La storia è sogno

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Nel leggere l’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo, si ha la netta sensazione di stare in bilico tra la storia e il sogno – e di fatti l’autore scrive nella nota finale: «I fatti narrati in questo romanzo sono figli dell’immaginazione e della verità, sia pure camuffata di finzione. Più che nella menzogna della letteratura, credo nell’utopia o nel sogno della storia».
Di storia ce n’è molta ne I viaggiatori di nuvole: siamo alla fine del XV secolo, nel corso di un passaggio cruciale della storia europea: la nascita dell’epoca moderna annunciata dalla rivoluzione della stampa e dai viaggi oltreoceano (oltre che, ahimé, dalle nuove tecnologie militari). E proprio il viaggio, la scrittura, la guerra  sono tre elementi portanti della narrazione.
Il viaggio è evocato fin nel titolo (e l’autore ce ne ha svelato la genesi, durante l’interessante presentazione tenutasi lo scorso sabato 7 dicembre nella biblioteca di Rescaldina) e del resto la trama del romanzo proprio ad un viaggio è “riducibile”: il protagonista, Zosimo Aleppo, un giovane apprendista stampatore di Venezia di origini ebraiche, viaggerà per un anno alla ricerca di alcune misteriose pergamene, che il suo padrone vuole far stampare, con la promessa (o il miraggio) di un veloce arricchimento. La dritta viene da un certo Lionardo di passaggio a Milano in quegli anni. Ma non è certo il denaro la molla essenziale degli eventi che andranno accadendo.
Da questo motivo prende anzi vita una vicenda fantasmagorica (direi proprio “alla Lupo”), che porterà il nostro Zosimo in viaggio verso Milano, poi Mantova, poi la Francia e ritorno, e in nave fino alla Basilicata (perché anche Atella e gli atellani hanno un ruolo importante in tutta la vicenda): ed ogni incontro lungo il cammino sarà foriero di sorprese e mostrerà un’Italia che è sì scissa, povera e conflittuale, ma allo stesso tempo piena di energie: le energie, appunto, del sogno e dell’utopia (verrebbe la tentazione di fare un raffronto con lo stato attuale del paese, mezzo millennio dopo…). Ma non voglio qui scendere nei dettagli della trama, bensì limitarmi a dire qualcosa su due temi che spesso fanno capolino nel romanzo e che ho trovato parecchio interessanti: la scrittura e la guerra.

Tutto il romanzo è percorso dalla “potenza curativa” della scrittura, forse l’unico stratagemma o dispositivo che ci possa salvare dalla dissoluzione: «qua dentro c’è posto per tutta la vita. Nulla andrà perduto» – è quel che Zosimo dice allo spaesato e pensoso soldato di ventura Jacomotto verso la fine del loro viaggio, indicando una pergamena vuota.
«Solo nei libri comincia e finisce ogni storia… I libri sono la cenere della coscienza» – quasi a dire che la scrittura, la narrazione – il “raccontarsi storie” da parte degli umani – sono ciò che li costituisce, che li fa esistere (e resistere alla forza distruttrice del tempo e del divenire): la scrittura come volontà e (soprattutto) rappresentazione!
E sarà proprio la grande novità del secolo che si apre, ad accendere i sogni e l’immaginazione di Zosimo, al quale «è sufficiente stare ai torchi per essere felice, vedere uscire pagine e pagine piene di lettere colorate, riempirsi il naso con l’odore della carta e aspettare che il vento trascini via i libri come foglie».

C’è poi la guerra
Quando, leggendo il romanzo, sono andato via via incontrando Ludovico il Moro in fuga, e poi i Gonzaga e i francesi e gli stradiotti, le varie figure di cavalieri e di soldati di ventura, le dinastie imparentate ed in lotta tra loro, gli assedi e le campagne devastate – mi è sovvenuta alla memoria l’amara conclusione del “Comba”, il manuale di Storia medioevale che avevo preparato per l’esame alla Statale di Milano: proprio nei paragrafi conclusivi, dedicati alla situazione dei vari stati regionali italiani alla fine del ‘400, nel parlare della difformità politico-statuale tra la penisola italiana e le “robuste monarchie nazionali” europee, l’autore riferisce della calata di Carlo VIII nel 1494 e dell’apertura del periodo delle “Guerre horrende de Italia“, così come un anonimo cantastorie del Cinquecento avrebbe poi intitolato una sua opera.
Se la storia è sogno, la guerra è ciò che i sogni (e i corpi e le città) viene a distruggere: «la guerra arrivata con i fanti di Monpensiero aveva divorato edifici e persone, imbrattato di sangue perfino i desideri degli uomini».

Un’ultima notazione sullo stile: a parte la grande creatività di Lupo – speculare a quel che viene narrato («è davvero una macchina di fantasie questo viaggio») – sia in termini di personaggi che di situazioni narrative (con un continuo andirivieni della memoria, che è un altro tema cruciale), notevole è il lavoro fatto sulle varie lingue che vengono parlate: a luoghi e radici e classi sociali diverse vengono a corrispondere linguaggi diversi, che però si incrociano e si amalgamano, sono in grado di comunicare (tra loro e a noi)  – senza per questo cadere in una fraseologia stereotipata.
Ma l’elemento più apprezzabile, io credo, della scrittura di Lupo sta nella “misura”: non solo per il suo essere spesso  allusiva (fatti o azioni che vengono descritti con una lieve pennellata che finisce per renderli come trasognati e poetici), ma anche per il dominio di una materia così densa ed incandescente. Anche senza aver presente l’elenco dei «libri, dizionari, repertori, cataloghi consultati» cui si accenna nella nota finale, che è indizio di un serio lavoro di ricerca di materiali e di spunti (anche iconografici), ebbene tutto quel materiale traspare dalla scrittura in maniera lieve, senza la pesantezza della documentalità. Certo, quella di Lupo rimane una scrittura importante, densa, puntellata di metafore, proverbi, sogni (anche il sogno è cruciale), una scrittura indulgente ed ironica, mai banale o “scorrevole” – chi però legge non ha mai la sensazione di tutto quell’apparato che vi sta dietro. C’è, ma non si vede – che è poi il trucco della scrittura.
Una scrittura che è, infine, secondo la felice definizione dell’autore, “opera di un artigiano”, non prodotto industriale: la storia cova a lungo nell’immaginazione, i personaggi si insinuano e crescono, l’architettura, le scene, l’intreccio si vengono piano piano costituendo – fino a che la creatura non viene al mondo, rivelandoci una volta di più che “la vita è sogno” e che “siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i sogni”.

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Una Risposta to “La storia è sogno”

  1. md Says:

    L’ha ribloggato su Biblio.Blog Rescaldina.

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