(In)utilità della filosofia

[Riporto la traccia del mio intervento all’ultimo incontro del Gruppo di discussione filosofica, presso la biblioteca di Rescaldina. I Lunedì filosofici riprenderanno in autunno]

 

“La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
“La nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.
Due frasi – una dal sapore popolaresco e canzonatorio, l’altra corrucciata dalla serietà hegeliana – che giungono ad una medesima conclusione: la filosofia come qualcosa di inutile, cioè privo di uno scopo determinato (non ha importanza qui il contenuto dello scopo; ciò che importa è che vi sia una finalizzazione dell’attività: faccio questo per ottenere quest’altro, purché mi sia utile, cioè vantaggioso, che mi apporti dei benefici – anche se poi esistono scopi reconditi, eterogenesi dei fini, beni che si rivelano mali, insomma una casistica esageratamente varia).
Se per “utile” intendiamo quel processo volto a soddisfare un bisogno, di sicuro la filosofia non è adatta allo scopo. Anche perché non è ben chiaro a quale bisogno corrisponda. Sembra anzi che, su questo piano, essa risulti inutile, dato che più che risolvere problemi pare fatta apposta per crearne di nuovi, più che dare risposte ha la vocazione a rilanciare e moltiplicare le domande.
Se noi, ad esempio, dovessimo ripercorrere i vari incontri e le varie questioni affrontate nel nostro percorso, non so quanto l’approccio filosofico ci abbia appagato sul piano dell’immediata utilità: di sicuro non ha prosciugato la nostra propensione al desiderio (e magari all’iper-consumo), non ci ha aiutato a mettere sotto controllo le passioni, né ad usare meglio la tecnologia, tantomeno ci ha convinto a cambiare lo stile alimentare o di vita, e magari non ha nemmeno incrementato la nostra propensione a meditare; quasi sicuramente non ci ha dato la salute del corpo ed è pure dubbio che possa fare qualcosa per l’anima o lo spirito: cioè la filosofia non solo non è utile, ma non è nemmeno una “cura” dei nostri mali. Al più ci ha fatto riflettere su queste cose, ha aumentato la nostra sfera di coscienza e di conoscenza [la frase di Hegel riportata sopra è preceduta da un’altra delle sue celebri metafore malinconiche: «Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere»] – e questo aumento di consapevolezza non comporta necessariamente dei cambiamenti effettivi, anche perché molti di questi cambiamenti hanno bisogno di un piano sociale affinché possano prodursi.
E allora, perché mai occuparsene? Che cosa ci aspettiamo dalla filosofia? Ed è lecito aspettarsi qualcosa?
Beh, forse proprio perché non serve a nulla, non ha uno scopo o un fine preciso, non è vantaggiosa o efficace, non si occupa di qualcosa in particolare – ma ha la pretesa di occuparsi di tutte le cose, addirittura del tutto, dell’essere nella sua totalità, del senso e del significato di questa totalità e delle cose che contiene, guardandole da un altro punto di vista che non sia quello immediato o quotidiano, quello appunto dell’utilità – insomma, sono forse proprio l’assenza di strumentalità, il disinteresse a costituire il suo punto di forza: l’utilità sta qui nell’inutilità, così come l’interesse nel disinteresse. Se vi ricordate si era anche parlato dell’esperienza fondativa dello straniamento, che ha a che fare proprio con questa caratteristica del filosofare: guardare alle cose, agli enti (e a se stessi, ente tra gli enti) da un punto di vista insolito, come se l’oggetto del nostro guardare non ci ri-guardasse. Come se ci fosse estraneo, esterno, alieno.
Ed è allora solo attraverso questa modalità che riusciamo a vedere le cose sotto un profilo di interezza ed una significatività che ci appaiono slegati da ogni particolarità (soprattutto dall’utilità-finalità, dal loro essere a nostra disposizione, quasi fossero a noi destinati). Noi stessi potremo finalmente apparire sotto una luce diversa, come non implicati nell’intrico del quotidiano e, soprattutto, come unità individuali, non frammentati nei mille rivoli e parti cui la scienza o la società o i pressanti impegni finiscono per ridurci.

