Irrappresentabilità

«L’autocoscienza – scrive Hegel nella Fenomenologia dello spiritoè in e per sé in quanto e perché essa è in e per sé per un’altra; ossia è soltanto come un qualcosa di riconosciuto». Seguiranno a queste parole le celebri pagine sulla dialettica servo/signore, che sono una vera e propria fenomenologia del lavoro e del conflitto sociale, dove però al centro di tutta l’intenzione hegeliana rimane la categoria del reciproco riconoscimento: esser-per-sé (e non essere indifferentemente ed immediatamente un «esser calato [dell’autocoscienza] nell’espansione della vita», è il contemporaneo operare dell’io e dell’altro, che in quanto tali si riconoscono pur attraverso la lotta per la vita e per la morte.
Al di là dell’attuale ed epocale crisi della rappresentanza politica (che è crisi del senso stesso della politica che non sa decidere/risolvere/sciogliere alcunché, che pare dunque girare a vuoto), c’è una non-rappresentazione che rasenta l’irriconoscibilità e irrappresentabilità di segmenti sociali sempre più vasti. Minoranze senza voce, disagio e povertà culturale, marginali, disperati, poveri (spesso impoveriti), naufraghi del modello della famigliola nucleare felice e realizzata: nuove figure, insomma, di quel che Enzensberger aveva definito a suo tempo “perdenti radicali“.
La sinistra, che non sa fare più il suo mestiere e che ha smarrito la bussola (ma anche il succedaneo nostrano del M5S, quantomai liquido e dalla conduzione politica a dir poco ambigua), non è più in grado di intercettare o di interloquire o di comprendere tali figure; la non-rappresentazione finisce così per diventare irrappresentabilità, proprio perché quella pura e nuda vita sociale (l’immediatezza di esistere cui fa riferimento Hegel) non sa più collocarsi socialmente né darsi una forma ed un senso – essere cioè autocoscienza. L’atto “disperato” (il “gesto estremo” del folle) è il corollario inevitabile di questo vulnus della mediazione e della razionalità politica – cioè del tradizionale senso della pòlis, in origine semplice dispositivo di contenimento della violenza (la lotta per la vita e per la morte, appunto) e successivamente progetto razionale di trasformazione e di superamento delle ingiustizie.
Se non c’è altro modo di esistere socialmente e di essere riconosciuti, se non vi sono più risorse razionali a disposizione, se nessuno sbocco è visibile all’orizzonte – se si è preda di una radicale ed angosciosa solitudine – ebbene la rottura del patto sociale con un gesto violento od autolesionistico al fine di fuoriuscirne (e di dire “io esisto”), rischia di diventare l’unica risorsa disponibile. Con il grave rischio, oltretutto, del contagio.

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38 Risposte to “Irrappresentabilità”

  1. Alessandro Vaglia Says:

    che l’altro da sé sia riconosciuto è, come tale, riconoscibile da subito,non sarebbe altrimenti possibile un sé che non avesse l’altro come sua fondazione.In Hegel questo movimento è dialettico, é parte (=inizia) della contraddizione che va risolta, la contraddizione o intuito (=Verstand) o cosa in sé direbbe Kant, che come contraddizione (=come inizio) per essere risolta ha come momento speculativo l’altro appunto da sé, il riconosciuto (= come lo descrive) del sé nell’altro, il momento dialettico fonda la realtà, ogni momento del nostro vissuto è questo il momento dialettico o il razionale è reale. Ma quello che non torna nelle cifre ben esposte dallo Hegel è proprio questo inizio: come è possibile (impossibile infatti) un inizio contraddittorio in Hegel (o il substrato aristotelico o l’iperuranio platonico), così è possibile concepirlo solo se è fuori dal divenire altro che la parte non è l’inizio ma il Resultat o das Resultat das wirkliche Ganze (= il risultato dell’intero reale), in questo noi dobbiamo compiere un rovesciamento, ..e lo so che è difficile per il nichilista il farlo , ma è obbligatorio o necessario come il “riconosciuto” infatti.

  2. Alessandro vaglia Says:

    Cioè, che il reale è come risultato dal processo dialettico che ha come orizzonte il risolvimento (= risultato appunto) del conflitto originato dal contraddittorio si genera e dall’impossibile viene, dal contraddittorio non si origina che il nulla, ma che il reale è l’identità dei diversi dell’apparire esser sé dell’essente e il suo non esser l’altro è la verità insieme al linguaggio che così la descrive.

