Tris cinefilosofico – 3. L’ontologia di Malick

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Il problema di The Tree of Life, forse il più importante film di Terrence Malick, è che siamo al limite dell’incommentabilità, tanto è ricolmo di cose, di concetti, di suggestioni (oltre che di visioni), sia in termini strettamente estetici (citazioni letterarie e pittoriche, prestiti cinematografici, uso della musica, ecc.) che filosofici. E ciò nonostante (o proprio grazie alla) scarna essenzialità della trama. Trama è detto qui in senso apicale, non banale – poiché di tessitura del cosmo si tratta, e del rapporto tra micro e macrocosmo. Una trama che nel nostro caso si appalesa nel destino di una delle tante famiglie dell’umana avventura (con annessi conflitti e tragedie secondo schemi classici: il padre e la madre, la physis e il nòmos, l’amore e l’odio, il conflitto verticale ed orizzontale, la morte), vicende ricorrenti che a sua volta intramano il mondo, e di cui in verità il mondo (l’essere) ben poco si cura.
Ed è proprio da qui che forse si deve partire, dalla domanda metafisica essenziale (altrimenti non si capisce perché dedicare mezz’ora di film alla cosmologia e alla paleontologia, confezionate ovviamente con immagini di straordinaria poeticità): che relazione c’è fra le trame degli umani e le trame ontologiche?
Il film – utilizzando l’ormai consueta tecnica della voce fuori campo, spesso sussurrata – è un proliferare di domande generate dalla domanda fondamentale (così come dall’oscuro essere rizomatico muove la variegata verditudine e moltitudine, dall’uno il molteplice), e concepite come un dialogo fitto tra umano e divino (un dio che però finisce per assomigliare di più a quello spinozista, che a quello cristiano).
L’apertura con la citazione dal libro di Giobbe  – Ov’eri tu, quando io fondavo la Terra? – è un altro marchio che inevitabilmente ci conduce sulla strada della teodicea (anche se il Padre della particolare trama microcosmica vorrebbe sempre riportare la questione in termini di antropodicea): via della Natura e via della Grazia si affrontano – brutalità contro bellezza – anche se in realtà quest’ultima sembra debole ed ondeggiante. Tuttavia nel gesto pietoso che ci viene silenziosamente mostrato in piena conflittualità eterotrofa (tra dinosauri!) c’è un’altra risposta possibile: non tutto è natura naturata, esiste anche una natura naturans, diveniente, aperta alla possibilità, alle lodi e al canto della sua bellezza (anche in mezzo al mare di sangue su cui l’albero della vita si viene costituendo). Ed è appunto la Madre a perseguire questa via, quando raccomanda ai figli di amare ogni più piccola cosa, ogni foglia, ogni creatura.

So che chi ha letto fin qui  non può aver capito un accidenti di quel che ho scritto, senza aver visto il film, e dunque se ne raccomanda caldamente la visione, anche più di una volta (ad ogni modo, in rete si trovano molte interessanti recensioni, tra le quali cito l’ottima e colta dell’amico Luca Ormelli, che apre con un’interessante citazione a proposito della simbologia dell’albero rovesciato).
Io l’avevo veduto una prima volta al cinema, abbandonandomi al puro piacere della visione; la seconda a casa, in lingua originale (che è sempre meglio, anche se il doppiaggio è comunque eccellente), e che ha ispirato questo post; la terza… bé, vedremo, magari depezzerò il film tentando di scoprirci altre cose.
Ad ogni modo si deve anche dire qualcosa sulla rappresentazione della morte – quella visione onirica della fine, quando Jack, il fratello maggiore, voce interiore narrante in gran parte del film, oltrepassa una porta di pietra e si ritrova a camminare lungo una battigia dove tutti i destini  – tra cui quello del fratello morto, incarnazione della bontà e della grazia – tornano ad incrociarsi: la trama (imprevista e ineffabile) dell’inizio che precipita nelle trame minute alla ricerca di un senso della fine, che è però circolare e che quell’inizio misterioso vorrebbe ricomprendere (conferendo così un senso sia alla vita che alla morte). Non so se l’intera scena possa essere interpretata come una riconciliazione o una risposta o un gesto conclusivo – il compimento di quella pietas originaria – ma immagino di sì: a me, personalmente, ha molto commosso.
Quel piano orizzontale su cui tutti i destini camminano e sembrano convergere, anche attraverso la surrealtà dell’anacronismo, è il medesimo piano d’immanenza entro cui i soli sorgono, pikaia casualmente sopravvive dando luogo a trame impreviste del corso della vita, i grattacieli si ergono (e ben presto crolleranno), e tutto finirà per conflagrare e compiersi. Il macro ed il micro, le alte ed ineffabili ed incomprensibili trame (forse perché nulla c’è di più da sapere del loro semplice essere così come sono), come quelle più infime ed apparentemente insignificanti dei destini individuali – che però soli sono in grado di generare ogni domanda, compresa quella essenziale. Com’era sorto finirà, in una quasi apokatàstasis.
(Comprese queste mie parole aggrovigliate, scritte a tarda notte, prima che fuggano via, e che, evidentemente, stavano già nella mente di dio, un dio splendidamente inesistente, da qualche parte nell’oscuro ed insieme abbagliante multiverso).

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6 Risposte to “Tris cinefilosofico – 3. L’ontologia di Malick”

  1. Alessandro vaglia Says:

    Beh, che dire, se non fossero parole bellissime verrebbe voglia di chiedeti cosa hai fumato. Non mi piaci MD, ma le tue parole si.

  2. md Says:

    Beh Alessandro, in effetti in questo spazio non intendo affatto piacere a chicchessia, questo semmai può succedere nella vita reale, fatta non di sole parole.
    Per quanto riguarda il fumo (quel fumo), ormai il mio stile di vita me ne fa stare parecchio lontano. Le “sostanze” di cui mi faccio sono più spinoziste che vegetali…

  3. filosofiazzero Says:

    …Spinoza, Olanda, sostanze vegetali eccetra!!!

  4. md Says:

    nuntio vobis che filosofiazzero è tornato sul suo blog!!!

  5. md Says:

    (che poi vedo che era già da ottobre… è stata solo una pausa di riflessione…)

  6. Stupefazione | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] piuttosto tipico dello stile di questo regista atipico, e contiguo alla forma e alle tematiche di The tree of life, cui inevitabilmente va accostato. Una buona metà delle persone presenti in sala, […]

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