L’insostenibile gravità dell’esistere

kierkegaard

Pochissimo s’è parlato in questo blog di Søren Kierkegaard. Solo fugaci citazioni, in 4 o 5 occasioni, nulla di più. Il 5 maggio scorso ricorreva tra l’altro, nel più assordante dei silenzi, il bicentenario della sua nascita.
Del resto il filosofo danese non è di sicuro nelle mie corde – ed anzi, ricordo che all’università, io e un mio compagno con il quale ho avuto il piacere di condividere anni di forsennata passione filosofica (e di grandi bevute), eravamo soliti sbeffeggiare il povero Søren, in particolare per quella sequela di titoli angosciosi e funesti – Timore e tremore, Briciole filosofiche, Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale… – a nostro avviso ben poco filosofici, e comunque lontani dal nostro stile irruento e vitale (io poi ero all’epoca un temibile estremista hegeliano!).

[En passant, Briciole di filosofia fu, se non erro, il primo blog filosofico che incontrai sul web, subito dopo aver aperto La Botte. Quasi una nemesi].

In verità, molti anni dopo avrei rivalutato per lo meno un aspetto del pensiero di Kierkegaard – quello dell’unicità singolare – dopo averlo aspramente criticato proprio su questo punto, che rimane tuttavia problematico: in che termini si dà una singolarità unica ed irripetibile che non sia invece schiacciata sempre entro le strutture e le dinamiche sociali ed oggettive, le quali più che costituire uno scandalo per l’individuo ne sono in verità le fonti necessarie ed imprescindibili? Solo la paradossalità della fede può convincerci che la singolarità stia più in alto dell’universalità – e solo la sua illusorietà può farci sentire unici, preziosi, insostituibili. Tuttavia trovo molto proficue queste idee, purché liberate dagli eccessi di incenso, ai fini di una possibile uscita dalla logica del ghénos.
Ma non è su questo aspetto delle tesi kierkegaardiane che volevo richiamare l’attenzione, quanto su una (preoccupante) convergenza e persino comunanza esistenzial-biografica, che mi conduce pericolosamente nei pressi di Copenaghen.
Dal Diario del padre dell’esistenzialismo emerge chiaramente la percezione di uno stigma che rende problematico, quando non paralizzante, il fluire della vita: vi si parla di una non meglio precisata “scheggia nelle carni” (ne avevo accennato qui), come un’ombra permanente che rende irrespirabile l’aria. Nulla di strano, si dirà, per uno che scrive che “la malattia mortale è la disperazione” e che vive l’unica via d’uscita – la fede – come follia e scandalo, e dunque una strada incerta e strettissima. Di certo non c’è alcuna grazia o edificazione in questa forma di cristianesimo. Molto più vi aleggiano fantasmi, sensi di colpa – schegge e ombre, appunto.
Dovrei a questo punto esemplificare con alcuni stralci di vita e di esperienza quotidiana – se non fossero, in verità, ben poco interessanti (trovo a tal proposito che, affinché risultino interessanti, le vite individuali – le suddette singolarità – debbano sottostare ad almeno una delle seguenti condizioni: essere amate oppure ben narrate). Mi limiterò dunque a schizzare una fenomenologia psicologica generale (ecco, l’ho detto: un’altra delle accuse che hegelastramente muovevamo a Kierkegaard riguardava proprio lo psicologismo, incompatibile, a nostro parere, con il discorso filosofico).

Non si tratta in verità di essere felici o infelici: ho anzi stabilito una volta per tutte che la felicità è condizione pendolare ed emotiva, e siccome è rarissimo, e forse nemmeno auspicabile, che l’emotività venga ricompresa o riassorbita nella dimensione razionale, felici e infelici lo si è alternativamente sempre, si sia o no filosofici, si sia o no filosoficamente appagati (la via aristotelica o quella spinozista alla contemplazione ed alla beatitudine filosofica sono meravigliose quanto utopiche icone, roba per gli dèi o per qualche eletto – o che tale si crede – non per la moltitudine umana).
Ma se non è l’infelicità a pungere, che cosa è mai quest’ombra, questa pesantezza, questa spina intoglibile che si fa sentire indifferentemente sia nelle piccole che nelle grandi vicende esistenziali – sia quando ti si rompe banalmente qualcosa o vivi un piccolo fastidio sia quando hai appena parlato con un amico gravemente ammalato e in pericolo di vita; sia negli anfratti più infimi della quotidianità, sia nelle pieghe esistenziali più cruciali – la vita, l’angoscia, il dolore, la paura, la morte?
Se fossimo delle alate teste d’angelo – per usare la celebre immagine di un altro grande nemico di Hegel – vivremmo tutto ciò in maniera più leggiadra, ed anzi, non sentiremmo granché, tantomeno schegge nelle carni. Ma poiché siamo in primo luogo corpi, enti fatti di materia bruta (gravi che piombano sempre a terra, nonostante tutti i voli pindarici della loro immaginazione – e il fatto di sapersi tali non fa diminuire di un solo grammo la forza di gravità), siamo per ciò stesso fragili, circoscritti, perituri, caduchi, contingenti: potremo astrarre ed indiarci quanto vogliamo, ma la pesantezza dell’esistere, la sua umbratilità ci schiacceranno sempre giù a terra.
Certo, saremo pure enti aperti alla possibilitàpossibilità-che-sì, ma anche, ed in ultima istanza, possibilità-che-non. Modalità dell’esistenza ben poco piacevole – poiché ci prescinde e fa a meno di noi – che finisce semmai per rovesciarsi nella più dura necessità.