  3. filosofiazzero Says:

    …ovviamente!(che sta a significare, [ammettendo lo potesse o si potesse significare qualunque cosa qualsiasi] di non essere io in grado di stare dietro a cotesti discorsi ,non solo del ruminatore dialettico Hegel, ma nemmeno di Alessandro Vaglia o di chiunque altro volesse, o dovesse, necessariamente, esprimersi per enigmata)

  4. Alessandro Vaglia Says:

  5. filosofiazzero Says:

    La domanda di Schlick: “Che intendi dire?”

    “Le proposizioni della metafisica, in quanto inverificabili, sono insignificanti”

  6. md Says:

    che poi i metafisici la buttano sempre in metafisica (cioè nelle idee che filano le loro menti spesso bacate), proporzionalmente all’incomprensione di quel che li circonda: viene il sospetto che Marx avesse ragione a volerli far fuori (metaforicamente parlando, s’intende); d’altra parte non è che siano meno alienati dei perdenti radicali e dei vinti di questo strano mondo…

  7. Alessandro Vaglia Says:

    vedi Filosofiazzero, è proprio su quel termine lì che dobbiamo intenderci, sul termine di “inverificabile”, cosa è verificabile e cosa è inverificabile, certo se noi partiamo dal presupposto che le interpretazioni sono la realtà e che, come dal De Interpretazione di Aristotele la volontà determina le azioni o gli scopi deliberatamente “voluti”, allora ciò che è verificabile è ciò che da principio è voluto e infine è ottenuto… ma davvero noi possiamo sulle cose ? solo credendolo lo possiamo, ma è una vera potenza questa sulle cose? in questo non siamo diversi da qualsiasi credulone o fideista, che crede di poter ottenere ciò che infine non è assolutamente ottenibile…

  8. Alessandro Vaglia Says:

    allora io comincerei a dubitare di coloro che nel cernire, fanno una distinzione in ciò che è da ultimo verificabile (=voluto come tale) da ciò che non lo è e ciò che appunto è insignificante da ciò che non lo è.

  9. Alessandro Vaglia Says:

  10. Alessandro Vaglia Says:

    scusatemi non volevo inviare questo filmato ma quello sul volere allora, se volete seguire cercate YOUTUBE SUL VOLERE DIOTIMA QUATTRODUETRE… scusate ancora.

  11. Alessandro Vaglia Says:

    Per ciò che concerne Marx, che volesse far fuori i metafisici non lo porta al di fuori di essi, anzi, lui era un metafisico eccome, infatti la sua di struttura , quella del materialismo storico non si discosta di nulla dalle strutture epistemiche della tradizione.

  12. Berenice Says:

    qualche altra domanda:

    1) chi è il suo pusher?
    2) quali sostanze psichedeliche spaccia e/o assume?

  13. Alessandro Vaglia Says:

    altrimenti dobbiamo tornare alle categorie platoniche agli amici della terra, ma forse perché una mela o un sasso in testa è verificabile e un triangolo isoscele no ? allora il tutto esiste eccome, come il triangolo appunto, o il segno di uguale, o Dio,Tutte cose che esistono a loro modo, ma esistono, esistono in quanto appaiono e non in quanto verificabili come dicevi e questa non è una interpretazione… anche l’interpretazione appare, anche lo scettico come te filosofiazzero appare in questo che è il cerchio più ampio, la verità, e cosa è la verità, come si mostra? a voi di approfondire…

  14. Berenice Says:

    Emanuele Severino: du palle megalattiche (e figuriamoci come appaiono/si mostrano i cloni)

  15. md Says:

    @Berenice: non è mica obbligatorio leggerlo o frequentarlo Severino. Ad ogni modo ci sono filosofi (e persone e scrittori) ben più noiosi…
    Su cloni, seguaci et similia, preferisco astenermi da ogni giudizio, anche se non sempre ciascuno ha quelli che si merita.

  16. md Says:

    tuttavia il post parlava di tutt’altro – e se c’è una cosa sicuramente noiosa è quando i filosofi, giusto per citare di nuovo Hegel, dipingono la realtà come la notte in cui tutte le vacche sono nere

  17. Alessandro Vaglia Says:

    tuttavia il post parlava di tutt’altro…

    ecco questa è una frase palesemente nichilista, poiché vorrebbe far credere che vi sia un tutto diverso dal tutto, cioè un tutto altro da sé. L’impossibile. Qui sta il problema fondamentale del tema proposto da MD e cioè il problema della irrappresentabilità.

