Leibniziana 1 – Stranezza di monade

monadi_by_edi_sanna

La Monadologie di Gottfried Wilhelm Leibniz, un testo scritto in francese risalente al 1714, e che si può dire sia il lascito sistematico del grande pensatore tedesco, mi ha sempre affascinato. L’avevo incontrato all’inizio del mio percorso filosofico, dopo aver seguito il mio primo corso di Filosofia teoretica con Giovanni Piana, il quale lo aveva messo in bibliografia come esemplificativo della via metafisica alla filosofia (laddove l’altra era l’empiristica), all’interno di quella che doveva essere un’introduzione alla filosofia (e al suo linguaggio) per neofiti. Io oltretutto neofita lo ero davvero, dato che non avevo fatto filosofia al liceo, né avevo mai letto un testo scritto da un filosofo. Già il nome “monadologia” dovette apparirmi inquietante – ma mi armai di pazienza, e cercai di penetrare in quel ginepraio concettuale per me assolutamente nuovo.
Qualcosa dovetti capire, visto che presi 30, ma quel che mi rimase in mente fu – al di là del contenuto del sistema di Leibniz – la sua forma. Un testo di pochissime pagine, formulato in 90 brevi proposizioni (talvolta di poche righe), che intendeva riassumere in sé un intero sistema filosofico, una visione globale del mondo, del cosmo, della conoscenza, del destino umano. Una sfida grandiosa – al di là della sua riuscita o meno.
Fui così colpito da quello stile che lo assunsi come ideale dell’espressione filosofica (per quanto ancora non sapessi bene che cosa avrei dovuto esprimere): lontanissimo tanto dal dialogare platonico quanto dall’immaginifico aforismare nietzscheano, lo stile di pensiero di Leibniz intende concentrare e concatenare concetti in una forma limpida, ma nello stesso tempo rapsodica (in alcuni casi monadologica essa stessa): quasi si tratti di un cantiere ancora aperto, che però è già in grado di mostrare gli snodi logici essenziali, in attesa di vedere la costruzione terminata.
Ed è un cantiere quello che intendo qui aprire, un laboratorio di lettura ed analisi del testo, che sia però en dynamis, senza cioè sapere dove porterà. Proprio perché la mia mente – come tutte le menti – è anch’essa monade e specchio cangiante dell’universo…

***

1. La monade, di cui intendiamo parlare, è una sostanza semplice, che entra nei composti; semplice, cioè senza parti.

La monade, dice Leibniz, è una sostanza. Dunque sembra partire dallo stesso assunto spinozista, anche se dall’attacco non è ancora chiaro se questa sostanza sia una o molteplice; per Spinoza la sostanza, per definizione, deve essere unica, poiché causa sui: «ciò che è in sé ed è concepito per sé: ossia ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa dal quale debba essere formato», laddove attributi e modi della sostanza sono i suoi costituenti ed affezioni, che dunque ne dipendono in maniera coatta. Leibniz segue invece un’altra strada: sostanza, come ci dice più esplicitamente nei Principi razionali della natura e della grazia, «è un Essere capace di azione», che può essere tanto semplice quanto composto. Leibniz sceglie il termine greco monas, che indica l’unità, similmente all’atomo di Democrito, legandolo però al concetto speculativo di sostanza, quasi a voler stringere insieme livello fisico-matematico e ontologico.

2. E debbono esservi sostanze semplici, perché esistono i composti: il composto infatti non è altro che un ammasso o aggregatum di elementi semplici.

Poiché l’evidenza ci dice che esistono composti, cioè parti (corpi, ammassi, aggregati), deve per forza esistere qualcosa di semplice. Ma perché mai questo elemento semplice dev’essere anche “sostanza”? Qui sembra poi venir meno un altro punto fermo dello spinozismo, e cioè l’indivisibilità della sostanza, persino della sostanza corporea in quanto viene concepita come sostanza: cioè, il punto di vista metafisico (il terzo grado di conoscenza) in Spinoza tiene l’essere unito entro ferree catene che non possono essere spezzate, se non dall’immaginazione – da un ordine inferiore, cioè, di conoscenza. L’evidenza leibniziana dove si pone?

3. Ora, dove non esistono parti, non v’è né estensione, né figura, né divisibilità possibile. Queste monadi sono i veri atomi della natura: in una parola gli elementi delle cose.

Dove non esistono parti (non è la “parte” ad essere il semplice, ma qualcos’altro), ebbene lì vi è il vero in natura. Parte e monade afferiscono a due ordini diversi della realtà, poiché la parte non può essere semplice per definizione, essendo affetta da divisibilità (da materialità, potremmo dire). La natura di cui Leibniz va alla ricerca, dunque, non è essenzialmente natura, ma altro-da-sé. Le cose sono in realtà i loro elementi, non le cose stesse. Non v’è dunque figura, e questi elementi non sono materiali (come quelli di Democrito). La monade-sostanza ci apre così la porta all’ordine dell’invisibile – un invisibile che si annuncia meno monolitico di quello spinozista.

***

Detto in soldoni: Leibniz pare non voler sottostare al diktat totalizzante di Spinoza, a proposito dell’unità sostanziale dell’essere, soprattutto perché teme che questo comporti un delitto ontologico intollerabile, ovvero, se non proprio la soppressione, un radicale svilimento dell’individualità. Inventa così le monadi per mettere in movimento (energetico-spirituale) una sostanza che altrimenti gli apparirebbe piatta ed inerte. Che poi questo comporti il prezzo di una riduzione e semplificazione eccessiva del pensiero di Spinoza, lo verificheremo cammin facendo. È certo però che Leibniz si immagina il mondo spinozista come affetto da intollerabile deminutio della libertà e spiritualità individuale.

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2 Risposte to “Leibniziana 1 – Stranezza di monade”

  1. giaxplex Says:

    L’ha ribloggato su ontosofiax.

  2. Leibniziana 3 – Il labirinto del continuo | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] il filo da troppo tempo […]

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