Sesto lunedì: uomo agonale e uomo ri-creativo

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1. Areté e agonismo
Nella concezione antropologica del mondo greco, emerge un tipo umano che avrà conseguenze importanti per la cultura occidentale: l’uomo agonale, guerriero e atleta, che persegue quella che in lingua greca viene indicata con il termine areté.
La parola areté è traducibile innanzitutto con “virtù”, ma copre un’area di significati molto più vasta: eccellenza, qualità, valore, stato felice, prosperità, onore, stima, splendore, nobiltà, fama, merito.
È esattamente lo status tipico dell’eroe-guerriero di epoca omerica (incarnato ad esempio da Achille), che ha senz’altro dei tratti comuni con la figura dell’athletès: colui che lotta (agonistès) per la fama e il desiderio di onori (philotimìa).
Il tratto comune e fondativo di questa figura eroica di guerriero-atleta è ben sintetizzato dal verso omerico

Essere sempre il migliore e superiore agli altri

che compare nei libri VI e XI dell’Iliade.

L’agonismo che lega queste due figure è ben presente ad Esiodo, un celebre poeta del periodo a cavallo tra VIII e VII secolo a.C., che distingue però tra due tipi di contesa (eris): quella distruttiva, ovvero la violenza cieca ed insensata (ybris – ben rappresentata dall’ira funesta di Achille con cui il poema omerico si apre) e la sana competizione per la gloria, gli onori (e, se si vuole, il progresso degli umani).
Bisognerebbe a questo punto entrare nel merito della concezione tragica e conflittuale dell’esistenza (e del cosmo) che caratterizza il pensiero greco, ben sintetizzata dal celebre aforisma di Eraclito “Pòlemos – cioè la guerra – è padre di tutte le cose”. Stabilire poi quale sia il confine tra contesa distruttiva e conflitto progressivo, rimane un problema ancora aperto.
Ad ogni modo, il discrimine essenziale sta proprio qui: eticizzare (o se si vuole sublimare e ritualizzare) l’aggressività e la violenza originaria (che è naturale, cosmica, proveniente dagli dèi): in generale la pòlis – la città e la sua dimensione politica – è la risposta greca a questa esigenza, il modo cioè più efficace per contenere la violenza dell’epoca eroica, nella quale prevale la guerra di tutti contro tutti, un vero e proprio anarchismo distruttivo tipicamente rappresentato dall’ira di Achille. Questo vale anche per i riti e le istituzioni della pòlis, tra i quali è senz’altro da annoverare, con un ruolo preminente, l’agonismo degli atleti – ma, come subito vedremo, non solo.

La cosa più interessante è infatti constatare come l’agone – che pure è originariamente ed essenzialmente fisico – si estenderà via via ad altri campi dell’attività umana, in particolare a quelli artistici e perfino filosofici, così come ci dimostrano i vari giochi panellenici (olimpici, pitici o delfici, od anche le panatenee: in alcuni casi, come per i giochi delfici, sono le gare di musica e di danza a ricoprire maggiore importanza nell’agone; mentre nei giochi olimpici, che pure sono eminentemente fisici, gli artisti e gli intellettuali ricoprono un ruolo via via sempre più importante; basti pensare al ruolo della scultura nella creazione dell’immaginario sull’armonia del corpo atletico, oppure alla presenza di celebri filosofi ed oratori).
Per certi aspetti la filosofia stessa è lotta per la verità (la dialettica e la retorica sono strumenti di persuasione e di agonismo atti a far prevalere gli argomenti migliori – anche in questo caso il termine areté è determinante).
Interessantissimo a tal proposito è la figura del “pròblema” (da cui l’omonimo termine della lingua italiana) e del connesso probàllete di Gorgia, un filosofo sofista e grande oratore che lanciava ai suoi uditori una vera e propria sfida: proponete un qualunque tema per la disputa, e io lo affronterò. Pròblema significa in origine sporgenza, rupe – l’ostacolo, cioè, da superare, che ci dà una figurazione molto precisa del significato dell’agonismo nei vari campi: ogni atleta-lottatore, per conquistare la palma del migliore e della virtù, deve attrezzarsi per superare gli ostacoli nella loro triplice modalità:
l’ostacolo oggettivo (il limite fisico da oltrepassare)
l’ostacolo intersoggettivo (il vero e proprio agone-confronto con gli altri)
l’ostacolo interno (il mettersi alla prova)
– si tratta in tutti e tre i casi dell’impulso a superare il limite, ad andare oltre.

