Pòlemos, sempre lui, il maledettissimo padre-padrone di tutte le cose

FranciscoGoyaLosdesastresdelaguerra

È da almeno un trentennio che rifletto e mi angoscio – insieme ad altre e ad altri, non certo in solitudine – sul fenomeno-guerra e sulla sua sostanza. Ve n’è un  riflesso anche su questo blog, dove sono andato archiviando scritti più o meno sistematici (miei o di altri) che risentono della temperie di questo passaggio di secolo (e di millennio). Dalla politica muscolare di Reagan e dal rambismo degli ’80, passando per le guerre del Golfo, il macello balcanico, il Ruanda e la Somalia, l’11 settembre e le infinite guerre mediorientali – solo per citare quelle più eclatanti: e già il termine “eclatante” (che ho scoperto derivare dal francese éclater, ovvero “scoppiare”, dunque brillare di evidenza per un momento per poi dissolversi), pone un problema, poiché esistono guerre visibili e guerre che non lo sono. Guerre che suppurano in superficie ed altre che ribollono nelle profondità degli inferi socioeconomici; guerre che servono e sono utili al sistema ed altre inservibili – ma tutte ci dicono la nuda e cruda verità ontologica: la guerra è la modalità essenziale delle relazioni politiche globali. Vi è anzi contiguità ed intercambiabilità, se non sovrapposizione tra guerra e politica: non solo e non tanto la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi – come pretendeva Clausewitz –  semmai le due realtà si tengono e sono consustanziali. La guerra è l’essenza del sistema globale, e che non sempre ciò risulti chiaro ed evidente fa parte del suo modo di essere e di funzionare: la pace non è la norma e la guerra non è l’eccezione, è vero piuttosto il contrario.
Sta proprio qui il limite fondamentale del pacifismo, o per meglio dire di tutti i pacifismi, religiosi, etici o spirituali che siano; l’amico filosofo Franco Crespi aveva scritto a tal proposito 30 anni fa nei suoi Appunti per l’antimilitarismo: «La falsa evidenza del fenomeno-guerra induce la falsa evidenza del pacifismo inteso come ricerca di un positivo a fronte di un negativo, di un bene a fronte di un male, di un dovere a fronte di un essere. Il pacifismo si oppone alla guerra, e solo ad essa, nel duplice senso che essa è ritenuta una alterazione dell’equilibrio sociale da mantenersi. Pertanto esso non riesce mai a spingersi al di sotto del fenomeno di superficie e mantiene rispetto alla guerra il carattere di un giudizio morale o religioso. Di qui la sua impotenza, il suo valore di “testimonianza” nei soli periodi di calma relativa, il suo dileguarsi in altri momenti. Esso non è un sistema di pensiero e non vede nemmeno la globalità del fenomeno-guerra. Vede l’albero, non la foresta. L’antimilitarismo, invece, nasce logicamente come critica dei limiti angusti del pacifismo e come progetto di superamento di esso» (qui si può leggere il testo per esteso).
L’unica vera alternativa all’accettazione imbelle del sistema bellico globale (la guerra come incombenza, dunque come ciò che sempre è all’orizzonte) è l’antimilitarismo da intendersi come critica e negazione radicale dell’ordine sociale, economico, gerarchico, antropocentrico vigente. Finché ci sarà ingiustizia (di popoli contro popoli, di uomini contro donne, di adulti contro bambini, di armati contro inermi, di umani contro animali, di umani contro vegetali, di umani contro l’intero ecumene) permarrà il sistema globale del pòlemos, e la guerra sarà il fondamento socio-ontologico del nostro modo di vivere e di con-vivere (l’arché, il padre e il fine di tutte le cose, così come testimonia la voce straziata e straziante di Eraclito ma anche quella raggelante di Anassimandro).
Il rischio maggiore che si corre è, a tal proposito, proprio quello della naturalità e dell’immemorialità della guerra: se la guerra è non solo in natura, ma addirittura il fondamento ontologico della realtà, è del tutto inutile aspettarsi che le cose possano mutare e, soprattutto, che cambino grazie all’attività e all’intervento degli umani coscienti, consapevoli e attivi. In tal caso, le braccia spalancate e lo sguardo sommesso e rassegnato dell’uomo che attende l’inevitabile – secondo la straordinaria rappresentazione che ne diede un grande antimilitarista quale fu il pittore spagnolo Goya – diventano il simbolo della disperazione di fronte ad una forza che si ritiene fatalmente determinata e dunque immodificabile e necessaria (come un terremoto o una malattia letale). Ma questo è quel che i massacratori, i mercanti e i signori della guerra di sempre vogliono farci credere. La guerra, come il capitale e la integrale mercificazione del mondo, le ingiustizie, la violenza, la fame, la povertà, sarebbero processi dati pressoché “naturali”, di fronte ai quali noi non possiamo far nulla. Al più possiamo sperare nelle “magnifiche sorti e progressive” della tecnica – e della tecnica delle tecniche, il luccicante dio-denaro che ha sostituito il dio biblico degli eserciti, detentore della forza e del diritto di bombardare e di radere al suolo le città (tra l’altro il papa farebbe bene, tra un digiuno e l’altro, ad emendare la faccenda ancora scottante di Sodoma e Gomorra, cioè del primo bombardamento nucleare – o chimico? – della storia).
In definitiva: il pacifismo, le bandierine, i digiuni (che fanno più volentieri quelli con le pance piene) – ed anche questo mio ripetere qui ed ora le solite cose e i soliti concetti, dopo 30 anni di guerre e di terrore, di marce estenuanti e di slogan urlati al vento – servono a ben poco se non si ricomincia (o comincia) seriamente a mettere in discussione l’assetto globale della proprietà, dell’accesso al sapere e ai beni comuni, dell’ordine gerarchico degli esseri e dei viventi.
E nel frattempo cosa facciamo per i bambini, i vecchi e le donne siriane (ma anche per i maschi, giovani o adulti che siano, combattenti o imbelli, che in ogni caso non sono propriamente degli ironman)? Cioè: dobbiamo continuare a tollerare che un regime massacri (gasi o cannoneggi, la sostanza non cambia) il proprio popolo? Ma chi ha le carte in regola – dopo questi 30 anni, l’Irak e l’Afghanistan, la Palestina (dove però nessuno interviene mai, ma guarda un po’!), e dopo il ciclico ripetersi dei secoli e dei millenni – per intervenire e rimettere le cose a posto? Direi che, dopo Sodoma e Gomorra, nemmeno lo Jahvé padre-padrone (che oltretutto risiede da quelle parti) può rivendicare questo sacro diritto di intervento . O l’ha forse il “pacifista” (o, per meglio dire, il non-guerrafondaio-alla-Bush & Co.) Obama? Il quale avrà certo ben presente di trovarsi di fronte ad un ginepraio che farebbe impallidire persino le circostanze dell’attentato di Sarajevo con quel che ne è seguito un secolo fa (ma guarda che caso, l’anno prossimo son 100 anni dall’incipit delle lunghissime guerre del secolo breve che pure non vuol finire…). Dopotutto la scansione e la cronologia dei conflitti ci rivela chiaramente che non si tratta di interruzioni della pace (e di brevi rotture di un mondo fatto di cose belle, buone e giuste), ma di sistole e di diastole di un unico processo di lungo corso che può essere rovesciato solo attraverso una rivoluzione che però, su questo pianeta, non è mai apparsa a memoria d’uomo, né di ente o di vivente.

