Quarto lunedì: la specie dimezzata

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
Il problema che si trova di fronte Leibniz è quello di conciliare alcune tesi del proprio sistema filosofico apparentemente inconciliabili: il mondo è razionale, e così è stato voluto e disposto da Dio, che non poteva non volere il meglio (il migliore dei mondi possibili), senonché esistono il male, il disordine e la libertà umana (una libertà legata alla contingenza, cioè alla casualità dell’azione, che può generare tanto un bene quanto un male).
Vi sono diversi tipi di male:
-il male metafisico (un male che tradizionalmente veniva identificato come conseguenza della condizione di imperfezione e di limitatezza delle creature, dunque come un deficit, una mancanza)
-il male fisico o naturale (derivante dalla natura)
-il male morale, che attiene alle relazioni tra gli umani.
Leibniz intende dimostrare che:
a) Dio è buono (è l’essere perfettissimo, la cui esistenza è dimostrabile a partire dalla sua possibilità)
b) dunque non può che avere creato il migliore dei mondi
c) l’uomo è libero – e dunque può commettere il male, che però non è voluto ma consentito da Dio.

Tale tesi verrà criticata e ridicolizzata durante il grande dibattito sorto intorno alla metà del ‘700, dopo la catastrofe del terremoto di Lisbona: Voltaire (si pensi al suo racconto filosofico Candido), Rousseau, Kant vi intervennero con posizioni tra loro diverse, e di sicuro dopo quella discussione sarà impossibile riportare i termini della questione nella cornice leibniziana o spinozista: in realtà – specie con Kant e poi con Hegel – il problema del male diventerà una questione radicalmente antropologica, umana, più che teologica. Cioè, la domanda non sarà più perché c’è il male o che cos’è il male (in termini metafisici), o se quello che noi riteniamo “male” non sia in verità finalizzato a un “bene” futuro e per noi imperscrutabile – ma come ridurne l’impatto nella vita sociale e relazionale.
Se però da una parte il problema del male fisico (o metafisico) potrà essere affrontato proprio dalla ragione (ad esempio attraverso le sue applicazioni tecniche o sociali o la solidarietà di cui Leopardi parla nella Ginestra, un vero e proprio manifesto della pietas intraumana), ben diversamente le cose andranno per quanto attiene il male morale o sociale.
La questione si riproporrà in tutta la sua tragicità nel Novecento, specie dopo la shoah, le guerre mondiali e le società totalitarie: a quel punto ci si dovrà tornare a chiedere se qualcosa come un male essenziale, metafisico, ineliminabile esista o meno. Se così fosse esso risulterebbe al più arginabile e comprimibile, ma non eliminabile alla radice: in sostanza, si fanno avanti tesi che tendono a farne una struttura quasi “naturale”, un po’ come se ci fosse una parte “malata” ed incomprimibile della natura umana che tende a produrre il male, quasi si trattasse di una sua componente biologica e strutturale.

2) Anatomia del male contemporaneo
Proprio in tal senso ho scelto alcune riflessioni di Primo Levi (tratte da uno dei saggi più importanti del ‘900 su questo tema, e cioè I sommersi e i salvati, un imprescindibile trattato di antropologia filosofica, che ha il tragico vantaggio di una riflessione generata dal vissuto) e di Mark Rowlands (autore dell’autobiografia filosofica Il lupo e il filosofo) – testi che convergono proprio in una acuta analisi della natura umana. Ho ricavato da queste (e da altre) riflessioni alcuni punti fermi, specie in relazione alla necessità di guardare in faccia il male, senza distogliere lo sguardo e senza temere di trovarlo dentro, non solo fuori di noi – premessa inevitabile per ogni tentativo di praticarne il superamento o, quantomeno, il contenimento.