Da quanto si è detto emerge una figura di “uomo agonale” che sicuramente ha avuto una certa influenza nella mentalità occidentale – anche se non va dimenticato che tale mentalità si è nutrita di altri elementi nient’affatto secondari: l’interiorità, la moderazione, la misura, la contemplazione, ecc., tutti presenti sia nella cultura greca che, più tardi, nel cristianesimo.

Tutto ciò ha una grande importanza, poiché è proprio nella “paidèia” (nell’educazione dei fanciulli, cioè nel processo formativo essenziale della mentalità) che le idee, le figure, i modelli si tramandano: se si pensa cioè che la “competizione” sia l’elemento più importante della formazione (scolastica, sportiva, ecc.), ciò avrà delle inevitabili conseguenze a livello sociale.

2. Sport e ri-creazione del corpo
Se però si analizza l’origine della parola “sport” emerge un significato molto diverso da quello agonale o agonistico: la parola inglese sport viene dal francese desport che allude al diporto (andare di qua e di là), allo svago, cioè a una dimensione molto più ludica, ad un basso (se non nullo) tasso di competitività.
Da questo punto di vista è interessante notare come vi sia anche una modalità plurale, onnilaterale, non riduttiva di intendere l’areté (la pienezza, la perfezione, la sanità) non necessariamente attraverso l’agonismo. In sostanza, non si migliora se stessi solo competendo, come vuol intendere ad esempio Giovenale nella sua opera poetica Satire, con il verso diventato celebre, un vero e proprio motto dell’attività ginnica:

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano
(Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano)

L’espressione “mens sana in corpore sano” di Giovenale (storicamente fraintesa) allude proprio all’accantonamento di cose come la fama, gli onori, la ricchezza, ecc., e alla messa al centro della pienezza del corpo e della mente – di entrambi questi lati.
Di una vera e propria apologia della ri-creazione sia del corpo che della mente, e della loro parallela espansione, si può trovare un esempio mirabile in una pagina dell’Etica di Spinoza:

“Niente infatti proibisce di divertirsi se non una torva e triste superstizione. Per qual motivo, infatti, sarebbe lecito estinguere la fame e la sete e non lo sarebbe scacciare la malinconia? […] Trar profitto delle cose, quindi, e goderne, quanto è possibile (non però fino alla nausea, perché questo non è godere), è proprio dell’uomo saggio. E lo è anche, io dico, ristorarsi e ricrearsi in giusta misura con cibi e con bevande gradevoli, con profumi, con l’amenità degli alberi verdeggianti, con gli ornamenti, con la musica, con gli esercizi del corpo, con gli spettacoli teatrali e altre cose del genere di cui ciascuno può godere senza alcun danno per gli altri. Infatti il Corpo umano è composto da moltissime parti di diversa natura che hanno continuamente bisogno di nuovo e vario nutrimento, affinché il corpo tutto sia armonicamente disponibile per tutte quelle cose che possono derivare dalla propria natura, e di conseguenza, anche la Mente sia armonicamente disposta a comprendere molte cose insieme”.

