Disonora il padre e la madre

NZO«Noi diciamo pure di odiare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità, di cui ogni giorno cerchiamo di convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone.
Perché ogni nuovo mattino ci ricorda immancabilmente che è solo in una terribile sopravvalutazione di se stessi e nella loro effettiva megalomania che i nostri genitori ci hanno concepiti e figliati, gettandoci in questo mondo più orribile e disgustoso ed esiziale che non piacevole e utile. La nostra inermità la dobbiamo ai nostri procreatori, e così la nostra inettitudine…»

Sto leggendo un minuscolo libro – di quelli belli belli dell’Adelphi, collana Piccola Biblioteca, che è un piacere già solo vederli – che contiene quattro racconti di Thomas Bernhard, uno scrittore austriaco molto interessante, anche se non proprio edificante. Uno che le canta chiare, e che dice che forse è meglio non nascere affatto, anche se lo fa in modo ironico e intelligente.
Nel primo racconto c’è un Goethe morente che vorrebbe incontrare Ludwig Wittgenstein (!), perché, prima di trapassare, desidera ardentemente discutere con lui del dubitabile e del non dubitabile. Ma quando l’emissario di Goethe giunge in Inghilterra, Wittgenstein è appena morto (non è chiaro se a Oxford o a Cambridge). E Bernhard, sarcastico e beffardo, conclude facendo dire a un testimone che… col cavolo che le ultime parole di Goethe sono state Mehr Licht! (più luce): in verità esse furono Mehr nicht! (più niente).
Nel secondo racconto, quello da cui ho tratto il brano pubblicato sopra, c’entra invece Montaigne, il quale, in piena notte e dentro una torre-biblioteca, offre il proprio conforto al figlio quarantaduenne (e forse un po’ svitato) di una famiglia borghese oppressiva e detestabile: un libro preso a caso e al buio, dal lato sinistro della biblioteca, quello con “i cosiddetti libri filosofici”, senza accendere alcuna luce per via delle zanzare, e con il pericolo di perdere l’equilibrio e di precipitarci dentro, come nel pozzo da bambino…
Gli altri due racconti… li leggerò tra poco.

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12 Risposte to “Disonora il padre e la madre”

  1. Luca Ormelli Says:

    In ragione di reiterata violenza ai danni di Thomas BERNHARD si ingiunge al qui presente Domina Mario di leggere con l’ausilio di divaricatori oculari: Gelo, Perturbamento, Estinzione.
    Domina Mario non ha facoltà di ricorrere in appello.

  2. md Says:

    @Luca Ormelli: dove sarebbe la reiterata violenza?

  3. Luca Ormelli Says:

    @ md:

    Refuso reiterato con aggravante di grassetto a danno del cognome.

  4. md Says:

    reiterati refusi corretti, grazie per la segnalazione!

  5. md Says:

    “Disonora il nome”, sarebbe stato un buon titolo…
    evidentemente sono rimasto imbambolato dal titolo volutamente storpiato in lingua originale “Goethe schtirbt”, anziché stirbt, “sovrappiù di irrisione”, come segnalato dalla curatrice/traduttrice.
    Così imparo!

  6. Luca Ormelli Says:

    Bernhard era un cinico funambolo. E, come spesso gli irregolari, amava mettersi in scena. Riscontro molteplici affinità con Cioran. Segnalo il link ad un eccellente documentario che lo vede protagonista:

  7. filosofiazzero Says:

    Bernhard, Beckett, Bacon (pittore):
    l’oltrepassamento di ogni filosofia.

  8. Carla Says:

    non vedo l’ora di leggere le tue considerazioni personali sugli altri due racconti…
    (invidio da morire la tua occupazione nella piccola Babele:-)

    l’ironia di Bernhard è decisamente affascinante…

  9. md Says:

    ok Carla, posterò qui sotto

  10. Carlo Says:

    “ogni nuovo mattino ci ricorda immancabilmente che è solo in una terribile sopravvalutazione di se stessi e nella loro effettiva megalomania che i nostri genitori ci hanno concepiti e figliati, gettandoci in questo mondo più orribile e disgustoso ed esiziale che non piacevole e utile.”

    L’assunto è palesemente paradossale. L’uomo tende sempre a razionalizzare il biologico. Il concepimento, in natura, è frutto dell’accoppiamento sessuale. Fenomeno spontaneo e in molti casi (umani) inconsapevole. Cioè contingente. Capita e basta. Alcuni, ovviamente, procreano e progettano “figli” perché nel “pensier si fingono” un’aspettativa illusoria di felicità futura, sottovalutando le possibili alternative esistenziali (complice la Natura). Al limite si può ipotizzare che sia la Natura a sopravvalutarsi, affetta da megalomania.
    Ma questo è solo un “formalismo” della mente.
    Il pensiero di Thomas Bernhard non è nuovo. Nella “Nascita della tragedia” di Nietzsche si legge: « L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’ »

    Il “cantar chiaro” e la predicazione “non edificante” sono figli di molti padri.

  11. md Says:

    per completezza: il terzo racconto – Incontro – è una tirata antifamilistica ancor più dura del secondo: “in origine l’essere umano è quieto, sono solo i genitori a farne un irrequieto attraverso il sistema dei genitori, che per ciascuno finisce col diventare il sistema del mondo” – un sistema votato a generare risentiti, più che esseri pensanti;
    (c’è poi questa trovata divertentissima dei calzettoni e dei berretti verdi e rossi che le madri costringevano i figli a mettere durante le odiose gite in montagna: tutto il racconto gira attorno a questa ossessiva rievocazione).

    Infine, il quarto racconto – Andata a fuoco – è una lettera scritta ad un ex-amico architetto (“mio caro ciarlatano delle superfici”), nella quale, con un lunghissimo giro di parole (e di luoghi) Bernhard finisce per raccontare il sogno dell’ “intera disgustosa Austria ormai bestialmente fetida” che va finalmente a fuoco.

  12. LexMat Says:

    Un libretto davvero mirabile.
    Sarebbe bello comprarlo e leggerlo quanto abbandonarlo e poi dimenticarlo.
    Contro l’uomo ed anche contro se stessi.
    Purtroppo anche il doloroso è brodo della vita, forse anche più sapido del cosidetto felice se non guadagnato.

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