    Ovvio che se qualcuno o qualche cosa si erge a violentare la verità, a violarla, dicendo che il sé e l’altro da sé non hanno alcun vincolo di identità, violenza che la volontà vuole sulla verità per dominarne la parte, poi, quello che accade nel mondo non dovrebbe più stupire alcuno, la violenza non dovrebbe scioccare il Mario che ora lo sa.

  18. Berenice Says:

    @md:
    Appunto, non è obbligatorio. Infatti diventa irritante vederselo imporre e riproporre come emanazione e rivelazione del Verbo.
    (eh sì, in effetti anche Severino forse non si meriterebbe tali seguaci)

    “poiché vorrebbe far credere che vi sia un tutto diverso dal tutto, cioè un tutto altro da sé”
    Ecco, quando la notte tutte le vacche sono nere. CVD.

  19. Berenice Says:

    è un disco rotto

  20. md Says:

    @Berenice
    direi che basta non leggere più i loro commenti, come sto facendo io; a meno che, non avendo di meglio da fare, la cosa non risulti divertente – e questo non posso certo impedirlo a nessuno;
    io ho già dato e dunque mi occupo d’altro – e poco mi cale se questo altro è altro del tutto, dal tutto, nel tutto o nello strutto (che mi fa pure schifo, visto che son vegetariano);
    vero è che il 90% dei frequentatori di questo blog legge i miei post (interessanti o meno che siano), e molto meno si cura dei commenti, specie quando diventano – appunto – dei dischi rotti…

  21. Alessandro Vaglia Says:

    infine, quando si toglieranno le vesti ai sacerdoti di ogni specie e credo, che non hanno che da vendere le proprie opinioni, forse l’umanità comincerà a vedere.. a tua differenza MD a me interessa moltissimo leggerti e debbo anche dire che mi interessa sia come scrivi che quello che scrivi, poiché a me la verità interessa e non faccio carte false per mostrarlo.

  22. filosofiazzero Says:

    …verum et factum convertuntur… (per dirne una)o nemmeno?

  23. md Says:

    va bene Alessandro Vaglia, un occhio di tanto in tanto continuerò a darlo, anche se non ti garantisco nulla; dopotutto sono un umano (di certo non un sacerdote)

  24. rozmilla Says:

    Coincidenza, sto leggendo “del Viver Bene”, di Sini (autore per certi versi noiosissimo).
    Il testo prende le mosse dalla favola delle api di Mandeville, quindi fa un’analisi dei concetti fondanti l’ideologia del liberismo e dell’individualismo, mettendo in dubbio, dunque, la nozione di individuo com’è modellata sulla figura del borghese maschio e adulto del XVIII secolo.
    Dopodichè fa una ricostruzione genetica, o genealogica, dell’individualità sociale a partire da tre componenti, o condizioni: l’appartenenza (comprensiva di accoglimento e collaborazione sovraindividuale); il riconoscimento (identità e stima di sé, amicizia e inimicizia); il confronto (ammirazione ed emulazione, impulso agonale e rivalità, collaborazione sociale e conflitto). I tre momenti mostrano un percorso che, dalla vita vivente “animale”, conduce alla vita sociale e politica, e ai suoi conflitti economici: momenti fondamentali per l’individuazione del sé, in ogni società sostenuta dall’economia del dono, che non è mai del tutto scomparsa nemmeno ai giorni nostri.
    L’identità, dice Sini, è essenzialmente relazione: ciò che sono ai loro occhi, o più esattamente ciò che «ho» ai loro occhi. Nessuno può identificarsi da solo. Il suo essere è vita anonima, priva di «identità», e quindi non è originariamente né un «me» né un «io», che sono invece «averi» dell’individuo costituito. Il senso e la stima di sé dipendono dunque dalla «dialettica del riconoscimento», come avrebbe detto Hegel. Anche se il riconoscimento comporta per il riconosciuto un doppio debito: il dovere verso il passato e il dovere verso il futuro. E anche se, naturalmente, fra riconoscente e riconosciuto si instaura un rispetto reciproco, poiché anche loro non possono esistere separati, ma sempre in un’accezione dinamica di inimicizia amichevole e amichevole inimicizia. L’uno si donò all’altro e divennero l’un l’altro o l’un per l’altro: una «comunità». Ecco che ebbe inizio una vicenda «economica» senza fine. Eccetera (la storia si fa lunga e complessa, come sappiamo)
    La storia delle comunità umane non è mai stata altrimenti caratterizzata o caratterizzabile se non come produzione di soggetti comunitari. Vale a dire: appartenenza tramite accoglimento condizionato dalla “educazione”, replicata e rinforzata nei soggetti dalla emulazione.
    Se non che (faccio un salto) l’economia mondiale di mercato, sempre più dominata dal denaro, cioè dai movimenti del capitale finanziario, devasta ogni esperienza di appartenenza e perverte il riconoscimento; inoltre, sotto l’egida della “concorrenza”, il confronto, da emulazione che aggrega, che non esclude mai l’altro, diventa concorrenza che spietatamente elimina e distrugge.
    Oggi, nella nostre società capitalistiche, se non «ho» (in senso spicciolo), non sono niente. L’economia del denaro scalza ogni «appartenenza inalienabile», ogni possesso inalienabile della «casa» (dell’oikos), della patria, della terra materna. Neppure la vita appartiene più «in proprio» agli individui, ma solo al prezzo stabilito da altri individui: essi decidono il prezzo che è necessario pagare per vivere.
    Nonostante le asserzioni in contrario da parte delle varie garanzie giuridico-costituzionali o statuarie, questa mercificazione della vita comunitaria governa nel profondo gli individui sociali.
    Ne è oggi un segno la «fuga in Occidente» delle popolazioni povere, che non godono più nei loro paesi dell’accoglimento ancora ispirato all’economia del dono, e che neppure posseggono gli strumenti per una sostenibile economia moderna. Corrono pertanto verso una «liberazione» che è nel contempo una nuova forma di schiavitù – che già noi conosciamo bene.