Quel che allora può fare la filosofia è aiutarci a conferire un senso unitario alle nostre biografie – unità e senso che, però, sempre più non troviamo già dati e confezionati, come magari succedeva nelle comunità del passato o attraverso i tradizionali canali di conferimento del senso (su tutti la religione): oggi l’individuo è sempre più sganciato dalle identità collettive di un tempo, e dunque fatica a trovare una collocazione chiara nel mondo. La filosofia può forse aiutarci in questo compito “narrativo” e ricostruttivo: ricostruire il significato, la direzione, ricomporre i pezzi, ri-collocarci nel mondo.
[Anche se forse è stata propria la filosofia – basti pensare a Nietzsche e a tutti i “filosofi del sospetto” – a sradicarci dai mondi tradizionali, dal mito, dalle fedi: curioso che chi ci ha sradicato pretenda poi di ri-collocarci; ma questo discorso ci porterebbe molto lontano…]
La pretesa e la forza della filosofia – ed è il punto dirimente rispetto ad altre forme di esperienza o di conoscenza – sta pur sempre nell’uso della ragione, e nel considerarla come facoltà universale – che dunque permette a chiunque di partire da sé e di costruire quel senso unitario (di sé e della propria relazione con il mondo) senza alcuna etero-direzione, senza che siano altri a decidere, indirizzare, darci le ricette. La ragione è una facoltà che non accetta di essere diretta dall’esterno (lo aveva affermato Kant, una volta per tutte nella celebre Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?: «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza», unico modo per uscire da uno stato di minorità e di assoggettamento).
Ecco dunque, di nuovo, il paradosso: l’utilità della filosofia sta forse proprio nel suo essere sommamente inutile e non inchiodata ad un fine preciso, ad uno scopo dato una volta per tutte – sta anzi nella libertà e autonomia di ciascun individuo di autodeterminarsi e di plasmare il senso (mai pre-determinato) della propria vita.
Vi sarebbe poi da coniugare tale agitarsi dei singoli con l’elemento collettivo, con la socialità, con ciò che è comune alla specie: esiste davvero un “senso” della vita individuale che sia sconnesso dalla sua dimensione sociale, comunitaria?

Ma vorrei concludere questa breve (e un po’ confusa) dissertazione sul senso del filosofare, con un brano dell’Etica nicomachea di Aristotele, che sintetizza in maniera perfetta l’assoluta in-utilità della filosofia, così come ho provato ad argomentare sopra, contrapponendo l’attività contemplativa del filosofo a quella politica del cittadino. Aristotele sta descrivendo la condizione ideale cui un uomo virtuoso possa giungere, conformemente a quella che egli ritiene la “virtù superiore”, ovvero “la virtù della parte migliore dell’anima”, cioè l’intelletto:
«Quest’attività è infatti la più alta; infatti l’intelletto è tra le cose che sono in noi quella superiore, e tra le cose conoscibili le più alte sono quelle a cui si riferisce il pensiero. Ed è anche l’attività più continua; noi infatti possiamo contemplare più di continuo di quanto non possiamo fare qualsiasi altra cosa. Pensiamo poi che alla felicità debba essere congiunto il piacere e si conviene che la migliore delle attività conformi a virtù è quella relativa alla sapienza; sembra invero che la filosofia apporti piaceri meravigliosi per la loro purezza e solidità; ed è logico che il corso della vita sia più piacevole per chi conosce che non per chi ancora ricerca il vero. E l’autosufficienza di cui abbiamo parlato si troverà soprattutto nell’attività contemplativa” […]
Se dunque tra le azioni conformi alle virtù quelle politiche e quelle di guerra eccellono per bellezza e per grandezza, ma sono disagiate e mirano a un altro fine e non sono scelte per se stesse, se invece l’attività dell’intelletto, essendo contemplativa, sembra eccellere per dignità e non mirare a nessun altro fine all’infuori di se stessa [concezione che è speculare a quella teologica del dio inteso come pensiero di pensiero, noesis noèseos] e ad avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficiente, agevole, ininterrotta per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attività si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato: allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita».

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13 Risposte to “(In)utilità della filosofia”

  1. Eterit Says:

    Ritrovare una condivisione del proprio pensiero e contemporaneamente trovarlo in termini chiari e scritto in maniera scorrevole non capita spesso. Questo articolo merita una piccola cornice da tenere sempre a portata di sguardo!

  2. filosofiazzero Says:

    …l’ho già detto, mi sembra, te dovresti essere mandato in giro per l’Italia, o dappertutto, a di-vulgare la filosofia. Tutto a spese della “comunità” (cosiddetta)!!!

  3. filosofiazzero Says:

    …senti, md, dammi retta, non ti sottoporre più al giogo della moderazione, lascia che sìa, saranno i commentatori stessi,non ri-commentando, per esempio, a placare le acque…

  4. md Says:

    @Eterit: benvenuto, naufrago riflessivo!

    @filosofiazzero: troppo buono come sempre; per ora lascio la moderazione, così sono obbligato a leggere tutti-tutti i vostri commenti (che lascia intendere che prima non lo facessi…).
    Ma sarà cosa provvisoria, non temere (sempre che non sia il tipico provvisorio all’italiana…)

  5. carla Says:

    Ludwig Josef Johann Wittgenstein non avrebbe potuto vivere senza…

    Buona domenica Mario

  6. LexMat Says:

    Piacere di conoscerti noiso, inutile e triste filosofo.