Levi e Rowlands ci vengono a dire che tutto sommato non c’è alcuna differenza sostanziale tra il male in grande stile della storia e il “piccolo” male quotidiano. Vi sono diverse assonanze tra questi due testi, che pure partono da analisi e prospettive molto differenti, ma che credo convergano in una vera e proprio teoria antropologico-filosofica.. Rileggendoli a distanza di tempo, ho anzi trovato un ricorso di concezioni e di termini che ad una prima lettura non avevo notato.
Entrambi sostengono che:

a) il male ha a che fare con il progettare la debolezza. Rowlands, ad esempio, scrive: “Gli uomini sono gli animali che costruiscono la debolezza… indeboliamo le cose in modo da poterle usare… gli uomini sono quegli animali che progettano la possibilità del male”.
Levi parla di capacità di “costruire una mole infinita di dolore”, e del dolore come della “sola forza che si crei dal nulla”; “prima di morire, la vittima dev’essere degradata” – vi è qui il tema dell’inferiorizzazione, dell’animalizzazione dell’altro (sulla questione “animale” ci sono due diversi lati del discorso: da una parte il nostro rapporto con gli animali, le grandi vittime della violenza e del dominio umani, dall’altra la costruzione di gerarchie intraumane attraverso l’uso di metafore e di simbologie animali).

b) il carattere “inutile”, “banale”, “quotidiano”, “comune” del male – intorno a tale tesi si è anche cimentata Hanna Arendt, nel suo saggio La banalità del male, resoconto sul processo al gerarca nazista Eichmann. Il male, cioè, non è qualcosa di demoniaco, che sta magari altrove (sia esso quello delle grandi tragedie della storia o della cronaca nera), il male è tra noi, fa parte della medesima intelaiatura del nostro vivere sociale (Rowlands fa alcune osservazioni in proposito sulla nostra derivazione sociale e comportamentale da alcune specie di scimmie, su cui non è qui possibile però soffermarsi).

c) entrambi, in definitiva, respingono la tesi della Shadenfreude, cioè del sadismo e del piacere nel provocare dolore, ritenendolo un caso raro e marginale;

d) infine, è per entrambi gli autori cruciale la questione della libertà e della responsabilità. Proprio perché siamo liberi siamo in grado di commettere il male, ma questo male non è imputabile ad altro che ad una precisa dimensione individuale: certo, vi sono le condizioni sociali, storiche, culturali, le spiegazioni psicologiche, le “motivazioni”, tutto quello che si vuole, ma il male è una precisa scelta od omissione dell’individuo (mancanza epistemica  e mancanza morale, secondo l’analisi di Rowlands, dunque venir meno di un duplice preciso dovere: quello della conoscenza e quello della difesa del debole).

A proposito poi dell’uso del termine “creazione” – creare dolore, progettare la debolezza, ecc. – se si avvicinano tali espressioni ad una delle più belle definizioni di libertà che io abbia incontrato – “non lo scegliere, ma il creare contiene la dimensione della libertà”, che non a caso Vittorio Mathieu pone in conclusione della sua introduzione all’edizione italiana dei Saggi di teodicea di Leibniz – non si può non rimanere impressionati. Lo stesso atto del “creare” contiene in sé l’elemento duplice del male e del bene, della bellezza e dell’orrore. Che è come dire che siamo pericolosamente liberi di fare il bene o il male – e direi, anzi, il bene e il male: una specie, come quella del celebre Visconte di Calvino, perfidamente dimezzata e destinata forse a rimanere resecata a mezzo.
Ho detto destinata: termine pesante e in contraddizione col nostro ipotetico essere liberi. Ma siamo davvero liberi di modificare la nostra natura in maniera tale da generare esseri umani meno soggetti alla seduzione (o alla banalità) del male? più eguali, più giusti, più efficienti sul piano etico? insomma, così come ci siamo evoluti e perfezionati sul piano biologico ed emotivo in centinaia di migliaia di anni, saremo in grado di farlo anche sul piano etico, politico e sociale? magari senza dover aspettare altre centinaia di migliaia di anni…?

