Senza alzare polvere

Non c’è modo d’essere più terreni che marciando:
la monotonia smisurata del suolo.

giacometti_uomo_che_camminaSono moltissimi gli spunti che Fréderic Gros ci dà col suo Andare a piedi: filosofia del camminare (anche se è molto più bello il titolo originale, che forse valeva la pena lasciare in lingua anche nell’edizione italiana: Marcher, une philosophie).
Sono molti anche perché è un vero e proprio attraversamento degli attraversamenti, un camminare a fianco di grandi camminatori: da Nietzsche a Rimbaud, da Thoreau a Rousseau, dai cinici ai pellegrini medioevali fino ad arrivare ai flâneurs cittadini, e poi Nerval, Kant, Gandhi, Wordsworth (che è forse stato l’inventore delle passeggiate).
Camminare – lo dice già il titolo – è di per sé un atto filosofico, un elemento del pensiero. La mia esperienza personale mi dice che non c’è quasi pensiero che io abbia concepito o frase che sono andato qui scrivendo in questi sette anni (ma anche prima), che non siano sbocciati nel corso di una marcia, di una corsa o di uno svagato camminare. Condivido pienamente tale sensazione con l’autore francese, il cui testo ha un “valore aggiunto” (mi si perdoni la brutta espressione) proprio perché lui stesso ha molto camminato e fatto esperienza di quel che scrive – ha, insomma, portato a spasso i suoi pensieri, ha fatto prendere loro aria e brillantezza, deponendo così quella brutta sensazione di uno scrivere stantio ed asfittico.
Non comincio nemmeno a rilevare tutto quel che il camminare implica in termini simbolici, emotivi, fisici, sociali, antropologici – rinvio per questo al libro, che è oltretutto una lettura parecchio godibile. Vorrei qui soffermarmi soltanto su un breve paragrafo posto verso la fine ed intitolato “Gravità”. Si tratta di uno di quei paragrafi quasi di raccordo, e che sta un po’ in secondo piano (ce n’è sempre in un libro), anche perché non è dedicato a nessun grande camminatore. Gros vi scrive ad un certo punto:

«Penso ai sedentari astratti che trascorrono la loro esistenza ad una scrivania, a digitare. Martelli di dita su una tastiera: connessi, come dicono loro. A cosa? A informazioni che variano di secondo in secondo, a flussi di immagini e di numeri, a schemi e tabelle. Dopo il lavoro, la metropolitana, il treno, sempre la velocità, lo sguardo stavolta inchiodato allo schermo del telefonino, e lì altri sfioramenti di tasti, e immagini, messaggi che sfilano. Viene sera e non si è vista la luce del sole. Televisione: altro schermo. In quale dimensione vivono, dunque, senza alzare polvere, senza contatto, in quale spazio senza rilievo, in quale tempo in cui non contano né pioggia né sole?». (pp. 182-3)

Nella pagina successiva precisa poi come l’essere ancorati al suolo significhi ricordarsi del nostro stato esistenziale, della nostra insuperabile finitudine. Mi è così venuto da pensare – e questa volta, stranamente, mi è successo nella mia scomodissima poltrona (forse proprio perché scomoda) – come quello stare connessi a non si sa bene cosa, lassù o lateralmente in un mondo virtuale, altro non sia che una delle forme illusorie del nostro tempo, uno dei tanti vani sogni di immortalità che ci siamo autoimposti (o inflitti). Oltre ad essere sintomo di uno smisurato narcisismo, che sempre più penso sia il vero male della nostra epoca.
imagesUscire, scendere giù, rimettere i piedi per terra (che è anche un luogo comune), appoggiare le suole sul suolo, tornare a misurare il nostro stato di terrestri, ben ancorati al materico e non solo innalzarsi al simbolico – beh, direi che non può che farci bene.
Marcher, n’est pas seulement une philosophie – c’est la vie! (che non so se sia giusto, il mio francese è scolastico oltre che arrugginito): ad ogni modo, sentire i propri garretti saltellare sulla terra, le proprie giunture ben elasticizzate muoversi al ritmo di marcia (non certo militare), un passo dopo l’altro, uno due uno due uno due uno due… senza una meta precisa, l’andare per l’andare – cosa c’è di più bello, di più pieno, di più aderente alla realtà (fisica o metafisica, non importa), in una giornata di sole o di pioggia o di ghiaccio, un corpo che sia tutt’uno con l’immenso corpo che gli sta tutt’attorno?

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2 Risposte to “Senza alzare polvere”

  1. RobySan Says:

    Camminare è una delle prerogative dell’uomo libero. Non avere debiti, saper bere a garganella e via. Lo diceva pure mio nonno Carlo.

    P.S.: io, naturalmente, non sono libero: non so bere a garganella.

  2. Il flâneur | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] (si veda, a tal proposito, l’interessante schizzo che ne fa Frédéric Gros nel saggio Marcher, une philosophie). La figura tratteggiata da Benjamin-Gros di un flâneur che fende la folla anonima della città […]

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