Petite Poucette

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Trovo quantomeno strana, e talvolta disdicevole, l’abitudine di alcuni editori italiani di tradurre (e tradire) il titolo di un testo di un’altra lingua, così da darne una presentazione in alcuni casi fuorviante. Se è vero che il titolo è un frammento del testo, allora non si capisce perché anziché Pollicina (Petite Poucette), il breve pamphlet di Michel Serres sulle nuove generazioni nativo-digitali sia stato tradotto Non è un mondo per vecchi, scimmiottando malamente il romanzo (poi film) di Cormac McCarthy.
Detto questo, il testo di Serres è una scorribanda alla velocità della luce (e in salsa francese) della rottura epocale che le nuove tecnologie digitali stanno generando nel mondo della cultura: cambio di paradigma dell’oggetto cognitivo, liberazione dei corpi dalle caverne del sapere, superamento dell’ordine concettuale (addirittura!), fine della dittatura della pagina e dell’ordine libresco, e così via.
È interessante che sia un ottuagenario filosofo della scienza a compiere questo volo pindarico ed immaginifico nell’immediato futuro cognitivo ed antropologico, e che lo faccia con l’iconoclastia dissacrante e l’entusiasmo che non si perita di scavarsi la fossa con le proprie mani (d’altro canto alla sua età può forse permettersi di farlo): come a dire che chi scrive fa parte di un mondo di dinosauri in via d’estinzione e che l’ordine culturale e concettuale cui appartiene assomiglia alle stelle morte, le “grandi istituzioni” – quelle che hanno consacrato ad esempio Serres quale “epistemologo”, e che verranno presto travolte (anzi, lo sono già) dalla diffusione della “presunzione di competenza”, istituzioni che «somigliano alle stelle di cui riceviamo ancora la luce, ma che secondo il calcolo degli astrofisici sono già morte da tempo».
Il filosofo francese evoca a tal proposito immagini avvicinabili  al celebre brano della Fenomenologia dello spirito sull’avvento di nuove ere, che appaiono all’improvviso, d’un lampo, dopo che le vecchie erano state prese da “noia” e “fatuità”, e si erano andate “sbocconcellando” e “dissolvendo brano a brano”.
Non è certo questo il primo tentativo di immaginare quali conseguenze avrà la rivoluzione della rete – un dispositivo che, al di là dell’uso acritico e ideologico che si fa tanto del nome quanto della cosa, finisce per scompaginare gerarchie e ordini di accesso al sapere, con conseguenti fenomeni di orizzontalità e radicale democrazia cui già possiamo assistere in presa diretta.
Naturalmente la critica che sempre si fa è che insieme ai vantaggi ci sarebbero degli (enormi) svantaggi: caoticità, caduta del principio di causalità, simultaneità del multitasking, difficoltà a stabilire nuovi discrimini tra realtà e virtualità, ecc. Ma sono i vecchi conservatori a dirlo, mica i giovani innovatori – risponderebbe Serres ben poco preoccupato. Cioè: poiché è proprio un intero paradigma ad essere rovesciato e tutto si andrà riconfigurando secondo un paradigma radicalmente alternativo (se pure ce ne sarà uno), saranno proprio le vecchie gerarchie cartacee (e professorali), inutilmente abbarbicati alla loro figura di “grilli parlanti”, ad essere spazzate via.

Esemplifico con 3 punti il discorso di Serres, in maniera ellittica (come del resto è nello stile del testo):
1) cambio di paradigma dell’oggetto cognitivo: dal pieno (della cultura cartacea) al vuoto di una “oggettività dolce e inventiva”, un vuoto nel quale è il soggetto stesso del pensiero – l’antico cogito – ad essere cambiato, proprio in quanto prende le distanze dal voluminoso e ultrabibliografico sapere, ora depositato in un computer (fenomeno che Serres rende iconograficamente con il vescovo Dionigi che raccoglie la propria testa decapitata);
2) liberazione dei corpi: fine della dittatura dell’aula e uscita dalle caverne nelle quali i ragazzi erano stipati da millenni con “bocche cucite e culi fermi”. Ora il sapere è disseminato, è nelle tasche di tutti, non sta più concentrato su cattedre e pedane e, soprattutto, si porta in giro con il proprio corpo e le sue nuove protesi;
3) fine dell’epoca dell’astrazione e domanda provocatoria: “abbiamo ancora bisogno dei concetti?”. Qualche volta sì, ma non sempre – risponde Serres: è ora venuta l’epoca del “concreto singolare”, abbiamo cioè finalmente l’opportunità di «attardarci tutto il tempo necessario sui racconti, gli esempi e le singolarità, sulle cose stesse».

Naturalmente tutto questo discorso sconta per lo meno la contraddizione di utilizzare a sua volta concetti e pratiche antiche e non archiviabili del discorso (compreso il fatto che, pur contestando la logica della pagina, è poi finito in libreria, in biblioteca e qui sulla mia scrivania…).
Ci si chiederà poi come mai Pollicina e non Pollicino (naturalmente l’allusione è all’uso dei pollici sui dispositivi digitali, eminente simbolo del nuovo corso): Serres sostiene (e credo abbia ragione) che sono le donne (“più lavoratrici e più brave”) a cogliere ben più degli uomini (“arroganti e scarsi”)  la profondità della rivoluzione in corso.
Rivoluzione che viene effigiata, al termine del libro, con la ricusazione della Torre-simbolo per antonomasia della cultura e dell’epoca moderna (l’Eiffel, stadio duro, piramidale, scritto, raggelato e morto) e la riproposizione di una neoBabele, non più torre ma “albero in fiamme, novità perenne” a rappresentare il “collettivo connesso” potenzialmente planetario.

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2 Risposte to “Petite Poucette”

  1. RobySan Says:

    Lemme lemme, sul binario morto, al deposito me ne vo. Ma un senso d’oppressione mi rimane in mezzo al petto. Forse le coronarie.

  2. filosofiazzero Says:

    Lontano da Deleuze eccetra:

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