Camaleontiche creature

camaleonte

(riposiamoci un po’ dalle noiosissime fatiche mondano-elettorali, ed eleviamo lo sguardo ed il pensiero alle superne rote…)

Avevo spesso sentito parlare del De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, citato in saggi, manuali e conferenze come uno dei documenti fondamentali dell’umanesimo, segno di una svolta epocale nella mentalità del tempo a proposito del posto degli umani nel mondo, ma non mi era ancora capitato di leggerlo. Una sua recente ripubblicazione, con testo a fronte, a cura delle Edizioni della Normale, me ne ha dato finalmente l’opportunità.
L’occasione per cui venne scritto non è meno interessante del suo contenuto, dato che si trattava nientemeno che del primo congresso filosofico mondiale (!), organizzato dallo stesso autore, che si sarebbe dovuto tenere a Roma nel 1487, ma che saltò a causa di alcune (prevedibili) reprimende delle istituzioni ecclesiastiche. Pico – giovane filosofo  eruditissimo e brillante, che aveva scritto ben 900 tesi nelle quali tentava una funambolica conciliazione di tutto il sapere umano (teologico, esoterico, filosofico, qabbalistico) – si rivolge ai “padri” (cioè ai vecchi bacucchi sapientoni) con una orazione introduttiva, che sarebbe poi stata stampata come testo a sé stante nel 1496 e che – immagino al di là dell’intenzione dell’autore – sarebbe diventato ben più celebre dei suoi tentativi sincretistici e totalizzanti.
Ma scorriamolo brevemente, questo piccolo gioiello della letteratura umanistica…

Viene significativamente citato in apertura il filosofo arabo Abdalla Saraceno, che riteneva l’uomo la creatura più “splendida e mirabile”. Pico è d’accordo, ma ritiene di dover fornire una qualche giustificazione, uno straccio di prova.
Ora, tutti sappiamo che Dio ha creato il mondo, lo ha popolato così e cosà, e ciò gli piaceva assai, pura goduria della realizzazione (con una punta di stacanovismo); senonché doveva esserci qualcosa che non gli quadrava – ed ecco l’idea dell’uomo, fatto apposta per colmare quella specie di languore: egli decise di inserire una creatura che comprendesse senso e ragione della propria opera e che ne ammirasse la bellezza (quasi che lui non ne fosse capace, ma questo Pico non lo direbbe nemmeno sotto tortura). Aveva però terminato gli archetipi disponibili, e non rimanevano più posti liberi. Ed ecco la soluzione geniale: nulla di proprio e di specifico, bensì sintesi di tutte le altre specie, “opera di natura indefinita” [indiscretae opus imaginis]. Pico mette nella bocca di Dio le seguenti parole:

“Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”.

Semi d’ogni specie e germi d’ogni vita convergono così in questa specie speciale, camaleontica e proteiforme – un vero e proprio capolavoro dell’ontologia della possibilità più che della sostanza.
Dopo di che il destino di questa strana creatura pare essere quella che Pico definisce “vita cherubica in terra”. Ma per far ciò occorre superare guerra e discordia, acquietare cioè “gli sfrenati tumulti della bestia multiforme” (non solo di pace tra gli esseri umani si tratta, ma anche se non soprattutto di pace interiore). Si profilano così due vie: una attiva e l’altra (la preferita da Pico) contemplativa.
Il linguaggio è alquanto spurio, in linea con il suo programma sincretistico, che mescola motivi religiosi e filosofici, teologia e sapienza, con l’unico fine della “pienezza di vita”. Si parla non a caso di “sacerdozio della filosofia”, morale e dialettica epopteia (visione contemplativa), delirio socratico, rapimento estatico, furore, sublimazione, invasamenti vari, estro – droghe pesanti, insomma! Tutto è finalizzato ad un vero e proprio indiarsi, “ponendoci a tal segno fuori della mente, da porre noi e la nostra mente in Dio” (c’è di mezzo anche il sogno della scala di Giacobbe) – esempio interessante di transe ed estasi mistica.

Ma poi Pico compie una giravolta e ridiscende sulla terra, perorando la causa del pòlemos filosofico (tutt’altro che contemplativo) e dicendo che è molto bello anche perdere, poiché “chi soccombe trae dal vincitore non danno, ma vantaggio, ché torna più ricco, e cioè più dotto e più agguerrito per le future battaglie”.
Ci viene così prospettato uno sguardo a 360 gradi sulle posizioni filosofiche, che vanno tutte conosciute ed approfondite prima di scegliere la propria via, anche perché ciascuna di essa contiene qualcosa di egregio e di originale, e tutte convergono verso un’unica universale conoscenza.
Interessante anche la difesa della magia, cioè di quell’arte sopraffina di portare alla luce, tramite lusinghe, i misteri sepolti nei penetrali della natura: “il Mago marita la terra al cielo”, mette in connessione l’alto e il basso (ciò che costituirà un elemento essenziale della futura visione alchemica).
Conclude poi con un’affermazione a proposito della fatica del filosofare (chissà che Hegel non l’avesse presente quando parlava di “fatica del concetto”): “la difficoltà di trarre dai viluppi della filosofia, senza alcun aiuto di altri interpreti un’impresa così grave, nascosta, intentata”.
La conclusione è una vera e propria chiamata alla guerra – quasi che Pico presagisse quale epica battaglia si sarebbe dovuta combattere per levarsi di torno la cappa delle auctoritates, della scolastica, della tradizione (che pure egli conosce ed ammira) – per immergersi finalmente nella nuova epoca con tutto l’ardore che richiede un immenso territorio da scoprire, esplorare e dissodare.

Ma di tutto questo discorso quel che rimane è forse solo la visione camaleontica della natura umana – creatura pronta a dare l’assalto al cielo, ma anche a sprofondare all’inferno. Siamo liberi di scegliere – Pico ne è convinto – e soprattutto liberi di essere altrimenti, di divenire, di mutare: agenti metamorfici e microcosmici. Un antropocentrismo che nega il medioevale contemptus mundi, la miseria dell’umana condizione, e che piazza la specie su un piedistallo nuovo di zecca.
Alla fine del ‘400 tutto ciò era meraviglioso. Mezzo millennio dopo non ne siamo più così sicuri.

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