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14 Risposte to “Quarto lunedì: la specie dimezzata”

  1. LexMat Says:

    Per quanto riguarda la vicenda del terremoto di Lisbona, mi trovo d’accordo con quanto rispose Rousseau a Voltaire, dove quest’ultimo fu troppo spinto nel suo giudizio pessimista “dissacratorio/acido-umoristico”.
    Leggendo alcune cose su Leibniz, l’ho rivalutato, la sua sembra più una perfezione “ottimistico-matematica”, non saprei come spiegarla, inoltre mi è sembrato molto sincero nelle sue esposizioni, per esempio nel come parla di Locke nonostante le divergenze.
    Calcola che non ho ancora letto quel libro di cui ti parlavo su Leibniz e Spinoza.
    Inoltre adesso lo voglio affrontare dal punto di vista di Bertrand Russel (che è il mio sommo idolo e pietra di paragone del giudizio) che scrisse proprio su di lui.
    Da leggere di Bertrand anche la sua “Storia della filosofia occidentale”.

    Mi piace l’ultimo pezzo del Post, lo devo capire ed interiorizzare bene, mi piace.
    Ti ringrazio.

  2. md Says:

    Ottimo LexMat!

    (ne approfitto per segnalare che una gentile lettrice mi ha scritto precisandomi che Rowlands non è statunitense, ma gallese – mi ero fatto ingannare dal fatto che la storia col suo lupo si svolge durante il suo insegnamento negli USA. Comunque alcune informazioni si trovano alla voce inglese di wikipedia:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Mark_Rowlands)

  3. rozmilla Says:

    l’anno scorso mi ero segnata questo brano:

    «L’universo ci viene detto, è cominciato con un big bang a cui è seguita una rapida espansione: da un punto di singolarità inconcepibilmente piccolo a un cosmo inconcepibilmente vasto e in continua espansione. A un certo punto il cosmo si è raffreddato abbastanza perché si formasse la materia, portando al famoso dualismo dell’universo attuale: materia e spazio. La materia si è condensata ulteriormente, formando stelle distinte e, più tardi, pianeti. Su alcuni pianeti – almeno su quello che conosciamo, ma presumibilmente anche altrove – ha cominciato a formarsi la vita. In origine la vita consisteva in semplici molecole organiche che fluttuavano in un brodo di costituenti ancora più semplici. Poi però quelle molecole hanno cominciato a disputarsi gli atomi liberi nel brodo. La crescente complessità di una singola molecola si realizzava solo a spese della stagnazione e della scomparsa di altre. Fin dall’inizio la vita è stato un gioco a somma zero. Alcune molecole, perciò, si sono specializzate nell’individuare la debolezza nelle molecole che le circondavano. Sono diventate carnivori molecolari, sfruttando le debolezze che scoprivano, demolendo molecole e appropriandosi dei loro atomi costituenti. E il processo è proseguito a cascata per miliardi di anni, producendo progressivamente molecole progressivamente sempre più complesse.»[Mark Rowlands, Il lupo e il filosofo – pagg. 101-102 – Mondadori (2009)]
    … perché mi aveva molto colpito la riflessione di Rowlands, non tanto sulla “natura umana”, quanto sulla vita, vita che viene assicurata a spese della scomparsa di altra vita, o dell’appropriazione/spoliazione di altra vita. Di fatto, ciò che per qualcuno è il proprio male, per altri è direttamente il proprio bene. E se questa è la caratteristica biologica costitutiva di ogni essere vivente, gli esseri umani non fanno eccezione: sono forme viventi che possono vivere solo a spese di altre forme viventi.
    È vero che gli esseri umani possono (o potrebbero) limitare il grado di crudeltà nelle modalità del vivere, ma questo non scalfisce la crudeltà intrinseca dell’esistenza stessa.

  4. md Says:

    è proprio come dici, rozmilla

  5. md Says:

    (va da sé che ci siamo formati un’idea di “crudeltà” sulla base di una nostra precisa visione del mondo, che Spinoza, tanto per fare un nome a caso, non mancherebbe di bollare come troppo antropomorfa, ecc.ecc.)