Chiudo infine con un’allusione alla “società della stanchezza”. Ho scritto su questo stesso blog alcune riflessioni intorno al libro di Byung-Chul Han, e qualcuno ha commentato:

“Mio padre (professore di Educazione Fisica) diceva che bisognava fermarsi quando ci si sentiva “sanamente stanchi” (e per cui non prostrati, aggiungo io)”

Questa espressione – sanamente stanchi – mi ha molto colpito.
La nostra è una società di una stanchezza insana, fatta di ansie da prestazione, autosfruttamento, messa al lavoro di ogni nostra attività (basti pensare all’eccesso di prestazioni linguistiche e intellettuali che occorrono per decodificare un mondo affollato di cose, immagini, messaggi, simboli, stimoli). Oltre al cervello anche il corpo è spesso stressato ed eccessivamente riplasmato, come ci viene testimoniato dalle diffuse forme di narcisismo con mitologia annessa di uomini (ma anche donne) palestrati.
Ecco: l’attività fisica, lo svago, il gioco ozioso, non finalizzati al competere possono svolgere una funzione riequilibratrice ed armonizzante rispetto alla “stanchezza mentale” che rischia di sfiancarci: c’era una bella immagine (mi pare di Nietzsche), che parlando dei sensi umani squilibrati li figurava attraverso dei volti deformati (con occhi o orecchie o lingue enormi, a seconda del tipo di eccessi percettivi): a dei corpi con cervelli enormi o marmorei bicipiti, glutei e toraci, non è forse meglio sostituire più modeste figure vicine però ad una armonica e dimessa naturalità?

(p.s. Chiedersi dove si colloca la figura femminile in questo percorso antropologico, aprirebbe un fronte vastissimo, e però parecchio interessante, di questioni… donna agonale, donna ri-creativa o altro ancora?)

***

Piccolo glossario delle parole greche utilizzate:

ARETÉ
merito, abilità, eccellenza, forza, agilità, sanità
virtù, coraggio, valore
considerazione, splendore, onore, fama, nobiltà

ERIS
contesa, lotta, litigio, combattimento
gara, rivalità, disputa

AGONIZOMAI
gareggiare, lottare, combattere, contendere (anche in un processo o in una discussione) – AGÒN è il luogo (piazza o assemblea) dove la gara o la disputa avvengono

ATHLETÈS
lottatore, atleta

PHILOTIMÌA
amore o brama di nonore e di gloria, ambizione

PRÒBLEMA
sporgenza, rupe – impedimento, ostacolo
PROBALLO
getto innanzi, metto avanti, propongo

PAIDEIA
educazione dei fanciulli, sia in senso fisico che morale

SPORT
parola inglese, in origine “divertimento”, dal francese antico desport, diporto (da diportarsi, portarsi da un luogo all’altro per puro svago)
nell’allocuzione “fare qualcosa per sport” fa capolino il senso originario ludico e ricreativo, piuttosto che agonistico.

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9 Risposte to “Sesto lunedì: uomo agonale e uomo ri-creativo”

  1. armando ceccon Says:

    Sono grato dalla parte migliore di me a questa riflessione, a questo tema. Tutta la mia vita ti ringrazia come una cura ben fatta.

  2. md Says:

    grazie a te armando, specie per quella “cura ben fatta”

  3. pessandr Says:

    L’ha ribloggato su carwildnews.