[Mentre l’ombra è sempre lì, e la scheggia brucia da qualche parte, me ne sbatto altamente, ed anzi, subito dopo aver scritto questi pensieri un poco attorcigliati sotto l’influsso del filosofo danese, mi ascolto con vivissimo piacere Hindemith e Beethoven, per di più dal vivo, e poco dopo ceno sul balcone, con una bella bottiglia di vino rosso – brindando a Kierkegaard, al mio amico di antiche bevute e a tutti voi, singolari o universali che siate].

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11 Risposte to “L’insostenibile gravità dell’esistere”

  1. luca ormelli Says:

    Ho molto apprezzato questo tuo post Mario. Sottolineo la prodigiosa coincidenza anagrafica del 5 maggio che ha dato i natali a pensatori sideralmente lontani quanto Kierkegaard e a Marx. Accomunati forse solo nell’essere stati perventi hegeliani prima, severi critici poi.

  2. Carlo Says:

    La condizione “materiale” (l’habitat socio-psicologico e il vissuto corporeo) de-termina ineludibilmente la visione della “realtà” (l’ideologia) di ognuno di noi.
    La giornalista femminista svedese Federica Bremer testimoniò:”Il dott. Kierkegaard era malaticcio, irritabile e capace di montare su tutte le furie se il sole non mandava i raggi come diceva lui!”.
    Dunque un “nuovo” Leopardi.
    La sofferenza fisica e la depressione psicologica depotenziano ogni progetto che si proponga la felicità, o meglio, il “godimento della vita” .
    E’ facile capire perché alcuni, lacerati da contingenze avverse, si affidano al buon Dio. Mentre altri, favoriti dal caso, si dedicano all’ontologia laica.

  3. Alessandro Vaglia Says:

    non mi sembra che Leopardi, Carlo, si affidasse poi tanto al buon Dio.

  4. Alessandro Vaglia Says:

    ora ti ho letto e so che universali e singolari siamo.

  5. md Says:

    Grazie Luca, in effetti è davvero una curiosa coincidenza!

  6. luca ormelli Says:

    Errata corrige: non «perventi hegeliani» ma ferventi. Chiedo venia.

  7. carla Says:

    possiamo aggiungere l’interessante definizione di individuo da parte di Leibniz?
    in fondo non è così distante dalla visione di Kierkegaard, è solo meno drammatica.
    L’ individuo è un ente costituito da una infinità di determinazioni, non interamente conoscibili dall’uomo.

    bella l’immagine del balcone e di un individuo con il bicchiere di vino rosso in mano, e dei profumi di maggio (peccato per la pioggia)
    la musica classica in sottofondo denota un palato raffinato…
    è giusto non prendersi mai troppo sul serio…:-)

  8. md Says:

    Certo Carla, oltretutto è efficacissima l’immagine leibniziana delle pieghe dell’anima – e presto ci ragioneremo anche sulla Botte. (ps: ho avuto la fortuna di evitare la pioggia, visto che sono in Sicilia per qualche giorno)

  9. carla Says:

    Le pieghe dell’anima…potrebbe essere un bel titolo per il prossimo post, magari accompagnato da una scultura del Bartolini.
    prepara l’ombrello se risali al nord.

  10. xavier Says:

    …Tornato da poco più di 24 ore da una settimana al largo della Sicilia, ritrovo la Botte piena di…vino. Certamente non riuscirò a bermi tutti i bicchieri arretrati, non ho costanza né pazienza, né son così intelligente da capire tutto in un fiato: devo centellinare per gustare meglio e farmi un’opinione, che poi alla fine risulta quasi sempre sbagliata. Cieli pieni di vento e mare gonfio mi hanno distratto non poco da tutto il resto, ma poi vedo che le cose son sempre al punto dove le avevo lasciate, e mi rassicuro: i filosofi sono cone le soap opera: puoi perderti anche 20 puntate, ma la trama ce l’hai sempre in testa. Un brindisi a tutti, col bianco o col rosso, poco importa, basta sia di quello giusto!

  11. luca ormelli Says:

    Ancora su Kierkegaard. Insospettabili influenze del danese sono disseminate lungo l’opera di DFW.

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