Leibniziana 2 – Scagionare (nientemeno che) Dio

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Teodicea è parola coniata dall’inventiva filosofica di Leibniz – con la precisa intenzione di togliere le castagne dal fuoco niente meno che a Dio, visto che il Signore-dio-loro non pare essere molto in grado di giustificarsi nei confronti di quella cosa parecchio spiacevole che è il male (e che provoca dolore), una spina conficcata nella più-che-perfetta economia del creato. Come scrive giustamente Vittorio Mathieu: «una ricerca volta a scagionare Dio dall’accusa di aver creato il male nel mondo» (si veda la sua eccellente introduzione all’edizione Zanichelli dei Saggi di teodicea: io ne ho una copia del 1973, che ho tolto qualche mattina fa parecchio impolverata dalla libreria).
Il più ampio, e forse importante, saggio filosofico pubblicato da Leibniz su un argomento apparentemente minore, era in realtà un vero e proprio puntello maggiore del suo sistema, visto che il programma essenziale del filosofo tedesco è una integrale razionalizzazione del reale, comprese le parti tradizionalmente in ombra o più riottose – anche se l’occasione gli fu data dalla pubblicazione del Dizionario di Bayle, oltre che dalle sue assidue frequentazioni di corti e di salotti.
Spinoza aveva risolto la faccenda in maniera piuttosto tranchant: se tutte le cose sono modi di Dio (e co-incidono o co-insistono sul suo piano immanente), od anche, viceversa, se Dio si manifesta nella moltitudine ed entitudine, e se è l’assoluta e sostanziale necessità a regnare (nulla è contingente) – allora concetti come male e bene sono inconsistenti proiezioni di una mente ipertrofica e malata, che si crede un po’ troppo al centro del mondo. Quel che Spinoza concede è che rientrino semmai nella dinamica delle passioni, là dove bene è espansione e male è contrazione del desiderio e della vita stessa degli esseri – ciò che però non è un difetto, ma una necessità naturalmente determinata.
Per Leibniz, invece, la faccenda si fa rilevante, visto che ogni ente è una microsostanza, una individualità, un centro energetico, un’anima (e dunque un mondo) il cui culmine (ça va sans dire) è quella creatura libera e razionale che noi siamo – oltre al fatto, anch’esso non irrilevante, che tutti questi individui sono creati e dissolti da Dio (in maniera innaturale, parrebbe): molto interessante, a tal proposito, l’intuizione di Mathieu circa l’interpretazione dell’annientamento di cui Leibniz parla nella Monadologia: «La singolarità delle monadi esige, dunque, che Dio si astenga dal guardarle con tale sguardo inceneritore: esse esistono a patto che Dio lasci che si guardino da sé». [Leibniz ne parla al paragrafo 6: «Cosicché può dirsi che le monadi non possono cominciare e finire che d’un colpo: cominciare cioè per creazione e finire per annientamento, mentre ciò che è composto, comincia e finisce per parti»].
Ma tornando alla faccenda cruciale di quell’increspatura così fastidiosa sulla superficie scintillante del migliore dei mondi possibili, al di là delle argomentazioni logiche (che hanno la loro forza, non c’è dubbio, ma che possono facilmente essere controargomentate, così come è stato fatto, ad esempio da Voltaire o da Kant, a ridosso della catastrofe di Lisbona), ho trovato altrettanto interessante la tonalità emotiva con cui il filosofo-cortigiano liquida il male (la “vena quietistica”, come la definisce Mathieu), cioè a dire che dietro ogni geometrica ed essenziale certezza batte pur sempre un cuore (un’esistenza irriducibile a qualsivoglia formula).
Nel breve saggio di metafisica del 1697 De rerum originatione radicali si legge infatti: «Noi, di un’eternità che si estende all’infinito, non conosciamo che una piccola parte: per quanto si estende la memoria di alcuni millenni, tramandataci dalla storia; e tuttavia, da così poca esperienza, temerariamente giudichiamo di ciò che è immenso ed eterno, simili a uomini nati ed educati in carcere, o nelle miniere sotterranee dei russi, che pensino non esservi nel mondo altra luce che quella fievole delle lampade» – metafore e ragionamenti pericolosamente vicini a Platone e a Spinoza, ma soprattutto ad un sotterraneo esistenzialismo ben poco logico.
Leibniz precisa attraverso altre due metafore il proprio pensiero circa la difficoltà di contemplare l’armonia del tutto: la problematica visione di un quadro coperto in gran parte e la composizione musicale che spesso mescola dissonanze agli accordi «per eccitare, e quasi pungere l’ascoltatore», farlo diventare ansioso ed irritabile, per poi rassicurarlo ed allietarlo vieppiù con il rimettere tutto a posto. Ecco, torna l’argomento – potentissimo in filosofia – della giusta prospettiva: tutto dipende dalla potenza dello sguardo e dalla sua prospettiva (e però, aggiungerei, anche dal luogo dal quale lucrezianamente ci si trova a guardare). Leibniz, però, dopo aver insinuato qualche dubbio, torna ad arroccarsi sul suo piedistallo logico, con la sicumera, oltretutto, di ricavarne emozioni liete e positive:
«Chiunque intenda rettamente ciò, non può non essere contento e felice, e – qualunque male attraversi – fiducioso in Dio e pieno di amore per lui. Io non conosco nessuno più felice di me, proprio perché Dio mi ha concesso di intendere ciò: per la qual cosa non porto invidia a nessuno dei re, e so che Dio ha una particolare cura di me, cioè ha destinato a gioie grandi la mia mente, aprendole così certa e facile via di felicità». Sembra quasi che l’intelletto di Dio (perfettissimo, e dunque impossibilitato a creare un mondo che sia meno del migliore e del più perfetto dei mondi – essendo tutti gli altri mondi solo possibili) sia in diretta connessione con l’intelletto di Gotfried, e che quindi le loro ottime tonalità emotivo-ontologiche si rispecchino alla perfezione (fatta salva quell’incresciosa faccenda dell’incenerimento, che però non pare turbare il nostro filosofo).
Ora, si avvicini questa quasi gratuita laetitia a quella conquistata dal saggio in chiusura dell’Etica di Spinoza, che deve faticosamente affrancarsi dalla schiavitù – peraltro naturalissima – delle passioni) e si avrà la misura della distanza che separa il cortigiano dall’eretico: se poi si volesse sostituire alla parola “Dio” la parola “Ragione” non mi pare sposterebbe granché.

