Disseccantesi emozionalità

germoglio

«Così nasce la filosofia, creatura troppo composita e mediata per racchiudere in sé nuove possibilità di vita ascendente. Le spegne la scrittura, essenziale a questa nascita. E l’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico.
Abbiamo inteso in senso stretto di dare un quadro della nascita della filosofia. Nel momento stesso in cui la filosofia nasce, noi qui l’abbandoniamo. Ma quello che ci premeva di suggerire è che quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti – secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa».

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Non mi piace affatto la piega (giusto che di piega si parlava) che la discussione sta prendendo in questo fottuto blog…

…non mi piacciono le modalità relazionali, non mi piace il linguaggio, non mi piace il tono inquisitorio o ultimativo, canzonatorio o sarcastico fine a se stesso, gli interventi a raffica da chat o stile facebook, la confusione che si ingenera di continuo, i malintesi, il turpiloquio, le offese, ecc.ecc.
Ho anzi il fondato sospetto che tutto ciò soddisfi solo gli ego o determinate pulsioni di chi interviene, con intenti monologici ed ossessivi o contrappositivi che nulla hanno a che fare con lo spirito – di ricerca e di critica – con cui questo blog è nato. Magari c’è in giro anche qualche “guastatore virtuale” a cui piace giocare con i nickname.
Naturalmente non posso decidere io a priori come la discussione dovrà avvenire (ed è il motivo per cui fino ad ora mi sono rifiutato di moderare i commenti, meccanismo che condurrebbe ad un dialogo truccato ed eterodiretto).
Non so se io possa fare appello all’automoderazione (anche perché potrebbe essere diversamente interpretata, e poi se qualcuno vuole “guastare” o scassare la minkia – tanto per essere espliciti e raffinati – continuerà a farlo a prescindere), ma è chiaro che se tale modalità di discussione continua avrò di fronte a me due sole possibilità:
a) mettere in moderazione i commenti
b) smettere di leggere i commenti (e devo dire che della gran parte di quelli pubblicati negli ultimi tempi, che pure ho avuto l’accortezza di non leggere per intero, avrei fatto volentieri a meno).
Naturalmente è escluso a priori che, almeno per il momento, decida di chiudere il blog, soprattutto per una questione di rispetto nei confronti dei tanti lettori che da tempo mi seguono, magari senza commentare. E perché, ancora, mi diverto.
Fate vobis.

La piega, l’estasi, il congedo

Estasi di S.Teresa d'Avila_Bernini

«Il mondo è la totalità degli eventi. Un evento è ciò che accade. Gli eventi si dispongono in serie. La serie disegna la linea o la piega degli eventi. La piega ruota sempre attorno a un punto. Il punto di rotazione è il punto di vista sulla piega. Ogni piega dà vita a un punto di vista differente. Non esiste un punto di vista universale. Non esiste un centro. Il mondo non esiste: la piega è un congedo da ciò che un tempo chiamavamo il Mondo, l’Universo, il Cosmo, la Natura, il Creato…»

(Gilles Deleuze, Pourparlers)

Intanto l’immagine del bolscevismo…

Qualche giorno fa ho trovato in un libro di storia un foglietto con alcuni appunti in bella calligrafia (che poi basterebbe dire “calligrafia”, senza l’aggettivo). Non ricordo nemmeno che libro fosse, né perché l’abbia preso dallo scaffale. Sono rimasto quasi sorpreso dall’ordine, dallo stampatello impeccabile ed ancor più dal contenuto di quegli appunti. Sembra passato un millennio e non un secolo dai fatti di cui vi si parla – e sembrano passati secoli e non decenni dal mio modo di trascriverli ed interpretarli; anche se in verità posso solo procedere per vaghe supposizioni.
Vi è poi un elemento “esterno” a quegli appunti che mi ha dato da pensare, quasi si trattasse di una madeleine in grado di riportarmi all’epoca dei miei sudatissimi studi universitari: correva la metà degli anni ’80 e non sapevo ancora, mentre compilavo quel foglietto, che di lì a poco mi sarei trovato di fronte a un bivio essenziale della mia vita. Stavo biennalizzando l’esame di Storia contemporanea e i temi che ero in procinto di approfondire – Gramsci, il bordighismo, il Partito comunista a Milano – mi avrebbero portato dritto dritto alla tesi e alla laurea in quella disciplina.
Poi, dopo un’estate tormentata ed appassionata, la decisione: ricordo ancora bene l’espressione dell’assistente (mi pare si chiamasse Granata) quando gli dissi che avevo intenzione di cambiare facoltà e di proseguire i miei studi in ambito filosofico.
-Ma ne è sicuro?
-Non sono mai stato sicuro di una cosa in vita mia come in questo momento (non l’ho detto, ma l’ho pensato, e immagino me lo si leggesse in faccia, vista la sua resa immediata).
Ma a parte l’aspetto personale, fa un certo effetto sapere (a posteriori) che i fatti attorno a cui quegli appunti (e le relative letture) vertevano, i protagonisti e le idee irradiate in gran parte dalla gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, sarebbero poi precipitati e rifluiti in quella cosetta da nulla che è oggi diventata la sinistra italiana, e specialmente il suo partito più importante, ovvero il Partito Democratico…