  25. Alessandro vaglia Says:

    Mi ci ritrovo che per la prima parte, mentre non vedo come possa esistere il dominio, anche per Sini, se non come forma del voluto e infine quindi impossibile da realizzarsi, anche per ciò che concerne le nuove forme di potenza come la tecnica della finanza.

  26. rozmilla Says:

    Il dominio del denaro non è “voluto” da qualcuno o qualcosa in particolare: è la complessità del libero (fin troppo libero) mercato e delle attività umane che produce questi effetti “irrazionali”, e forse nemmeno voluti, nel senso di “progettati” a tavolino. Accadono – anche se la politica non fa quasi nulla per prevenire i più tragici epiloghi, con un “progetto razionale di trasformazione e di superamento delle ingiustizie”.
    Per vederlo, basta far caso a quello che è accaduto anche oggi: un uomo non aveva i soldi per pagare la sua casa, che è stata messa all’asta, con quello che ne è seguito. Il gesto disperato di qualcuno che non aveva più nulla da perdere, perché aveva già perso tutto. Sabato scorso l’uomo ghanese che ha preso a picconate dei passanti. Credo che il post di md sia anche una riflessione su fatti come questi.
    Appartenere, il poter appartenere, implica la possibilità del contrario, di non appartenere, o perdere l’appartenenza. Se si appartiene ad una comunità, si rafforzano dei legami, per cui si riconosce la legge, che diventa per ciò stesso legittima. Slegati dalla comunità, esclusi, nomadi, non c’è più alcun rispetto di legge “umana”. Una legge, beninteso, che potrebbe essere anche dis-umana. E questo mi fa pensare anche ad Antigone, che si ribellò alla legge del re (la legge reale) che benché fosse la legge, era ingiusta e dis-umana.

  27. Leretico Says:

    Cara Rozmilla, capisco molto bene ciò che esprimi. Aggiungo che hai toccato un punto fondamentale attraverso la parola “complessità”. Il libero mercato è un sistema complesso e come tale dovrebbe essere trattato. Spesso molti problemi, come quelli che tu indichi, nascono dal tentativo di affrontare sistemi complessi, che generano problemi complessi, con metodi lineari tradizionali. I guasti nascono dalla presunzione che la complessità possa essere ridotta attraverso logiche deterministe (di cui sono pieni i libri di economia, di sociologia, di politologia e persino di antropologia). Non si può ridurre la complessità al fine di comprenderla; se si vuole perseguire un tale scopo, bisogna invece complessificare l’approccio. La dialettica hegeliana suggella un meccanismo dinamico in cui emerge, dai rapporti tra l'”io” e l'”altro”, un noi comunitario. La complessità nasce dal fatto che di questi rapporti circolari ce ne sono, in una società, decine di milioni, e agiscono contemporaneamente con ritardi diversi negli effetti. La mente umana non riesce a tenere conto di tutte queste variabili e di tutti gli effetti connessi. Quindi i problemi sociali, a cui di riferisce md, sono la testimonianza di mancanza di visione sistemica, mancanza di sensibilità alla complessità, mancanza di sensibilità e cultura filosofica, strumenti basici per un approccio serio ai sistemi e ai problemi complessi. Il sistema socio economico è il più complesso in assoluto sulla faccia della terra. Peccato che viene trattato con un approccio meccanicistico, semplificatorio, che genera illusione di soluzioni che si traducono, spesso poco dopo la prima applicazione, in rimedi peggiori del male. Pensate alla medicina: quando essa dimentica che l’uomo è più della macchina con cui si identifica il suo corpo, non riesce veramente a curare, perché non riconosce l’immensa complessità dell’essere umano, molto di più della somma dei suoi organi.

