Psicosofie estive – 4. L’ombra della verditudine

Sorpresa!_Henri_Rousseau

È dai tempi in cui lessi con furore ed avidità Cormac McCarthy che non provavo, leggendo un romanzo, quel che ho provato con La lucina di Antonio Moresco. Commozione ed un’immensa, consapevole, e quasi cosmica, tristezza. So che il mio Spinoza non approverebbe, e nemmeno un bel po’ di filosofi portati a pensare che tutto sommato tutto-ciò-che-è è ben fatto e ben disposto.
Ma quando cammino immerso nella verditudine, colpito dai raggi del sole e inebriato dal ronzare della vita attorno a me, non posso non pensare che proprio il cuore pulsante di quella vita è fatta di orrore, non solo di bellezza.
E allora mi domando, con Moresco:
«Perché c’è tutto questo sottobosco cattivo… che cerca di avviluppare e di cancellare e di soffocare gli alberi più grandi? Perché tutta questa misera e disperata ferocia che sfigura ogni cosa? Perché tutto questo brulicare di corpi che cercano di prosciugare gli altri corpi suggendoli con le loro mille e mille scatenate radici e le loro piccole, forsennate ventose, per dirottarne su di sé la potenza chimica, per creare nuovi fronti vegetali in grado di annientare tutto, di massacrare tutto? Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?».
E questo è solo il fronte vegetale, che a noi di solito appare più mite e gentile… figuriamoci il fronte animale o quello umano.

La mia amica Chiara, che sta nelle Marche, mi ha raccontato di avere avuto la fortuna di ammirare, ad inizio estate, un corteo di lucciole nel bel mezzo delle colline, uno spettacolo unico e raro. Ma il narratore, impietoso, si rivolge ad un certo punto proprio alle lucciole, e chiede loro conto di quella cosa, che a noi appare così incantevole:
«Perché? Per che cosa vi siete inventate questa inconcepibile cosa? Perché vi richiamate così l’un l’altra, nel buio, nei pochi istanti in cui siete in un mondo che non vedete? Per continuare a riprodurvi? Ma perché? Perché altri esseri come voi possano continuare a riprodursi e a volare per poche settimane, per pochi istanti, in questo enorme buio che ci circonda? Ma loro non lo sanno. E, se lo sanno, non mi rispondono».

Persino la nascita di un bambino – e al centro della vicenda c’è proprio la figura fantasmatica di un bambino – è disperante, dato che risponde a ciechi impulsi biomeccanici (o biosociali):
«E così ogni notte, ogni notte, mentre qualcosa cresceva al buio dentro la pancia di quella donna semiaddormentata e intontita, su queste reti che adesso ci sono qua e là a fare da cancelli agli orti abbandonati, qualche disperato esserino con la sua piccola cosa risaliva il suo canale vaginale per essere il primo a spaccare la membrana di uno degli ovuli che pullulavano ciechi dentro la materia cieca della sua carne, per dare vita a nuovi corpi e a nuovi esserini caudati e a nuovi ovuli in mezzo a tutta quella disperazione vegetale e a quel freddo. Per quale ragione? Perché?».

E la domanda risuona come un’eco nella notte cosmica, e rimbalza da una concrezione di materia all’altra, da una figura all’altra, da una forma all’altra – come un’angosciosa voce deformante di tutte quelle concrezioni, figure e forme. Finché non si spegnerà, debole lucina anch’essa, piccola stella cadente che ha attraversato per un impercettibile istante quell’insensata ed immensa neritudine.

la-lucina-moresco

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