Il paradosso della stanchezza

stanchezza

“L’unica misura del pensare è la stanchezza”
(M. Sgalambro)

“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”
(F. Pessoa)

Sono venuto a conoscenza del saggio La società della stanchezza del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han tramite la rete (per la precisione facebook), e ciò, per quanto casuale, non è indifferente in ordine al ragionamento che intendo fare, e che svolgerò in due mosse: la prima di ordine oggettivo, mentre la seconda avrà un risvolto psicobiografico.

1. Il saggio in oggetto è stato egregiamente recensito da Riccardo Panattoni, sul sito Doppiozero, cui rinvio senz’altro. Condivido con questa recensione il grande interesse per i temi trattati nel saggio da Han, se si vuole affrontare con spirito critico l’assetto dei dispositivi che ordinano le società nelle quali viviamo (e che inevitabilmente pre-ordinano i nostri stili di vita, i linguaggi, la mentalità).
Fatta questa premessa elogiativa, passo invece alle riserve. In generale ho trovato fin troppo sbrigativi ed ellittici alcuni passaggi: il testo (che è breve e si legge in meno di due ore) sembra procedere per tesi, piuttosto che per ragionamenti argomentati. Il rischio è l’apodittica lapidarietà con cui esse vengono sostenute, specie quando lo fanno negando o sostenendo di superare tesi di altri pensatori. Come quando, ad esempio, l’autore si confronta con le teorie immunitarie e biopolitiche di Esposito o di Agamben, oppure con l’analisi di Hanna Arendt in Vita activa, o ancora con la società disciplinare di Foucault o le molteplici interpretazioni della figura di Bartleby. È vero che tutto ciò potrebbe essere letto come una creativa e dialettica Aufhebung – ma occorrerebbe argomentare in maniera un po’ più articolata, anche perché ci troviamo spesso di fronte a snodi (o dispositivi) di grande complessità socioanalitica.
Ma ancor più mi lascia perplesso la conclusione di Han: pur tenendo buone tutte le sue tesi critiche e la ricerca di nuovi paradigmi interpretativi della società dell’iperlavoro (e dell’iperpositività) – cioè del lavoro totale, ovvero della messa al lavoro di ogni aspetto delle facoltà umane (corpo, mente, linguaggio, fantasia, sogni, desideri, ecc.), che è poi un vero e proprio autosfruttamento – l’allusione alla duplicità della stanchezza con cui si chiude il saggio, e che prospetta una alternativa “stanchezza contemplativa” (la “stanchezza del noi” o del “tra” di cui parla Peter Handke), mi pare anch’essa un po’ sbrigativamente apposta a sigillo delle altre tesi.

2. Il secondo aspetto attiene innanzitutto ad elementi di ordine soggettivo, che però – mi pare – generano un grave paradosso che finisce per investire l’intero impianto oggettivo sopra profilato.
Provo a ripercorrere, a titolo esemplificativo, la cronistoria del mio particolare ed individuale relazionarmi al testo di Han: come dicevo in apertura, l’ho scoperto casualmente su facebook, col link che mi ha rinviato al sito dove ho letto la recensione, che ho prima salvato e poi stampato, in modo che ne rimanesse traccia nel mio scrittoio virtuale; ho poi cercato il testo (in quel momento indisponibile nelle librerie), ne ho letto una copia della biblioteca, per poi rileggerlo e sottolinearlo quando finalmente ho potuto acquistare la mia copia. Insomma, una gran fatica per ricavarne un po’ poco, o meglio un ulteriore aggravio della mia stanchezza intellettuale – ed è qui che sta il paradosso.
Proprio facebook, i siti, i blog e la rete in generale sono uno degli aspetti più preoccupanti della società iperattiva totalitaria e piena di cose-parole-informazioni-stimoli che ci sovrastano, e che determinano quell’ipertrofia e quell’iperconnessione così tipiche della società criticata da Han, e che occorrerebbe disattivare. Tuttavia la rete è solo una delle pieghe barocche dell’ipertrofia formativa che iperstimola e ipersollecita la nostra mente, fin quasi a devastarla: è uno dei tanti gangli (che ha però rispetto ad altri un immane potere di propagazione e penetrazione) del dispositivo generale della cultura (libresca o meno, poco importa) – quel sistema che fece dire a Rousseau che lo stato di riflessione è contronatura e che “l’uomo che medita è un animale depravato”.
Una volta cioè attivato, nulla lo può più fermare (l’uscita dallo “stato di natura” è irreversibile), ed è forse questa la vera causa della stanchezza profonda che ci assale: lavorare stanca, diceva Pavese, ma ancor di più stanca pensare, criticare, leggere, scrivere – soprattutto fare uso del linguaggio, cioè dello strumento che sta alla base della logica dell’autosfruttamento (e che è l’atto essenziale dell’antropogenesi di cui parlano, tra gli altri, Lacan e Cimatti).
E dunque, per criticare al meglio la società occorre leggere Han (e molti altri), atti che a loro volta generano stanchezza. Per scrivere (rivedere, correggere, limare) questo post mi sono stancato – e voi, se siete arrivati fin qui a leggere, non avrete di certo la mente sgombra e riposata. Magari ci sentiremo tutti più critici, bravi, intelligenti – ed è proprio quello che, prima o poi, qualcuno (o qualcosa) metterà al lavoro…

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7 Risposte to “Il paradosso della stanchezza”

  1. LexMat Says:

    La tua ricerca, il tuo scandagliare il sapere, la tua “Quest” si fonda su cultura ed intelligenza, e soprattutto curiosità.
    Sembra casuale ma non lo è.
    E quello che si trova e scopre è sempre meglio di quello che si cercava.
    Si chiama: Serendipità.

