Secondo lunedì: éros e agàpe

Amore-e-psiche-Canova

[Quella che segue è la traccia del mio intervento al Gruppo di discussione filosofica tenutosi lo scorso lunedì 18 novembre, cui è seguito il contributo dell’amico e teologo Marco Paleari. Che ci ha consegnato una visione tutt’altro che eterea dell’amore cristiano – éros come un uscire da sé e andare verso l’altro – che affonda le proprie radici in una complessa tradizione religiosa e spirituale non riducibile a quella occidentale o al cattolicesimo, con interessanti riferimenti all’arte, all’iconografia, al misticismo e ad un pensiero teologico più propenso ad indicare che a prescrivere, decisamente più comprensivo che moraleggiante. È stata una serata ricca di spunti, con una partecipazione davvero straordinaria – fin nel numero di presenze, che ha superato le 30 persone, ma che ha scontato l’ovvio limite dell’ampiezza del tema e della pochezza del tempo a disposizione: troppa carne al fuoco, insomma, anche se preferirei un’altra metafora, visto il mio vegetarianesimo…]

***

Cominciamo dalle parole e dai loro significati originari. Ne metto in gioco tre, tutte della lingua greca:

érosphilìaagàpe

(in verità quest’ultima è pochissimo usata, ed entrerà nel vocabolario religioso quando si tratterà di tradurre in lingua greca il concetto dell’amore di Dio nei confronti degli uomini).
Questo il significato delle due parole più utilizzate:
èros è l’amore passionale, ardente, il desiderio, la brama e viene in genere usato con un significato specificamente umano, carnale, sessuale. Sarà Platone a darne un significato più ampio e complesso, visto che costruirà una vera e propria teoria dell’amore, di cui tra poco parleremo.
Philìa è invece un termine più orizzontale, indicante una relazione di maggior reciprocità: è l’amore disinteressato, l’amicizia (sarà Aristotele ad utilizzarlo più diffusamente e a costruire una vera e propria teoria dell’amicizia nell’Etica Nicomachea: ne avevo parlato qui).
Philìa va a comporre, tra le altre cose, la parola philo-sophìa, che pare sia stata coniata da Pitagora per sottolineare la modestia dell’amante della sapienza (che dunque non la possiede, pur desiderandola). Ma questo significato, come vedremo, è molto più caratteristico di èros, che non di philìa.
Veniamo ora ad agàpe. In ebraico il concetto di amore viene indicato con un unico termine – habah – che significa tanto l’amore sessuale, quanto quello del padre per il figlio e di Dio per le sue creature. Quando si trattò di tradurre habah in greco, i traduttori scelsero una parola poco usata, agàpe, che, al contrario di èros, indica un amore caritatevole. Il verbo agapao significa “accolgo con amore, ho caro, tratto affabilmente”. In verità l’agàpe assume inizialmente un significato molto specifico e verticale: è l’amore di Dio, che viene da lui donato per grazia, gratuitamente, all’uomo (e che dunque è difficile se non impossibile da ricambiare). Successivamente, però, il significato si allarga e diventa anche l’amore suscitato nel credente dall’amore divino.
La cosa in verità si complica perché alcuni filosofi cristiani hanno cercato di teorizzare una sintesi tra questi due concetti di amore: ad esempio in Agostino, che avvicina caritas (dono, agàpe) a desiderio (éros), e che dunque sposta di nuovo il significato sulla ricerca del bene (e di se stessi).

Noi qui, però, concentreremo la nostra attenzione su Platone, in particolare su alcune celebri pagine del Simposio dove il significato di éros viene ampliato ben oltre il significato tradizionale.
La situazione descritta nel dialogo è quella di un classico dopocena dell’Atene colta e raffinata del V secolo a.C., dove si beve e si discute. L’argomento in questo caso è “amore”, e tutti i convenuti decidono di comune accordo di tesserne l’elogio (parliamo di personaggi di primo piano della società ateniese, scrittori, intellettuali, politici, gente del calibro di Aristofane, Agatone, Alcibiade, e naturalmente Socrate).
In verità questo dialogo è un po’ anomalo, dato che non è una vera e propria discussione (magari serrata) come succede in altri dialoghi platonici. Noi in ogni caso ci occuperemo soltanto dell’encomio pronunciato da Socrate, il cui contenuto viene però attribuito alla sacerdotessa Diotima, quasi a voler alludere ad un vero e proprio processo di iniziazione ai misteri di amore.
Vediamo i punti salienti di queste celebri pagine (da 201 d a 212 c, non più di una decina) che sono densissime e che aprono in realtà un orizzonte ben più ampio di quello strettamente amoroso (o meglio: è il significato attribuito ad éros da Platone a farlo diventare una categoria centrale del suo pensiero).

