afflitto da radicale incertezza, ma su cui è possibile scommettere. Un destino che, proprio perché liberato da ogni ab-solutus, è addirittura suscettibile di rivestirsi di fascino e di splendore.

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9 Risposte to “Il punto in 18 punti”

  1. rozmilla Says:

    Bello, molto bello.
    Non posso dire di comprendere tutto, e ammetto di aver dovuto leggerlo un paio di volte e vale la pena di rileggerlo altrettante.
    Ma sai bene che non posso che condividere la rilevanza della relazione fra gli enti, rispetto a monadi e enti isolati.

  2. Carlo Says:

    Caro Md, lancio una provocazione, spariglio le carte.

    Ci siamo bevuti il cervello? Abbiamo smarrito la via oppure, quella via, non è mai esistita? Ci siamo baloccati con i “concetti”, mentre la cicuta,a nostra insaputa, veniva versata nei nostri calici (amari)? Siamo qui, da tempo, in un accademia della “crusca” imperitura, come un’orchestrina “demodé”, mentre il Titanik (l’Occidente) affonda. C’è puzza di cadavere nei salotti buoni: la ricerca dell’assoluto (l’essere-in-sé) ha distratto tante “anime belle” dal compito di sporcarsi le mani con gli enti di natura. Hanno abbandonato il mondo (lacrime e sangue”) al suo destino annunciato da sempre, al pensiero “unico”(mercato) , che ha contaminato tutto l’Occidente e distrutto ogni prospettiva .
    Oggi il misfatto è sotto gli occhi di tutti, ma quanti sanno quello che fanno?
    Non occorre forse invertire la rotta, purificare l’aria ammorbata dalle “teorie” e tornare alla Madre Terra? Ri-condurre la filosofia al suo compito originario: salvare l’uomo da sé stesso, dalla sua insensatezza e protervia, pena l’estinzione della specie?
    Diogene cercava l’uomo, ma quando mai lo ha trovato?

  3. md Says:

    @Carlo: “ma quanti sanno quello che fanno?” – ecco, la domanda è sempre quella, ma secondo te per rispondere (per “sapere” ed avere più coscienza) occorre più o meno teoria?
    Si può anche perseguire la via della “ritirata” e della “destituzione” (Enzensberger ne aveva parlato anni fa in un piccolo saggio che amo sempre citare, scritto a ridosso dei grandi rivolgimenti di fine secolo) – ma anche questa via comporta più pensiero, non meno.
    Marx scrive da qualche parte – e oggi ha molta più ragione di ieri – “dove molti pensano prima o poi qualcuno agirà…”

  4. Carlo Says:

    @Md

    Data la drammaticità del presente, il pensiero si deve “incarnare”, farsi “prassi”. Non può vivere sospeso nei massimi sistemi. Deve proporsi, predisporsi “per i molti che non pensano” (ti cito).
    Occorre un pensiero “concreto”, cioè appropriato rispetto agli eventi, da offrire agli utenti della rete. Fuori dalle dissertazioni accademiche, che vagheggiano l’isola che non c’è. Una “squilla” che risvegli le coscienze e orienti l’opinione confusa dei giovani.

  5. md Says:

    @Carlo: sono d’accordo. È il motivo per cui filosofo con i bambini e mi relaziono ogni giorno con gli adolescenti. E tra le domande che non mi pongo è se servirà a qualcosa.

  6. Luca Ormelli Says:

    @ Carlo:

    Affinché un pensiero sia «concreto» (concordo nonostante più di una perplessità) o come specifichi in seguito «appropriato rispetto agli eventi» sarebbe opportuno identificare questi «eventi» per i quali suona la «squilla».

  7. Carlo Says:

    @md
    Me ne compiaccio!
    Buona giornata

  8. Carlo Says:

    @Luca

    Per “concretezza di un pensiero intendo: “caratteristica di ciò che è sensibilmente, immediatamente percepibile, verificabile ( es.: si distingue per la c. delle proposte).

    “sarebbe opportuno identificare questi «eventi» per i quali suona la «squilla».
    D’accordo: L’implosione (concentrazione in un piccolo spazio di materiale genetico residuale) della specie umana (Homo sapiens), comparsa 200.000 anni fa circa in Africa.

  9. Dopo Homo sapiens | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] in uno scritto un po’ più ampio, dove cercherò di fare il punto, dopo le 19 tesi e i 18 punti, proseguendo così nei miei tentativi di indicare una direzione insieme etica ed ontologica della […]

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