    Ma veniamo al dunque:

    “Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente,
    [ pensare, criticare, leggere, scrivere e rivedere, correggere, limare quello che si è scritto – soprattutto fare uso del linguaggio per dire e poi negare quello che si è detto, criticare al meglio la società, leggere Han e Rousseau (e molti altri), ecc. ].
    La specializzazione va bene per gli insetti.”
    (Robert A. Heinlein)

    http://lexmat.blogspot.it/2013/08/robert-heinlein.html

    Il sovraeccitamento sensoriale è dannoso.
    Ma credo che la differenza tra quello dannoso e quello definitivamente utile, stia sempre nel limite che non si deve oltrepassare, come del resto in tutte le – cose – della vita (per esempio l’alimentazione e lo sport).

    E’ sempre e soltanto questione di qualità, e la qualità di per sé sottointende anche una sana quantità.

    Mio padre (professore di Educazione Fisica) diceva che bisognava fermarsi quando ci si sentiva “sanamente stanchi” (e per cui non prostrati, aggiungo io).

    Dalla Crusca: sanamente -> per bene, perfettamente, e senza passione.

    C’è una stanchezza prettamente fisica ed una nervosa, i meccanismi infatti sono due e corrispondono a diverse sostanze che il corpo utilizza e genera di scarto.

    Il fisico, come la mente, lancia allarmi e non ti “mente” mai (onestà dei sensi e dell’intelletto).

    Oggi sembra una questione e mistura di affanno, pensiero non lineare, di tutto e subito, non rispetto dei tempi e cicli vitali.

    E’ un gioco malsano che genera un vizio circolare.

    Quello che si vuole oggi raggiungere è una perfezione tesa al riempire e non allo svuotare, al semplificare.

    “La perfezione è raggiunta non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere”.
    (Antoine de Saint-Exupery)

    Prima si desiderava soltanto raggiungere l’orizzonte, adesso si vuole andare oltre e di più.

    La quotidianità è considerata lesiva dell’immagine simbolo.

    E, per finire, la vera e sana stanchezza c’e l’hanno soltanto il contadino (come quelli tanto amati da Tolstoj) e l’intellettuale, a fine giornata, il primo però stanco ma felice e soddisfatto del lavoro compiuto attento a non superare il seminato, il secondo invece illuminato (si spera) ma sconfortato dal mondo osservato e volto a “oltrepassare l’uomo”.
    Ed il giorno dopo si ricomincia (daccapo).

    Quello che resta degli altri è invece soltanto becero affanno di nessuna utilità e di fastidio a sé stessi ed agli altri, è la stanchezza del 21° secolo, un affanno insensato, insipido, non reale stanchezza.

    Saluti.
    LexMat

    P.S. 1
    cose-parole-informazioni-stimoli = bisogna saper “filtrare”
    L’intelligente filtra le cose stupide.
    Lo sciocco filtra anche lui, però le cose intelligenti.
    Per paradosso lavora di più perchè ha più stupidaggini da eleborare.

    P.S. 2
    Ho cercato di dare il meglio di me.
    Mi sento stanco.
    Ma sollevato.
    Ho ben arato il campo dei miei pensieri.
    Spero.

  2. md Says:

    Bell’intervento LexMat, con molti spunti su cui riflettere (e stancarsi… ma mi piace molto quell’espressione usata da tuo padre sull’essere “sanamente stanchi” – a me capita soprattutto quando scrivo a lungo).
    P.s. Dell’elenco di Heinlein so fare sì e no 3 o 4 cose, e non son nemmeno sicuro di saperle far bene – e comunque nessuna delle prime 9.