  4. Eric Cavallera Says:

    Grazie come sempre Mario. Ho sempre seguito molto La botte di Diogene ma mai ho commentato. Oggi, diversamente, mi va.
    Credo che il grande paradosso dello sport come lo intendiamo noi sta tutto contenuto all’interno delle sue derive competitive moderne. La competizione sana, quella che eleva l’essere umano spronandolo ad un miglioramento ed un confronto diretto, è più nascosta rispetto al passato.
    Credo che se da un lato lo sport preservi una matrice ludica e di occupazione del tempo, dove esso sia il prolungamento di una necessità di distrazione e divertimento (de-verte sappiamo che sia inteso come ciò che porta-fuori, quindi distrazione dalle pesantezze degli obblighi), dall’altro incorpori un’ eccessiva tensione strumentale all’autodistinzione, alla, direi, quasi sopraffazione della soddisfazione. Diventa più che un riconoscimento un’ossessione cui tendere, pena l’esclusione dal privilegio dei beni e definizioni derivanti dal successo.
    Se penso agli sport sani, quelli all’interno dei quali l’inquinamento economico ancora non si è infiltrato in modo ingente, allora ancora ritrovo quella tipologia di philotimìa, di ambizione, di raggiungimento dell’obiettivo per il sè, come sfida con l’alter, come operazione di arricchimento e raggiungimento di uno stato di omo ed etero-riconoscimento della propria forza ed impegno.
    Ma se penso agli sport più popolari e immensamente retribuiti, quasi la dimensione dell areté svanisce per lasciare campo aperto alla conflittualità tra fazioni opposte, agli scontri, alla parte malsana della competizione (che ricordo significi com-petere, andare verso insieme). Insomma, sebbene il nesso sia quello di riscoprire la dolcezza di un attività libera dalle assurdità ruggenti del suo egoismo, da profano, mi chiedo dove possa terminare in modo sano la competitività che perde la sua matrice olistica e dove possa iniziare la semplice soddisfazione agonistica costruttiva, in un mondo che sempre più richiede di essere i primi della classe per fronteggiare la mancanza di ruoli per tutti e di risorse.
    Eric Cavallera

  5. md Says:

    @Eric: grazie a te per questo contributo, davvero bello e ricco di spunti di riflessione.
    Dovresti commentare più spesso…

  6. Eric Cavallera Says:

    @mario. Mi è sufficiente leggerti, per parlare. Grazie davvero, operi per una causa sottilmente nobile.

  7. LexMat Says:

    Ti ringrazio MD.

    Il gesto in sé, bello e migliore in sé, null’altro nella competizione se non il proprio miglioramento verso la scoperta di un nuovo orizzonte.

    Avete tutti centrato perfettamente il discorso.
    E con una disamina storico-filosofica meravigliosa!

    Voglio far leggere questo articolo anche al mio Papà.

    Grazie MD (e grazie anche ad Eric, armando e pessandr).

    LexMat

  8. LexMat Says:

    Che poi, guarda caso, sai mio padre che cosa faceva nel “doposcuola” ?

    Allenava (per passione e senza alcun compenso) i ragazzi che lo desideravano, tre giorni alla settimana la mattina durante tutta l’estate, in atletica leggera (la madre di tutti gli sport) e sapeva spaziare da allenamenti per la corsa, al salto in alto, con l’asta, ecc., con tutto quello che comportavano questi allenamenti, dal riscaldamento alla tecnica del gesto atletico.

    Mal sopportava tutti quegli insegnanti che non sapevano far altro che mettere un pallone in mano (o al piede) ai ragazzi.

    Con lui si faceva la “vera ginnastica”.
    E c’era vero divertimento e soprattutto “crescita” fisica e mentale, tutti quanti insieme, senza discriminazioni.

    Bastava avere soltanto volontà, voglia di “migliorarsi e divertirsi” con sé stessi ed anche con gli altri.

    Tengo a dire che un minimo di “concorrenza”, di agonismo nel senso buono, purtroppo ci deve sempre essere.
    Perché gli altri spesso devono fungere da specchio in cui guardarci e traguardo da raggiungere.

    Tutti insieme, non per vincere per forza, ma per vincere per piacere, per essere non più forti degli altri, ma più forti del nostro “vecchio io”.

    Diceva: “Per il piacere della sensazione del gesto motorio”.

    Avete mai provato la sensazione che si prova a tirarsi in alto, anche nel più piccolo gesto, sulle parallele o sugli anelli (da giovane era molto bravo alle parallele)?
    Ci si sente un piccolo Dio. Dico davvero.

    Oggi questo dovrebbero fare i nostri ragazzi: Matematica, Filosofia e Ginnastica.

    Ma mi sembra tutto perduto.

    Grazie ancora MD.

  9. md Says:

    anch’io provo talvolta quel piacere, LexMat, quello della pura sensazione di essere un corpo in movimento; mentre parallele ed anelli non facevano per me, evidentemente non ho avuto un maestro-ginnasta come tuo padre…
    grazie a te

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