    Ci piacerebbe tanto essere diversi e che gli altri pure lo siano come noi desideriamo.

    “E’ l’uomo a girare a vuoto, non lo strumento della filosofia che è soltanto come un cucchiaio, che sta a noi prendere piccolo o grande, con cui poi scavare a fondo o in superficie rimestare.”

    «Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli» (Nietzsche)

    “La Filosofia? Ginnastica mentale.”

    “Sursum Corda”, “Sempre avanti”, “Meno emozioni, più azioni e via i coglioni”.

    LexMat

  7. md Says:

    @LexMat:
    non ho capito granché, ma tengo buona la frase di Nietzsche (che comunque qui sul blog è esposta da qualche settimana in bella vista, sopra il faccione baffuto del filosofo-non filosofo – che poi i filosofi siano noiosi, inutili o tristanzuoli, lascio che siano altri a deciderlo, sarei troppo di parte).
    Naturalmente, il piacere è mio 🙂

  8. LexMat Says:

    La prima considerazione, tengo a dire scherzosa e non affatto offensiva (non era assolutamente mia intenzione), è relativa al fatto che tra i primi Post letti da me sul Blog mi sono scontrato in concetti sull’inutilità, noia e dolore, cioè cose stracomuni per i filosofi ed a cui, secondo me, bisognerebbe rivoltarsi, diciamo… alla Camus.

    Le seconde due sono delle mie personali considerazioni su come l’uomo desidera ed affronta il mondo, con la terza che dovrebbe essere spero simpatica metafora pratica di come utilizzare lo strumento Filosofia.

    La quinta riprende la quarta (quest’ultima di “Nicce” ripresa appunto dal tuo Blog) e ne fa la sintesi, appunto sollevare il culone di pietra e fare ginnastica (mentale nel nostro caso).

    I tre finali sono frasi spronanti ad andare avanti con occhio sereno.
    Cattolica la prima, motto di Walt Disney la seconda e personalissimo l’ultima magari riferita al fancazzismo imperante in Italia tra pseudo-intellettuali e politici piccolini (Ber…).

  9. md Says:

    ok, ora con la legenda è tutto più chiaro…
    sì, avevo interpretato anch’io come ironica la tua prima considerazione, e non solo – in effetti in questo blog dolore, noia ed esistenziale malinconia abbondano, ma non mancano nemmeno il divertissment, la passione, lo stupore ed una rabbia gioiosa e vitale – almeno spero che così siano stati interpretati…

  10. LexMat Says:

    Lo stupore ed una rabbia vitale sono molto importanti, anzi fondamentali.
    Continua così ma, non conoscendo la tua storia, comunque a priori consiglio più azione.

    Ho notato su un Post che parli della felicità e di come la interpretano i bambini, sei per caso un insegnante?

    Ti ringrazio per il cortese colloquio, passa anche dalle mie parti a vedere se trovi qualcosa di nuovo ed interessante.

    Ti seguo e copro le spalle, se poi c’è da andare in prima linea, nessun problema.

  11. md Says:

    “Dove molti pensano, prima o poi qualcuno agirà”.
    Ho agito senza pensare, ho pensato senza agire, provo a pensare e ad agire insieme – ma ritengo il pensiero essenzialmente azione, altrimenti non sarebbe tale.

    Non sono un insegnante, sono un bibliotecario, ma ho la fortuna di condurre da 7 anni degli esperimenti di filosofia con i bambini in una scuola elementare. Qui sul blog ne ho dato conto. E, spero presto, in un libro che è praticamente già scritto.

    Verrò senz’altro a trovarti.

  12. md Says:

    (però non ho trovato nulla, forse non c’era nulla da trovare…)

  13. LexMat Says:

    Di cosa ha bisogno la Filosofia?

    La Felicità non ha bisogno di Filosofia, ma la Filosofia ha bisogno di Felicità.

    La Felicità è Ottimismo, e quest’ultimo non è chiudere gli occhi della ragione ed andare allo sbaraglio, è invece vincente perchè si rialza sempre e non rimane stramazzato a terra come il pessimismo.
    Esso è la visione sincera e cristallina, con una logica “tout court” e “all purpose”, persino ingenua ma comunque calibrata, dell’insieme rabberciato della vita.

    I bambini non sono pessimisti ma propensi (“pendere con favore verso”) alla vita, cioè ottimisti.

    La delusione verso la vita deve essere all’occorrenza e non una costante “vita natural durante”, i bambini resettano lo spirito e ripartono all’avventura e niente li scornifica di più, piuttosto che le avversità fisiche della vita, le stolide fisime degli adulti stessi, genitori innanzitutto compresi.

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