  3. selciato Says:

    Interessante. Non conosco questo filosofo (in generale sono piuttosto a digiuno di contemporaneità), ma mi pare che ponga un tema nuovo e non peregrino.
    Qui vorrei solo brevemente commentare il secondo punto, perché mi ricorda un modo di pensare che era in me preponderante fino a diversi anni fa, e specialmente fino a quando mi sono imbattuto nell’opera di Hegel (di cui per ora ho letto soltanto prefazione e primo capitolo della Fenomenologia, ma su cui, tempo permettendo, intendo tornare più seriamente quanto prima). Quello su cui vorrei richiamare l’attenzione è: non si rischia di fare confusione fra fenomeni diversi riportando l’intera sfera della “cultura” alla presente modalità (superficiale) totalitaria e sovrastimolante che ritroviamo nel complesso dei media? Non si fa un torto alla straordinaria complessità del fenomeno linguaggio a ritenerlo soltanto vettore dell’autosfruttamento che pure perspicacemente volete diagnosticare?
    Per Hegel e l’idealismo tedesco migliore, a mio avviso, la più grande intuizione era che la semplicità del dato, del naturale, nel suo fulgore e nella sua salute (“salvezza” nell’etimo, ma quindi anche sicurezza), era un inizio, non una fine. In questo sto sempre più teorizzando un asse inconscio ma solidissimo fra lui e l’opera di Nietzsche. Il tema sarebbe: la perdita del “giardino dei piaceri” (Eden) della naturalezza originaria è qualcosa di sacrosanto, perché contrassegna l’uomo come naturalmente gettato in avanti, partecipe dell’avventura di lievito di una realtà troppo carica di spirito – proprio in quella ricchezza originaria del dato – per non volersi dispiegare in più dimensioni mediante la negazione di una perfezione “troppo facile” (e dunque parziale proprio lì dove apparirebbe “sana”!).
    In questo senso credo che bisognerebbe separare – e nella nostra vita, prima ancora che nei nostri scritti! – la “cultura” come fenomeno sociale proprio dei nostri tempi, con tutto il suo carico di sovrastimolazione, di sfruttamento, di linguaggio stantìo e a sè stesso intrappolato, dalla “cultura” intesa come “studio”, cioè come desiderio del singolo uomo chiamato a percorrere l’avventura dello spirito fino ai confini del mondo.
    (Va da sè che questo potrebbe richiedere benissimo il sacrificio di istituzioni a mio avviso ormai vecchiotte come, per dire, l’università).

  4. md Says:

    @selciato: molto interessanti le tue osservazioni, in particolare a proposito dell’asse Hegel-Nietzsche, che credo sia senz’altro da approfondire.
    Non so se la distinzione che auspichi sia una strada percorribile, certo dovrebbe esserlo: posta l’irreversibilità della “cultura” (dello “spirito” secondo il linguaggio hegeliano), essa dovrebbe proprio sostanziarsi in quella che è la sua essenza, cioè la libertà di autodeterminarsi ed autoplasmarsi, e non di sottostare ad una “seconda natura” data, imposta e totalizzante.
    Dopo di che si pone la questione della “misura” e del “limite” di questa autocreazione: lo spirito umano è o no illimitato?

  5. selciato Says:

    @md: Neanch’io so fino a che punto sia percorribile, ma abbiamo forse scelta? Ma c’è anche il rovescio della medaglia: la forma da dare a questa distinzione non è data in partenza, come a dire che la ricerca stessa di una forma di vita intelligente, della vita perduta della cultura di sotto al suo soffocante cadavere, costituisce la vita stessa dello spirito. Questo è una risorsa e un ammonimento (affinché non si ricada in sterili passatismi, in ossessioni varie, in misantropismi, ecc.). In questo senso certo la questione che tu poni dovrebbe dare la misura della speranza che possiamo riporre in questa “crociata verso il nulla”; di primo acchito la mia risposta sarebbe che lo spirito umano è limitato – sacrosantamente – ma lo spirito in quanto tale no – e che proprio da questo scarto muove il senso di ogni “storia”; ma in fondo non credo si possa dare una risposta se non dopo aver esplorato il proprio percorso veramente molto, molto a lungo.
    Naturalmente un’altra questione che mi si potrebbe e dovrebbe rammentare è come concretizzare nei processi storici reali quelli che altrimenti restano ideali astratti. Questo certamente può richiedere analisi come quella di questo filosofo (o come il “manifesto contro il lavoro” che sto leggendo dietro amicale segnalazione). Quello però che mi premeva era conservare una prospettiva in cui la diagnosi di un male si accompagna – se vuoi hegelianamente – ad una volontà di concepirne un senso, una ragion d’essere, una “maniglia da cui prenderlo razionalmente”. Anzi, se vuoi, quello che cerco di trovare in questi giorni è addirittura l’inquadramento dei problemi in una logica che possa dialogare, per tornare sulla psicoanalisi, con il nostro “desiderio”; perché forse di questo in ultima analisi si tratta, se vogliamo sperare di non soccombere del tutto alla “messa al lavoro”.

  6. Sesto lunedì: uomo agonale e uomo ri-creativo | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] un’allusione alla “società della stanchezza”. Ho scritto su questo stesso blog alcune riflessioni intorno al libro di Byung-Chul Han, e qualcuno ha […]

  7. Rousseau è su Facebook (e ci guarda)! | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] di brevi capitoli per tesi e suggestioni. Sullo sfondo i concetti già esposti nel breve saggio La società della stanchezza (società della prestazione, iperpositività, autosfruttamento, ecc.). Riprenderò qui alcuni […]

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