  6. LexMat Says:

    Infatti la vera crudeltà non è nella lotta per la sopravvivenza ma soltanto in un “certo tipo” di lotta.
    Stupida ed appunto, “banale”.

  7. filosofiazzero Says:

    Citando Mario Domina:

    “È questa [quella del male]una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo – concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.”

  8. rozmilla Says:

    Però non vedo come un essere umano possa avere una visione del mondo che non sia antropomorfa – per quanto possono essercene molteplici, di visioni antropomorfe, e variegate. E quel che fa Spinoza, per dirne uno, mi pare non sia altro immaginarsi il punto di vista di “Dio” , ma pur sempre da un punto di vista umano (il suo).
    Così come anch’io potrei immaginare, ad esempio, che dal punto di vista delle stelle, i genocidi (molteplici e ripetuti nel corso della storia umana) sono eventi minimali e del tutto insignificanti.
    Perciò, si potrebbe dire che i sistemi e le grandezze che tentiamo di prendere in considerazione quando osserviamo gli eventi che accadono sotto ai nostri occhi, o direttamente sulla pelle di qualcuno, sono del tutto differenti ed incommensurabili tra loro. Come sono diversi gli agenti e gli agiti. Ma nemmeno si può affermare che l’unità di misura più grande sia più valida, solo perché più grande. O viceversa, per quella più piccola. Sono diverse, differenti, ed ognuna di esse è valida solo all’interno del proprio sistema di riferimento. Al di fuori, non avrebbe molto senso.
    Ma per come la vedo io, del punto di vista di dio, o delle stelle, mhm … non me ne frega una beneamata cippa.

  9. LexMat Says:

    Se Dio doveva essere come un buon padre di famiglia, o i figli li faceva stare bene tutti oppure non li doveva nemmeno partorire, tanto meno farli scannare fra di loro.

    Dio ha dato eguali possibilità a tutti? E semmai come avrebbe potuto farlo?

    Più continuo a leggere Bertrand Russel e più mi si apre il cervello, spero almeno ne fuoriesca qualcosa di buono.

  10. rozmilla Says:

    strabiliante come una parolina di sole tre lettere – dio – riesca ancora a far parlare di nulla.
    non bisognerebbe forse provare a guardare altrove?

    Ad esempio, qualche giorno fa mi è capitato di vedere un documentario che mostrava come le colonie di coralli della barriera, allorché crescendo si espandono e si fanno troppo vicine, troppo pericolosamente vicine per la sopravvivenza di due colonie nello stesso spazio di mare, cominciano a lanciarsi frecce chimiche; e così continuano finché una delle due si estingue. Ossia, quella che ha più colpi, vince; l’altra muore.
    Come nel mare, come le colonie di coralli, così la specie umana: il comportamento ha basi biologiche.

    Diversamente da Rowland, non credo però che la specie umana sia la peggiore, sotto il profilo di crudeltà e capacità di fare il male, ma soltanto quella che ha raggiunto il grado di espansione evolutiva maggiore, in modo tale da esercitare più di altre specie la crudeltà potenziale insita nel mondo naturale, biologico – al punto da riuscire, come si diceva, a progettare il male.
    Così come le api progettano le cellette degli alveari, anche per la specie umana lo scopo è la sopravvivenza della propria specie o, in campo sociale, del gruppo di appartenenza.
    Del resto, anche per la sopravvivenza della specie, come già per le stelle, l’individuo è del tutto minimale e insignificante. Ogni individuo è solo un anello della catena, o il mattoncino di un ponte.
    Perciò, fra il punto di vista delle stelle, o di Dio, o della specie, tutto sommato il punto di vista umano mi sembra ancora l’unico su quale (eventualmente) si può fare affidamento, e al quale chiedere, semmai, una presa di posizione etica, che, faticosa e imperfetta quanto si vuole, non mi pare possa essere richiesta o partecipata da Dio, come nemmeno dalla specie o dalle stelle.