1. Eros viene innanzitutto definito come qualcosa di intermedio, una sorta di demone, né divino né umano, né mortale né immortale. Per illustrare questo suo stato incerto, ne viene data una figurazione allegorica e mitologica: Eros nasce lo stesso giorno in cui nasce Afrodite, ed è figlio (casuale) di Poro (Espediente) e di Penìa (Povertà). Non poteva che venirne fuori una specie di vagabondo, un mendicante sempre bisognoso di arrabattarsi, che per parte di madre vive in uno stato di perenne miseria, ma che ha preso dal padre il coraggio, l’audacia e la propensione alla “caccia” e all’insidia – dal che si deduce che la molla di Eros è proprio la mancanza,  l’assenza, il desiderio di possedere ciò che evidentemente non ha. Occorre a tal proposito ricordare che Platone è un fine osservatore della natura umana, e proprio il desiderio è una delle pulsioni maggiori che, a suo giudizio, la contraddistinguono (celebre la sua metafora dell’orcio bucato).

2. Viene poi stabilita una interessante similitudine con la condizione del filosofo, il quale non è sapiente, ma aspira ad esserlo: Amore – dice Platone – è per sua natura  filosofo: «nessuno degli dèi è filosofo, o desidera diventare sapiente (ché lo è già), né chi è già sapiente s’applica alla filosofia… Amore è filosofo, e in quanto tale sta in mezzo fra il sapiente e l’ignorante».

3. Si giunge così ad una prima definizione di Amore: «desiderio di possedere il bene e la felicità per sempre». Senonché il problema è stabilire che cosa davvero siano il “bene” e la “felicità”, uscendo dalla particolarità e guardando  – come son soliti fare Socrate-Platone – all’universalità.

4. Nel frattempo Diotima accenna al discorso fondamentale della procreazione, che non ha qui (né potrebbe averlo) un significato puramente biologico (come sarà ad esempio per Schopenhauer, che legherà strettamente ogni pulsione amorosa a quella istintiva della riproduzione e del perpetuarsi della vita-volontà). In realtà la riproduzione – e qui Platone è psicologo raffinatissimo ante litteram – è legata al desiderio dell’immortalità (e persino al problema dell’identità: che cos’è che ci definisce se ogni cosa di noi – corpo, spirito, azioni, conoscenza – è in perenne divenire e muta di continuo?).

5. Ne deriva il concetto centrale di poiesis (da cui il termine “poesia”), che qui però ha un’accezione molto più ampia – potremmo parlare di una sorta di “spirito creativo o creatore”. Si parte cioè dall’estro naturale (il “male d’amore” che colpisce tutti gli animali) e si giunge ad accostare questo desiderio universale (quello cioè di «procreare nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima») alla possibilità che ciascun mortale lasci di sé una traccia al di là di quel suo stato perennemente cangiante: «la riproduzione è il qualcosa di sempre nascente e immortale per quanto è possibile a un essere mortale». La conclusione di questa parte del discorso di Diotima è altamente poetica: «Non ti meravigliare dunque, se ogni essere tiene caro per natura il proprio germoglio» – l’espediente, cioè, per partecipare dell’immortalità (che è altra cosa dal diventare immortali).

6. Arriviamo ora all’ultima parte che è quella, famosissima, dell’ascesa per gradi e del legame strettissimo tra Amore e Bellezza. Si tratta di un vero e proprio processo iniziatico (ed ecco forse il motivo per cui è una sacerdotessa a rivelarcelo). Dalla bellezza dei bei corpi ci si eleva infine alla contemplazione della bellezza in sé, dell’idea di bello. Si tratta cioè dell’esperienza erotica tipica che fa espandere la nostra esistenza (che è essenzialmente desiderio) ma che non la inchioda alla particolarità, e che anzi la fa muovere in direzione dell’universalità – di quello che Platone definisce il “vasto mare della bellezza”. Qui egli ci presenta una scala fatta di sei gradi, che l’amante deve percorrere per progredire sulla strada della conoscenza di sé, del proprio corpo e della propria anima – attraverso la conoscenza dell’altrui corpo/anima, per giungere alla conoscenza assoluta.
Si parte dal singolo bel corpo, per poi diventare amoroso di tutti i bei corpi; il passo successivo è la scoperta della «bellezza delle anime [che] è più preziosa di quella del corpo» – cosa che tra l’altro ripaga chi non è stato fornito dal caso e dalla natura della bellezza sensibile, che comunque, in ogni caso, è destinata ben presto ad appassire. Ma ancora più alta è la bellezza delle attività umane (la produzione spirituale, compresa quella fondamentale delle leggi e della pòlis, senza le quali nessuna vita amorosa e bellezza stabile sarebbero possibili).
L’ascesa non è però ancora terminata, poiché occorre ora – «dopo aver fatto l’occhio a una bellezza così vasta» – rivolgersi alla conoscenza e a coltivare le varie scienze. Il culmine dell’èros sta però nell’unica scienza, la “scienza della bellezza”, che viene poi a coincidere con la teoria platonica delle idee: si tratta cioè non di amare e di possedere i singoli corpi, anime o conoscenze, ma di arrivare a possedere e a contemplare “la bellezza in sé”, l’idea di bellezza che partecipa di quel mondo ideale dove nulla è più caduco, mortale, diveniente, parziale.  Viene così stabilita chiaramente la priorità del mondo ideale su quello sensibile.

