Quinto lunedì: la fiducia, cura delle passioni tristi

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[Utilizzerò come traccia il saggio di Michela Marzano Avere fiducia, che ha un taglio divulgativo, anche se talvolta disomogeneo e dispersivo – un testo che comunque offre molti spunti di riflessione interessanti, che credo saranno utili alla nostra discussione].

Farò due esempi per cominciare, uno personale l’altro tratto dalla Marzano:
-l’esercizio della caduta
-il dilemma del prigioniero
Il primo esempio ci offre un taglio emotivo ed istintivo della fiducia, mentre il secondo ce ne offre un profilo squisitamente razionale.
Anni fa, ad un laboratorio teatrale cui partecipavo, i conduttori ci fecero fare un esercizio in cui ciascuno avrebbe dovuto lasciarsi cadere all’indietro, di schiena, confidando nel fatto che qualcun altro del gruppo lo avrebbe preso. Non tutti riuscirono ad eseguire l’esercizio: tanto il gettarsi, quanto il bloccarsi avevano probabilmente a che fare con dei gesti istintivi, di cieca fiducia (per quanto simulata) nel primo caso, di paura nell’altro.
Michela Marzano ci parla ad un certo punto del “dilemma del prigioniero”, un celebre problema matematico-probabilistico della teoria dei giochi: due criminali vengono arrestati, separati e fatta loro una proposta di confessione così concepita: se uno confessa e l’altro no, il primo viene liberato e l’altro condannato a dieci anni; se entrambi confessano verranno condannati tutti e due a 5 anni; se nessuno dei due confessa, dovranno scontare 1 anno di prigione. In questo caso (tralasciando la casistica e la discussione sulla probabilità delle scelte, che oscilla dall’egoismo della prima opzione al solidarismo della terza), ciò che emerge è piuttosto l’aspetto razionale e di calcolo della fiducia (per chi volesse approfondire il dilemma, è consultabile la voce su wikipedia, anche se con una formulazione diversa, mentre la Marzano ne parla alle pagine 39-40).
Entrambi gli esempi si reggono sulla fiducia, che pare però oscillare tra l’istinto e la decisione razionale, non essendo riducibile a nessuna delle due dimensioni.

Occupiamoci ora delle parole.
Il termine “fiducia” è di origine latina, ed ha un carattere non casualmente giuridico (la cultura romana è la cultura originaria del diritto, che dunque intende giuridicizzare tutte le relazioni umane). Essa designava l’atto con cui veniva affidato (fidere= porre fiducia) in custodia qualcosa ad una persona, che l’avrebbe poi restituita o data ad altri.
Anche la parola fede (fidem) è latina: essa indica l’adesione incondizionata (e dunque irrazionale) a qualcosa o a qualcuno.

Intendo interpretare la fiducia come condizione ontologica dell’esistenza, prima ancora del suo antagonista (la paura) o dell’istinto di sopravvivenza: affermazione esistenziale, esserci, adesione alla vita, incondizionata (se si vuole cieca) fiducia nel mondo dato. È la prima condizione dell’esistenza, senza di cui sarebbe impossibile vivere.
A questa originarietà della fiducia, si lega strettamente l’esperienza dell’esser figli o del provenire da… natura, società, tradizione, famiglia, comunità.
L’affidarsi/abbandonarsi originario è testimoniato innanzitutto dalla relazione primaria e simbiotica tra la madre e il bambino, trasferita simbolicamente in quella tra Dio (che sarebbe dunque più logico leggere come figura femminile e materna, che non maschile) e la creatura: anche in questo caso chi ha fede si affida ed abbandona totalmente alla divinità nella quale ha riposto la più totale fiducia: Abramo, cui viene chiesto di sacrificare il proprio unico figlio, è la figura per eccellenza di questa fiducia-fede cieca, irrazionale e incondizionata.
Questa è però solo una prima fase dell’essere al mondo, una modalità originaria della condizione umana – uno stato di con-fusione (la madre, Dio, la comunità) che ben presto dovrà essere abbandonato. Nelle relazioni umane la fede-fiducia (incondizionata) diventa infatti pericolosa: proprio perché un individuo non è con-fuso con una comunità (o un altro individuo), esso, per essere tale, deve distaccarsi dalla totalità affettiva e fideistica di cui faceva parte, pena il suo rimanere bloccato ad uno stadio originario di dipendenza: deve cioè poter sperimentare (e dunque rischiare) il senso del limite – dell’io come dell’altro. Io mi delimito, e in questo delimitarmi stabilisco dei confini (confini del mio io) e delle condizioni (le relazioni con l’alterità).
L’uscita dalla fede-fiducia originaria implica il passaggio ad una fiducia limitata e condizionata. Un altro esempio interessante citato dalla Marzano è quello dell’Idiota di Dostoevskij: il principe Miskin ha un’eccessiva fiducia negli altri, e questo lo porterà inesorabilmente alla rovina.