  11. md Says:

    Temo che alcuni progetti malevoli siano peró andati ben oltre ogni ragione biologica. Oltre al fatto che la biologia – o meglio il biologismo – sono armi a doppio se non triplo taglio. Peró non tagliano il nodo principale.

  12. filosofiazzero Says:

    rozmilla:

    …hai perfettamente ragione non ce ne importa (una cippa?)del “male” ma dei mali eventuali. Un po’ come Platone con Parmenide: non l’Essere,
    ma questi e quest’altri esseri (umani, per esempio)…

  13. rozmilla Says:

    Già, solo che gli esseri umani fanno cose così terribili e spaventose, che sarebbe bello, oltre che comodo avere un dio al quale poter chiedere “perché?”; che ci desse delle spiegazioni, insomma! Che ci rendesse conto. Se potesse rispondere … ma in che lingua potrebbe rispondere dio? In aramaico, sanscrito o austrungarico?
    Ahinoi, temo che dio sia solo una parola di cui si è perso il significato. Ne è rimasta la parola, come un guscio vuoto. Se non persino è sempre stato solo un guscio vuoto, riempito di volta in volta di quello che pareva più opportuno.

    @md: la biologia anche lei, porella, cerca solo di suggerire delle spiegazioni; e di sicuro una spiegazione biologica non servirà né ha la pretesa di tagliare alcun nodo (bisognerebbe però capire di che nodo si sta parlando). Ma nemmeno dio lo farà. Quindi, probabilmente, dovremo convivere col nodo. Finché non ci strozzerà, ad esempio come un nodo scorsoio (o progresso scorsoio).

    Che poi, presi uno ad uno, gli esseri umani forse non sono peggiori né migliori di ogni altro essere vivente; sono le dimensioni esorbitanti della proliferazione della specie umana sul pianeta, a rendere il problema così grave ed imponente. Ed è quello che riescono a fare quando si raggruppano in società complesse, e chiuse, che è spaventoso. In esse ogni individuo è solo una piccolissima parte dell’ingranaggio; e mentre ha l’illusione di operare per il diritto alla sua sopravvivenza e per il proprio e altrui benessere, in realtà ognuno è un suddito che obbedisce alla legge dominante di un sistema d’ordine di enormi dimensioni, deprivato di qualsiasi potere di cambiare, di decidere o modificare alcunché, e ogni cosa procede nel solco già tracciato.

    Me l’immagino in questo modo: come se un gruppo di individui separati stesse costruendo ognuno un pezzo di un oggetto molto pericoloso, ad esempio una bomba ad orologeria; soltanto che nessuno di loro sa che il pezzo che sta costruendo sia un pezzo di una bomba ad orologeria. In seguito altri individui trasportano ogni pezzo ad altri individui che li mettono assieme, ma gli uni non sanno cosa hanno trasportato e gli altri non sanno cosa hanno assemblato. Nessuno sa più nemmeno chi abbia progettato questa bomba ad orologeria, per quale scopo e per cosa; cosa che però ad un certo punto è pronta, anche se nessuno sa neanche cosa sia. Però è lì, e qualcuno, uno qualsiasi che non sa perché lo fa, finalmente darà l’ordine a qualcun altro di schiacciare qualche bottone giusto per vedere cosa succede. Almeno per capire cos’è, si dirà. Che, del resto, dopo tanto lavoro, bisognerà pur proseguire, per cercare di capirci qualcosa, o per guadagnarci qualcosa. Perché fermarsi? Bisogna andare avanti, andare avanti fino in fondo. E così sia.
    Anche se il progetto era del tutto sbagliato, ma perfetto nella sua mostruosità.

  14. Paolina Serpietri Says:

    Un moscerino, in quanto essere vivente, conta più dell’immensità dell’Universo, A coloro che credono nel big-bang vorrei che mi spiegassero cosa c’era prima del grosso botto. Se non si sono dati una spiegazione logica, vuol dire siamo ritornati alla teologia. Soltanto che quello che chiamavamo Dio, oggi si chiama Big-bang.

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