  28. Alessandro Vaglia Says:

    il voluto è ciò che si pone come il negativo del volente. Se il volente vuole la libertà dal voluto, questo è l’impossibile, questo è tutto quello che puoi trovare scritto da Eraclito ad Aristotele fin giù ai lidi dello Hegel. La libertà, come assoluto scioglimento del legame che fissa il voluto al volente, o sua relazione, può essere voluta ma non può essere realizzata pena l’uscire dall’orizzonte del phainesthai, del manifesto..
    interessante alla luce di quanto dico la rilettura del frammento 94 di Eraclito.

    Elios non oltrepasserà le sue misure: ché le Erinni, ministre di Dike, lo troverebbero.

    il sistemico o la complessità che vuole prescindere da questo è nuovamente un volere impossibile, la complessità o il sistemico che vede, come vede la filosofia, la forma dell’identico o identità è verità.

  29. md Says:

    @rozmilla
    ho cominciato a scrivere queste righe sul treno, al ritorno dalle Marche, subito dopo il gesto di Preiti a Roma, e ho finito di scrivere subito dopo le picconate di Kabobo.
    Ora, mentre noi commentiamo, un uomo si è dato fuoco a Vittoria, ed altro ancora succederà.
    Rilevo con angoscia come le reazioni (oltre che impolitiche o prepolitiche – ma data la politica attuale non può che essere così) si rivolgano contro persone (compresi se stessi) e non contro cose (compresi sistemi), un altro aspetto della reificazione e dei rovesciamenti imperanti.
    Emerge poi questa figura dell'”uomo indebitato” (ne parla anche oggi su La Repubblica Gad Lerner) su cui economisti, sociologi, antropologi e filosofi stanno riflettendo – frutto del resto della riduzione ad homo oeconomicus dell’essere umano complesso, così come rilevato anche da Leretico.

  30. Alessandro Vaglia Says:

    la coscienza infelice si realizza nel momento in cui crede in una “potenza” superiore che nega(=oppone fondandola) l’impotenza della coscienza infelice appunto: il DEBITO è questa nuova forma di potenza, se credo al debito quello mi uccide perché quello mi limita fino alla morte, mi consuma.
    Non è così però che la società e l’umanità si sta producendo e sta producendo le cose e i loro significati, è esattamente il contrario, e infatti le società si edificano proprio sulla morte di Dio e sulla nullificazione di ogni valore, anche del valore del denaro, che diventa così sempre più liquido e inconsistente, fruibile ed evanescente.
    Chi crede ancora in un qualche Dio (=debito), quel Dio lo soffocherà, chi non si rimette a nessun Dio, quello volerà, questo dicono le nuove filosofie a partire da Nietzche …

  31. Alessandro Vaglia Says:

    la politica è in crisi proprio perché si fonda su valori che sempre di più sono liquidi, perché noi vogliamo che lo siano, lo vogliamo perché al dunque a questo crediamo, crediamo che le cose divengano l’altro da sé, crediamo che l’ente(=le cose) sia niente quando non è e sia essere quando è e la ragione che gli sta alla base non sa come gestire questa liquidità.Questa ragione sta tramontando.

  32. Alessandro Vaglia Says:

    Questa ragione la leggete nel libro quinto de La Repubblica di Platone.

  33. md Says:

    “Il capitalismo è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti” (W. Benjamin)

  34. md Says:

    E 2.034 miliardi di euro è il debito pubblico italiano..

  35. Alessandro Vaglia Says:

    se lo vuoi pagare (=il solido) allora è un debito e la colpa la devi espiare… Delitto e Castigo, se lo vuoi uccidere (=liquido) allora è un non-debito e allora non lo vuoi pagare e non c’è né Delitto(=colpevole) né Castigo (= leggi, stato)…

  36. Alessandro Vaglia Says:

    L’obiezione potrebbe essere, come fai a non pagare un debito? risposta- non riconoscendolo come tale-

  37. Alessandro Vaglia Says:

    come fai ad uccidere Dio ?
    non riconoscendolo come tale.

  38. filosofiazzero Says:

    …essere tutt’essere dell’essere!
    …ipis opis sculettabbabbàus!

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