Proviamo ora a delineare una sorta di fenomenologia della fiducia, cioè a vagliarne i diversi aspetti particolari. Ho individuato tre principali ambiti nei quali la fiducia si mostra come elemento essenziale: cognitivo, sociale e psicologico-affettivo.

1. Partiamo dall’aspetto cognitivo. È forse quello più interessante dal punto di vista filosofico (e però il meno indagato dalla Marzano). Per certi aspetti il pensiero filosofico altro non è che una sospensione radicale della fiducia incondizionata e di ogni tipo di fede cieca: la filosofia greca nasce non a caso come rottura ed uscita dal pensiero mitico; sarà il lògos, il discorso razionale a strutturare e guidare la nostra conoscenza del mondo, ma per far ciò occorre sfiduciare le precedenti forme di conoscenza, basate fondamentalmente sul tramandarsi di storie, miti, teogonie o cosmogonie. Il filosofo ripone ora la propria fiducia nella ragione e nell’abitudine di ritenere razionale tutto ciò che accade, fatti di cui possono dunque essere indagate le cause: se si vuole è questa una nuova forma di fede, la fiducia cioè che il mondo sia sensato e retto da leggi indagabili e comprensibili. Ciò non toglie che, proprio perché condizionata dal ragionamento e dall’indagine razionale,  tale fiducia possa anche essere azzerata: nasce insieme alla filosofia l’atteggiamento critico che, portato alle sue estreme conseguenze, può diventare scetticismo: negazione radicale di ogni forma di fede e di fiducia. Un filosofo inglese del ‘700, David Hume,  interpreterà l’ottimismo razionale della tradizione filosofica e metafisica, come semplice abitudine o credenza (dunque, a sua volta una forma di fede): poiché il mondo si è fin qui mostrato stabile e regolare, noi presumiamo che ciò possa avvenire anche in futuro, ma non c’è una ragione così stringente che ci faccia concludere in tal senso.
La parte razionale (quella che cavilla e che si fa continuamente domande) non può tuttavia mai prendere del tutto il sopravvento, altrimenti sarebbe impossibile vivere: posso sapere che il sole non si sposta nell’arco del cielo o che la materia è fatta di particelle fluttuanti regolate dal principio di indeterminazione o che nel nostro sistema vige la legge dell’entropia; o, addirittura, posso arrivare a pensare (qualcuno lo ha fatto) che la natura e le sue leggi non esistono, e sono solo una nostra costruzione mentale – ciò non toglie che mi comporterò come se tutto ciò fosse solo un’astrazione, qualcosa cioè che non mi impedisce di svegliarmi al mattino, uscire di casa e sbrigare tutte le normali faccende che mi servono per vivere (così come faranno lo scettico più estremo o lo scienziato più creativo).

2. La fiducia è un elemento costitutivo essenziale di ogni comunità: potremmo anzi dire che è la condizione per l’esistenza di una qualunque società. Da un punto di vista storico noi osserviamo come le società umane si muovano tra gli estremi del comunitarismo (fiducia tradizionale di tipo conservativo) e dell’iperdindividualismo (fiducia esclusiva in se stessi). Se prima dell’epoca moderna le comunità coese e conservatrici erano la norma, la nostra epoca è senz’altro caratterizzata da un progressivo spostamento della fiducia dalla comunità all’individuo, fino al mito dell’autoproduzione: l’ego si sente cioè in grado di autoreggersi e di non avere più bisogno di nessuno per vivere e realizzarsi che non sia se stesso.
Assistiamo così ad un progressivo passaggio da comunità olistiche e totalizzanti, dove i valori dominanti sono la reputazione, l’onore, l’obbligo sociale, ecc. a società liberali e individualiste, dove il peso della fiducia si sposta progressivamente dalle credenze e tradizioni condivise, dalle idee, dallo stato, dai partiti, dalle chiese, da ciò che è comune, al singolo e alle sue facoltà.
Strettamente collegati alla dinamica sociale sono sia l’aspetto economico che quello politico: la fiducia è uno dei termini più evocati (e fraintesi) dell’economia. La nascita della moneta e la logica economica dello scambio sono impossibili senza la fiducia che tutto ciò abbia senso e valore. L’attuale crisi sistemica è essenzialmente una crisi di fiducia.
Per non parlare della politica: lo slogan tipico di ogni politico è proprio la richiesta di fiducia. E d’altro canto non vi può essere politica senza fiducia: che il politico cui viene conferita persegua il bene comune (e non il proprio interesse) e, soprattutto, fiducia che l’agire politico possa modificare l’esistente, ed eventualmente migliorarlo. Se venisse a mancare questo tipo di fiducia (che è anche speranza che qualcosa cambi) la politica semplicemente si dissolverebbe come nebbia al sole.

