Diciassette stilettate

[post ondivago su: bambini, stiletti, domande, film, libri, odissee, attese, psicanalisi, generazioni ed altro ancora]

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Si è appartato in corridoio col suo foglio, e in pochi minuti lo ha riempito di domande. Le prime sedici numerate, l’ultima contraddistinta dal segno dell’infinito:

1. Perché siamo nati?
2. Perché viviamo?
3. Perché mi chiamo…?
4. Perché Dio ha sbagliato a crearci?
5. Perché possiamo divertirci?
6. Perché ci amiamo?
7. Perché devo vivere?
8. Perché non sono felice?
9. Perché sono così?
10. Perché siamo cattivi?
11. Perché non ho quello che voglio?
12. Perché vivo male?
13. Perché siamo diversi?
14. Perché ci sono persone con problemi?
15. Perché ci poniamo delle domande?
16. Perché vivo?
∞   Perché?

Le ho interpretate come delle stilettate, o mitragliate, o scudisciate – l’arma può essere scelta a piacere – per lo meno per come sono state concepite, scritte e consegnate, e visto chi le ha scritte.
Questo l’antefatto: aleggiava da un paio di incontri La grande domanda, il libro di Wolf Erlbruch che spesso uso durante gli incontri di filosofia con i bambini. Era mia intenzione concluderne l’esposizione, e poi passare a loro il testimone. Così ho pensato di farli passeggiare per un quarto d’ora, al freddo, nel giorno in cui abbiamo atteso invano la neve, intorno alla scuola (andar nei boschi sarebbe stato troppo complicato), per poi tornare in classe a scrivere su un foglio le loro domande importanti. Naturalmente il programma è stato proposto all’inizio dell’incontro e da loro accettato.
Risultato: una quindicina di fogli, tenuti per 48 ore a faccia in giù sul mio scrittoio a dormire, prima che mi decidessi di leggerli. Come sempre la prima volta l’ho fatto di corsa, giusto per dare un solo colpo d’occhio. Poi ci ho ragionato con più calma. Tuttavia l’attenzione si è concentrata sulle 17 domande esposte sopra, anche perché le ha stilate (o stilettate) il bambino-guastatore del gruppo di quest’anno (in realtà è un guastatore gentile, che si limita a sovrapporsi alle voci degli altri bambini, specialmente del gruppo di bambine che domina incondizionatamente la discussione).
Dei bambini non si sa niente, recitava il titolo di un libro che un’amica, anni fa, mi sconsigliò risolutamente di leggere – e che io, ovviamente, lessi, per poi pentirmene amaramente. Ora, in piena epoca di infantilizzazione del mondo (e di adultescenza) si crede di sapere tutto, ma: o si sa poco o si sbaglia di brutto. Il film canadese Monsieur Lazhar (di cui mi sento invece di consigliare la visione senza alcun pericolo), nel mostrarci i vissuti e le emozioni di un gruppo di bambini dopo un fatto tragico avvenuto nella loro classe, ci svela in realtà che quei vissuti restano per lo più solo intuibili o sfumati, alcuni impenetrabili. Nell’epoca dell’iper-individualismo (e dell’iper-scienza sia sociale che, soprattutto, neurocognitiva) pare piuttosto esserci una iper-carenza di conoscenza di quel che ad un individuo accade, e di quel che egli (o ella) è.
Vi è poi la questione dell’eredità generazionale problematica, se non a rischio di fallimento, a sentire Recalcati nel suo recente libro Il complesso di Telemaco, nel quale lo psicoanalista cerca di comprendere che cos’è cambiato nel rapporto genitori-figli (adulti-bambini) dopo il tramonto del padre (e l’evaporazione della genitorialità tradizionalmente intesa).
Perché non sono felice? Perché non ho quello che voglio? Perché vivo male? – si chiede il bambino-Telemaco di cui sopra, che sembra proprio aver perso ogni bussola (e ogni desiderio, secondo il linguaggio della psicologia lacaniana cui Recalcati si rifa). Domande declinate oltretutto in prima persona, che si alternano ad altre collettive sull’amore, sul disagio esistenziale, sul divertimento (un amico me ne ha fatto notare la portata insieme biologica e filosofica) – anche se non saprei dire se la sequenza sia stata casuale, e comunque non sono in grado, e non intendo, psicologizzare più di tanto.
Nessuno (almeno non io né Recalcati) ha nostalgia dell’epoca dei padri-padroni, né di Edipo o dell’ordine familiare ruolizzato o di una qualche comunità gerarchica e totalizzante; però un problema nel succedersi delle generazioni c’è, visto che non si sa bene che cosa i bambini debbano oggi ereditare: quali simboli, quali “leggi”, quali desideri, quali testimonianze, quali linguaggi.
Al figlio-Edipo di ieri e al figlio-Narciso di oggi, sulle tracce di Lacan, Recalcati oppone la figura di Telemaco, del giusto erede che rinuncia alla follia narcisistica dell’autogenerazione (che è altro dall’autodeterminazione) e che si mette a sua volta in viaggio. Meno chiaro risulta però quale debba o possa essere il movimento del genitore-Altro da cui si eredita, visto che si tratta di una figura oscillante se non evaporata: quale genitore per quale figlio? quale adulto per quale erede? – resta una domanda aperta, credo. Una domanda che attende risposta, così come la figura di Telemaco in attesa sulla spiaggia, che scruta il mare e l’orizzonte.

E, a proposito di domande, mi par giusto menzionarne altre significative, anche se magari non tutte originali, oltre alle 17 del bambino con lo stiletto:

Perché siamo nati e cresciuti se poi dobbiamo morire?
Perché alcuni dicono che gli amici veri non esistono?
Perché spesso quando parlo le mie amiche non mi ascoltano?
Perché non esiste una bacchetta magica per esprimere i desideri? (questa piacerebbe molto a Recalcati e a Lacan)
Perché vivo in Italia e non da un’altra parte?
Perché siamo nati umani e non animali?
Perché la tristezza ci deve essere nel mondo?
Perché dobbiamo morire?
Come si sono inventate le lettere o le parole?
Perché le nostre emozioni sono le cose importanti di noi umani?

(E ora la mia domanda, quella che sempre mi faccio: è giusto sovreccitare queste menti fin troppo eccitate – già sature fin da piccoli – parlando di cose di cui è forse prematuro, se non inutile, parlare?)

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Una Risposta to “Diciassette stilettate”

  1. Ice Age Adventures Cheats Says:

    This is my first time visit at here and i am truly happy to read all at alone place.

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