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6 Risposte to “Pòlemos, sempre lui, il maledettissimo padre-padrone di tutte le cose”

  1. PB Says:

    Same old story
    “Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror,”

  2. xman Says:

    digiuna anche se hai la pancia piena, che poi si svuota
    senza polemos

  3. md Says:

    Pieno e vuoto fame e sazieta – movimenti del polemos…

  4. giaxplex Says:

    Heidegger essereEvenTO: EvEntx sublimx ontologx sublimx una parte della sua critica estetica , sarebbe coerente con la sua posizione se assumiamo lo fa . Per capire meglio il perché, in considerazione articolazione kantiana del sublime in § § 23-54 della terza Critica , che è di gran lunga la formulazione più autorevole e completa del concetto . In linea con la critica di Heidegger di estetica come essenzialmente epistemologico – e così metafisico – Kant considera il sublime come ” non è da ricercare nelle cose della natura , ma solo nelle nostre idee ” . [ 5] Per Kant , il sublime non esistere indipendentemente dal soggetto , ma è piuttosto il risultato di una percezione di un oggetto di corsa contro limiti della comprensione trascendentali della mente . Egli dice : “vera sublimità deve essere ricercata solo nella mente del soggetto giudicare , e non nell’oggetto della natura che occasioni questa disposizione con la sentenza formata di esso ” [6 ] Quando descrizione di Kant del sublime come un prodotto di . mente è vista alla luce di estetica – intesa come rapporto di sensazioni tra soggetto e oggetto , allora questo sarebbe davvero fare il sublime un concetto metafisico di Heidegger . Possiamo cominciare a vedere il motivo della sua esitazione a che fare con il sublime , come sembra essere indissolubilmente legata a ciò che egli considera come il fondamento metafisico ed epistemologico di estetica .

  5. giaxplex Says:

    L’ha ribloggato su ontosofiaxe ha commentato:
    Heidegger essereEvenTO: EvEntx sublimx ontologx sublimx una parte della sua critica estetica , sarebbe coerente con la sua posizione se assumiamo lo fa . Per capire meglio il perché, in considerazione articolazione kantiana del sublime in § § 23-54 della terza Critica , che è di gran lunga la formulazione più autorevole e completa del concetto . In linea con la critica di Heidegger di estetica come essenzialmente epistemologico – e così metafisico – Kant considera il sublime come ” non è da ricercare nelle cose della natura , ma solo nelle nostre idee ” . [ 5] Per Kant , il sublime non esistere indipendentemente dal soggetto , ma è piuttosto il risultato di una percezione di un oggetto di corsa contro limiti della comprensione trascendentali della mente . Egli dice : “vera sublimità deve essere ricercata solo nella mente del soggetto giudicare , e non nell’oggetto della natura che occasioni questa disposizione con la sentenza formata di esso ” [6 ] Quando descrizione di Kant del sublime come un prodotto di . mente è vista alla luce di estetica – intesa come rapporto di sensazioni tra soggetto e oggetto , allora questo sarebbe davvero fare il sublime un concetto metafisico di Heidegger . Possiamo cominciare a vedere il motivo della sua esitazione a che fare con il sublime , come sembra essere indissolubilmente legata a ciò che egli considera come il fondamento metafisico ed epistemologico di estetica .

  6. LexMat Says:

    Molto bella questa tua riflessione.

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