3. Vediamo infine l’aspetto interindividuale, psicologico ed affettivo. Nella nostra epoca vi è una forte carenza di fiducia (o per lo meno, questa è la percezione che sembra prevalere): società del sospetto, simulazione e dissimulazione diffuse. Sfiducia simmetrica (io non ho fiducia nell’altro poiché suppongo che anche l’altro sia sospettoso nei miei confronti) contro una fiducia che è invece per sua natura asimmetrica: quando ho fiducia nell’altro, questo comporta sempre un salto nel buio, un rischio, una situazione incerta.
Pare oggi piuttosto prevalere un’estremizzazione, un’incapacità di modulare razionalmente la fiducia: si passa dalla credulità (sette, maghi, psicofarmaci, rapporti di dipendenza affettiva) allo scetticismo/complottismo.
Ma soprattutto, quel che notiamo è un inarrestabile processo di giuridicizzazione delle relazioni: esempio su tutti è quello del matrimonio (ben rappresentato in maniera umoristica, ma anche grottesca nel film dei fratelli Coen Prima ti rovino poi ti sposo), per non parlare della gestione dei figli. Le relazioni affettive finiscono cioè per reggersi su un impianto giuridico, cartaceo, astratto, più che su una dinamica di fiducia reciproca. Anche nel campo affettivo si riflettono il narcisismo e l’individualismo diffusi a livello sociale: ma come possono nascere un amore o un’amicizia duraturi (anche se non eterni), stabilire una qualunque relazione di fiducia con gli altri se non si è capaci di accordare loro per lo meno lo stesso grado di fiducia che accordiamo a noi stessi? E com’è possibile che ciò avvenga senza un certo margine di rischio, di esposizione e di incertezza? Uscire da sé implica sempre il pericolo del dolore e della sofferenza – delle passioni tristi – ma senza correre questo pericolo ci precludiamo anche la possibilità delle passioni liete e vitali.

***

Vorrei concludere con un breve elogio sintetico e per punti della fiducia:
-la fiducia è sempre un salto nel vuoto, ma è la modalità attraverso cui è la vita stessa a presentarsi: la vita come possibilità, apertura al mondo, espansione e “potenza di essere”, secondo la visione spinozista;
-la fiducia è sempre in bilico tra dipendenza (affidarsi all’altro) ed autonomia (limitazione), fusione e separazione: ma questa è proprio la dinamica della crescita, che non può fare a meno di questa dialettica dell’identità e dell’alterità: io sono quel che sono grazie all’altro, il quale lo è reciprocamente grazie a me;
-è vero, come ripete spesso la Marzano, che la fiducia contiene in sé il germe dell’incertezza e del tradimento: solo da colui di cui ci si fida possiamo attenderci il tradimento. Ma l’unica alternativa a questa “esposizione” al rischio e all’incertezza sarebbe l’immobilità, la chiusura, la non uscita da sé – in ultima istanza una vita congelata, amorfa, pericolosamente somigliante ad uno stato di morte;
-la fiducia come “cura delle passioni tristi”, su tutte la paura. Tra due incertezze così radicali a quale sarà meglio affidarsi? Dare fiducia può innescare un vero e proprio circolo virtuoso e moltiplicatore della fiducia: anziché propagare la paura, come la peste, è possibile infondere e spargere fiducia. L’esempio che fa Michela Marzano, e che mi trova molto d’accordo, è quello tratto dall’episodio iniziale di un altro grande romanzo ottocentesco, I miserabili di Victor Hugo: il vescovo che accorda fiducia a Jean Valjean (nonostante il furto dei candelabri) innesca una catena moltiplicatrice di fiducia che si espande lungo tutto il romanzo, ma che è riconoscibile solo post-festum. Né il vescovo né l’evaso e nemmeno noi che assistiamo alla scena – nessuno sa ancora che cosa accadrà: il piccolo atto di fiducia (un vero e proprio dono) è un inizio denso di possibilità e di promesse, ma potrebbe anche rivelarsi l’ennesimo fallimento. Non accordarlo, però, avrebbe implicato una sconfitta ben maggiore: quella dell’umanità.

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4 Risposte to “Quinto lunedì: la fiducia, cura delle passioni tristi”

  1. pessandr Says:

    L’ha ribloggato su carwildnewse ha commentato:
    La fiducia è una cosa serissima…
    Grazie a Mario, per i suoi contributi di pregio.

  2. md Says:

    grazie a te, Andrea!

  3. artura Says:

    penso che la fiducia sia tutto in ogni genere di relazione..sarebbe bene evitare rapporti con persone che non riscuotono fiducia,ma non è possibile.-in ogni caso il mio istinto è dare fiducia-se qualcuno ti vuole fregare lo farà sia che tu ti fidi o che tu ne sia diffidente – essere mentalmente aperti favorisce credibilità essere chiusi favorisce sospetto e diffidenza. grazie mario

  4. officinafilosofica Says:

    http://officinafilosofica.wordpress.com/2014/03/12/la-fiducia/

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