Marxionne

marchionne-americano

Leggevo qualche giorno fa un articolo di Lucio Villari a proposito del Marx artista incompreso, dove lo storico rilevava ad un certo punto come le opere di Marx, su tutte Il Capitale, avessero in verità completamente mancato il bersaglio (non so come direbbero gli esperti di marketing editoriale oggi, parlerebbero forse di un errore di target): il filosofo e rivoluzionario tedesco finisce cioè per rivolgersi, suo malgrado, a coloro di cui veniva auspicata la dissoluzione – i quali, sottolinea Villari, fanno ovviamente orecchie da mercante. La prima edizione del primo libro del Capitale, uscita nel 1867, venne infatti accolta da un fragoroso silenzio – sia negli ambienti borghesi (gli unici che avrebbero potuto comprenderlo) sia in quelli proletari (per manifesta incapacità intellettuale).
È questa una vecchia storia, che la scuola di massa e la diffusione della cultura (facilitata oggi virtualmente dalla rete) non hanno ancora potuto risolvere: de te fabula narratur – proprio te di cui stiamo parlando sei l’ultimo a saperlo (quando va bene, perché spesso, invece, manco vieni a saperlo).


Mi è quindi venuto in mente, a proposito dell’essenza del capitalismo e dell’analisi marxiana – che è una critica dell’economia politica, giova sempre ricordalo – l’imprenditore Marchionne, il quale, a prescindere dalle sue supposte e ancora tutt’altro che acclarate capacità industriali (sono buoni tutti di spostare la produzione là dove i salari e i diritti sono ottocenteschi realizzando così maggiori profitti), credo rappresenti perfettamente uno dei lati della contraddizione di cui parlavo sopra.
Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels disegnano con mirabile precisione i tratti e le caratteristiche dell’ideologia borghese trionfante, oggi incarnata da figure come quella di Marchionne: «il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre […] essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire […] in una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».
Ora, a tale precisione e lungimiranza nell’anticipare il disegno globale del Capitale, che i borghesi hanno realizzato, per quanto in maniera meno lineare del previsto, non corrisponde purtroppo una altrettanto idea precisa e chiara di quel che i proletari avrebbero dovuto/potuto (o sarebbero stati necessitati a fare) – se non la tesi, tutta da dimostrare, che la produzione dei propri seppellitori avrebbe portato la borghesia ad un inevitabile tramonto.
Sembra quasi cioè che, paradossalmente, Marx abbia scritto a beneficio dei capitalisti e dei borghesi, più che dei proletari – sottodimensionati e sottorappresentati proprio nella loro forza e plasticità, ben più robuste e inarrestabili essendo le energie (letteralmente stregonesche) evocate dal produttivismo borghese.
Cosa che i borghesi hanno capito benissimo, cavalcando il dispositivo del Capitale – la sua essenza espansiva, accumulativa e illimitata (nuova promessa di immortalità!), fino ad occupare l’intero spazio fisico, immaginifico e mentale del pianeta. Mentre gli altri, i proletari, i negatori della negazione (e dell’alienazione), i vinti che nulla avrebbero avuto da perdere se non le proprie catene, pare abbiano per lo più dovuto subire i processi: le guerre (anche intestine), l’Unione sovietica e lo stalinismo, il disincanto e l’integrazione iperconsumistica, la precarizzazione, l’assoluta resa culturale all’ideologia borghese: «i prodotti spirituali delle singole nazioni – si legge sempre nel Manifesto – diventano patrimonio comune. La unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale», dove sembra quasi di leggere un’analisi anticipata del cosiddetto “pensiero unico”.
Che fare? – si chiedeva Lenin, che però aveva le idee piuttosto chiare nell’immediato: presa del potere e uso della potenza borghese a beneficio del proletariato organizzato nel partito. Poi, però, sappiamo com’è andata a finire.
Che fare? – ce lo chiediamo da un po’ di tempo, noi (più o meno) proletari del ventunesimo secolo…

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3 Risposte to “Marxionne”

  1. caosliquido Says:

    Dichiarare proprietà sociale dei mezzi di produzione.

  2. filosofiazzero Says:

    …per produrre che?

  3. filosofiazzero Says:

    Un commento all’ultimo articolo di Severino sul “corriere della sera”

    Il filosofo Severino ha ri-scoperto che l’uomo ha inventato la ruota, la zappa, l’aratro, il cannone, il vapore, il motore a scoppio, la bomba atomica. Tutto questo, messo insieme, fa il potere della tecnica, che oggi (più che mai)sta letteralmente cambiando (nella meglio delle ipotesi)la faccia della terra. Andando avanti (per dire) a questa maniera, lui dice, si potrebbe arrivare (per dire) non si sa dove. E’ dimostrato questo.

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