Mi diverte comunque l’idea di trascriverli qui, quegli appunti – che si concludono, tra l’altro, con lo pseudonimo di un celebre scrittore italiano di cui avevo perduto ogni memoria: Continua a leggere “Intanto l’immagine del bolscevismo…”

L’insostenibile gravità dell’esistere

kierkegaard

Pochissimo s’è parlato in questo blog di Søren Kierkegaard. Solo fugaci citazioni, in 4 o 5 occasioni, nulla di più. Il 5 maggio scorso ricorreva tra l’altro, nel più assordante dei silenzi, il bicentenario della sua nascita.
Del resto il filosofo danese non è di sicuro nelle mie corde – ed anzi, ricordo che all’università, io e un mio compagno con il quale ho avuto il piacere di condividere anni di forsennata passione filosofica (e di grandi bevute), eravamo soliti sbeffeggiare il povero Søren, in particolare per quella sequela di titoli angosciosi e funesti – Timore e tremore, Briciole filosofiche, Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale… – a nostro avviso ben poco filosofici, e comunque lontani dal nostro stile irruento e vitale (io poi ero all’epoca un temibile estremista hegeliano!).

[En passant, Briciole di filosofia fu, se non erro, il primo blog filosofico che incontrai sul web, subito dopo aver aperto La Botte. Quasi una nemesi].

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Irrappresentabilità

«L’autocoscienza – scrive Hegel nella Fenomenologia dello spiritoè in e per sé in quanto e perché essa è in e per sé per un’altra; ossia è soltanto come un qualcosa di riconosciuto». Seguiranno a queste parole le celebri pagine sulla dialettica servo/signore, che sono una vera e propria fenomenologia del lavoro e del conflitto sociale, dove però al centro di tutta l’intenzione hegeliana rimane la categoria del reciproco riconoscimento: esser-per-sé (e non essere indifferentemente ed immediatamente un «esser calato [dell’autocoscienza] nell’espansione della vita», è il contemporaneo operare dell’io e dell’altro, che in quanto tali si riconoscono pur attraverso la lotta per la vita e per la morte.
Al di là dell’attuale ed epocale crisi della rappresentanza politica (che è crisi del senso stesso della politica che non sa decidere/risolvere/sciogliere alcunché, che pare dunque girare a vuoto), c’è una non-rappresentazione che rasenta l’irriconoscibilità e irrappresentabilità di segmenti sociali sempre più vasti. Minoranze senza voce, disagio e povertà culturale, marginali, disperati, poveri (spesso impoveriti), naufraghi del modello della famigliola nucleare felice e realizzata: nuove figure, insomma, di quel che Enzensberger aveva definito a suo tempo “perdenti radicali“.
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La peste di Tadzio

tadzio

Chi volesse cimentarsi in una sorta di “esperienza estetica totale”, potrebbe ad esempio passare un’intera giornata in compagnia di un precipitato artistico che nel Novecento ha avuto pochi eguali: cominciare al mattino leggendo La morte a Venezia di Thomas Mann; ascoltare – possibilmente dal vivo – la Quinta Sinfonia di Mahler (con particolare attenzione al celebre Adagietto), ed infine compiere l’opera con la visione del film di Luchino Visconti Morte a Venezia (se non ricordo male l’omissione dell’articolo non fu casuale). Se poi al malcapitato fruitore dovesse restare tempo, potrebbe anche provare a dare un occhio al melodramma di Britten – ma credo che già così la sopportazione estetico-percettiva avrebbe raggiunto il livello di guardia. E quella che si annunciava come una straordinaria esperienza estetica volgerebbe ben presto in un asfittico incubo estetizzante.
(Un mio amico filosofo, a tal proposito, soleva dire che, insieme a psicologismo e narcisismo, l’estetismo è uno dei grandi mali che affliggono la nostra epoca – e tutti e tre questi -ismi confluiscono nel male più grande di tutti, che è poi il solito nichilismo. Io non so se avesse ragione, ma certo di alcune morbose manifestazioni socioantropologiche occorre tener conto).
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Cultura bene comune

Alcuni amici della sinistra rescaldinese mi hanno chiesto di intervenire ad un loro convegno su “cultura e partecipazione”. Ci ho provato e quella che pubblico qui è la parte iniziale del mio intervento. Su questo blog ho sempre prediletto la scrittura (e continuerò a farlo), ma non escludo per il futuro di utilizzare anche altri strumenti di comunicazione…