***

Proprio quest’ultimo aspetto reca con sé più problemi di quanti probabilmente non ne risolva: se è vero che sarebbe riduttivo considerare la teoria erotica di Platone come soltanto “spiritualista” (l’elemento materiale non viene denigrato o espulso dalla vita umana, questo accadrà semmai con future interpretazioni, basti pensare a certe letture cristiane del platonismo) – tuttavia, il problema della “scissione” tra materiale e ideale, tra sensibile e sovrasensibile rimarrà alla base di tutto il futuro sviluppo della cultura e della mentalità occidentale, passando attraverso il Medioevo, la scissione corpo/anima, la colpevolizzazione della sessualità, il dualismo cartesiano, e non lasciando esente nemmeno la cultura contemporanea (reale/virtuale, mente/cervello, i nuovi dilemmi della bioepoca, ecc.).
Avere però messo al centro la questione del desiderio e il suo rapporto con il sogno dell’immortalità credo sia stata una grande intuizione di Platone, che rimane validissima ancora oggi. Per non parlare poi del suo concetto di “poiesis” e del problema dell’identità. Probabilmente Platone ha messo il dito sulla piaga – éros avrebbe cioè a che fare con l’elemento essenziale della vita umana, sia essa riducibile ad una indefinita e meccanica volontà riproduttiva (puro istinto biologico), oppure elevabile alle vette della realizzazione spirituale (laddove tutta la più alta produzione artistica, religiosa, spirituale è fondamentalmente caratterizzata dalla molla erotica, dal desiderio, da quella che Freud chiamava “sublimazione”).

Come poi tutto questo discorso, elaborato storicamente e unilateralmente da maschi (siano essi filosofi, preti, artisti o politici), possa valere per le donne, ed anzi pretenda di interpretarne, senza averle quasi mai interpellate, natura, desideri e posizione sociale, storica ed antropologica – come cioè finisca per raccontare solo una parte della realtà umana, spacciandola per l’intero e l’universale, sarà argomento del prossimo incontro…

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4 Risposte to “Secondo lunedì: éros e agàpe”

  1. Giuseppe Ghigino Says:

    Indubbiamente. Il ‘Simposio’, al di là delle sue doti prettamente letterarie – e sono molte! – contiene un’infinita quantità di spunti che vanno spesso al di là di quella definizione-killer de “l’amore platonico”. La caratterizzazione dell’individuo come di un continuum di cambiamenti e di evoluzioni che mettono in crisi – ontologicamente – il concetto di ‘personalità unitaria’; il concetto, come hai segnalato tu, di ‘sublimazione’ anticipato con geniale intuizione; l’eros inteso come impulso alla ricerca dell’immortalità – e la biologia e le scienze umane avrebbero dato ragione a Platone, dal loro punto di vista ovviamente -, la bellezza vista non come obiettivo ma come ‘contesto’ per ‘partorire’ sia il corpo – del bambino – che l’idea! Ma più di tutto, l’hai messo in luce un’altra volta, è la definizione di Eros come ‘mancanza’, come figlio della Povertà – Penìa – e dell’Espediente – Poros -, come a dire: l’amore è il ‘demone’, la medietà che non è assenza ma nemmeno appagamento, e quindi è il motore continuo che ‘aguzza l’ingegno’ e spinge oltre il proprio limite, in una continua ascesa verso un grado superiore – l’Amore sarebbe dunque un buon borghese dello Spirito? Il che peraltro è vero sotto molti aspetti anche a livello pratico e quotidiano. Certo, giustamente tu dici: tutto bello, ma le donne? Chi gli ha chiesto mai qualcosa? E non mi sembra un dettaglio da poco… Resto quindi in attesa del tuo prossimo intervento!

  2. md Says:

    Ottima sintesi, Giuseppe!
    (notevoli la “definizione-killer” e l’amore come “borghese dello spirito”!)

  3. caosliquido Says:

    Le forze produttive marxiste hanno origine dall’amore dis-torto dagli incantarori di serpenti.

  4. Ottavo fuoco: la bellezza | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] Platone, ad esempio, se n’è occupato in alcuni celebri dialoghi. Avevamo già parlato del Simposio e della sua concezione del bello (legata all’éros) come ascesa dalla sensibilità alla […]

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