Ci sarebbe poi da ragionare a lungo sulle corposissime questioni ontologiche qui in campo: l’incompossibilità (dei mondi), il rapporto tra essenza ed esistenza (uno dei grandi nodi irrisolti del pensiero leibniziano), il concetto stesso di possibilità, ben lungi dall’essere chiarito e, più di tutti, il concetto di Dio che si autofonda (tanto per cambiare) sulla solita solfa anselmiana dell’essere perfettissimo, da cui tutto discende: siccome vi è il concetto, allora non può non esistere perché altrimenti quel concetto sarebbe contraddittorio. Come dire che il mondo mentale di Leibniz è trasparente e rigoroso, ma al di fuori del rigore intellettuale (delle verità di ragione) c’è un mondo che ad esso non è riducibile e che è fatto di patenti contraddizioni – tra cui il male.
E il male esiste eccome: l’occhio di Sauron vaga qua e là, dappertutto sul pianeta, non solo nella Terra di mezzo, e, soprattutto, alligna dentro la nostra monadica sostanza. Ma qui si apre tutt’altro capitolo: non di teodicea occorrerà parlare, ma di antropodicea – anzi, a rigore di anti-antropodicea, visto che: se il male metafisico si dissolve con il dissolversi del concetto di Dio, se il male fisico è inconsistente e viene riassorbito dai processi naturali e vitali (al più si potrà dire che la vita è assurda e fa schifo, ma quella è), allora non rimane altro che il male morale – umano, solo umano – dove non c’è proprio niente e nessuno da scagionare, semmai da colpevolizzare e, meglio ancora, responsabilizzare.
Mathieu conclude la sua disamina critica con la interessante tesi che «non lo scegliere, ma il creare contiene la dimensione della libertà» (che Leibniz apre su un piano – quello etico-monadologico – e chiude subito dopo su quello ontologico). E a me viene da chiosare  – pericolosissima la libertà, per quanto necessaria -, visto che è anche (se non soprattutto) libertà di creare e di progettare il male – così come due filosofi lontani tra loro come Levi e Rowlands sostengono in totale sintonia.
Ma su questo, sarà bene tornare con calma.

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2 Risposte to “Leibniziana 2 – Scagionare (nientemeno che) Dio”

  1. LexMat Says:

    Contento Gotty, per forza contenti tutti.
    I conti gli ritornano per cui deve essere per forza come dice Lui.

    Ho comprato da qualche settimana il libro di Stewart Matthew “Il cortigiano e l’eretico. Leibniz, Spinoza e il destino di Dio nel mondo moderno” (devo purtroppo ancora leggerlo, adesso sono intrippato tra le passeggiate di Rousseau e la tolleranza di Voltaire) dato che mi è sembrato molto bello e le recensioni lo davano come molto interessante.

    LexMat

  2. md Says:

    @LexMat: ottimo acquisto! io ce l’avevo da un paio di settimane qui sul mio scrittoio, che è fin troppo oberato di libri, appunti, pensieri. Oggi ho cominciato a leggerlo, e promette bene.
    Nel frattempo, buone passeggiate…

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