Rapporto 2.0

Sinapsi_Mauro_Bonaventura

Immagino si tratti di una semplificazione, ed un neuroscienziato avrebbe forse da ridire, ma mi pare di poter sostenere che il cervello sia essenzialmente fatto di sinapsi – di giunzioni e di impulsi – e che la mente funzioni come una rete parecchio sofisticata di relazioni: insomma, rapporti e rapporti. Rimane ancora (e forse lo sarà per un bel po’) problematico capire che rapporto ci sia tra i due piani, e quanto la mente sia riducibile alla sua base neurofisica – ancora di “rapporto” si tratta. La nostra attività essenziale parrebbe così quella di istituire rapporti, relazioni, connessioni (o, eventualmente, di disfarli: ma anche in negativo stabiliamo pur sempre rapporti).
Questo breve rapporto pseudoscientifico introduce al rapporto che l’altro giorno si è stabilito tra due fatti che mi sono occorsi e dove il termine “rapporto” – di nuovo – era centrale: stabilirò dunque un rapporto tra due fatti attinenti al concetto di rapporto. Un rapporto al quadrato.

Primo fatto: dopo aver visto un film – Il paese delle creature selvagge – nel corso di un cineforum che ho organizzato in collaborazione con le scuole, alla domanda che rivolgo “qual è secondo voi, in una parola, l’elemento essenziale di questo film”, un bambino se ne esce con la parola: “il rapporto”. Non c’è purtroppo stata l’occasione di approfondire (non era facile gestire un dibattito con 200 bambini di 10-11 anni), ma il dito puntato era chiarissimo: il caleidoscopio emotivo umano (che è poi il filo conduttore di quel film, peraltro bellissimo) ha al suo centro proprio la forma e la sostanza del “rapporto” che si può stabilire (o non) tra umani.

Secondo fatto. Qualche ora dopo, mentre ero in viaggio con amici alla volta di Milano per assistere allo spettacolo dell’Orchestra di Piazza Vittorio “Il flauto magico”, ricevo un messaggio su facebook da parte di una perfetta sconosciuta che mi scrive:

Ciao Mario, mia figlia sta studiando Spinoza, ma non capisce molto bene alcune dimostrazioni delle proposizioni sull’etica. Esempio: la nr 5. Potresti spiegargliela, x favore? Domani ha una verifica. Grazieee! Ciao

In verità la scrivente non era sconosciuta del tutto, dato che si trattava di una ragazzina dirimpettaia con la quale giocavo negli anni ’70 sulla strada dove all’epoca abitavo. Quarant’anni dopo, questa tizia decide di punto in bianco di uscire dall’oblio – dal mio oblio della sua esistenza (da una certa forma di nulla) e mi raggiunge con il suddetto messaggio, per il quale non so trovare una qualificazione precisa.
Ne ho discusso con gli amici in auto nel tragitto fino al teatro, e poi qualche mattina fa, con il mio amico scrittore Giuseppe Lupo, che ho incontrato su un treno dove eravamo stipati come sardine. Il primo argomento, piuttosto ovvio, è la stranezza che il contatto facile consentito dai social network induce nei comportamenti – nel “rapporto” tra le persone. Rapportarsi diventa un lanciare a bomba e a pioggia le proprie parole/immagini/emozioni senza preoccuparsi granché del ricevente: un’ulteriore deriva narcisistica, oppure un accodarsi all’andazzo del senso comune (e dei luoghi comuni, virtuali e virali ad un tempo: a tal proposito devo rilevare come ogni giorno ricevo da parte di conoscenti od anche perfetti sconosciuti, indistintamente accomunati dalla categoria “amici”, sollecitazioni a guardare video, leggere testi, occuparmi di cose che quasi sempre non mi passano nemmeno per l’anticamera del suddetto cervello).
Ma quel che mi sconvolge di più – e che vorrei poter afferrare e comprendere in modo viscerale – è il percorso mentale, la sequenza logica ed emotiva, la molla che fa scattare determinati comportamenti e, in secondo luogo, l’eventuale percezione che si ha delle loro possibili conseguenze – del loro rapporto – sugli altri. Sono insomma ossessionato dal controllo di tutto quello che accade (in me e fuori di me), ma temo che l’uscita dal nulla della mia antica dirimpettaia rimarrà avvolta dalle nebbie dell’incomprensione e, tra poco, sprofonderà tranquillamente nell’oblìo, dove forse è giusto che rimanga sepolta per sempre.

(A proposito, poi, della richiesta “dimostrazione della proposizione numero 5 dell’Etica”, risulterà evidente a chi si intende di cose filosofiche che vi si frapponevano non pochi ostacoli: prima di tutto, come spiegare Spinoza – qualunque cosa di Spinoza – in una chat ad una perfetta sconosciuta? e poi, quale delle 5 proposizioni numero 5 – una per ogni parte dell’Etica? ma soprattutto: come far capire ad un interlocutore l’assurdità di una tale richiesta?
In alcuni casi temo debbano essere ricostruiti troppi passaggi – troppi rapporti – affinché ci si possa intendere: quegli altri non li capisco / mi spavento, non mi sembrano uguali – cantava Gaber amareggiato un secolo fa…).

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12 Risposte to “Rapporto 2.0”

  1. LexMat Says:

    “…senza preoccuparsi granché del ricevente…deriva narcisistica…”
    Ottima descrizione del nostro momento storico, la società di oggi.

    Il problema è che quella signora non fa parte del nostro momento, in quanto probabilmente ha già una certa età (non sto dicendo naturalmente che tu sei vecchio, anche perchè anche io 40 anni ce li ho tutti).

    Ma ricordati la spiegazione più semplice è sempre quella giusta.

    Si tratta di un problema secolare, millenario, senza tempo.
    Forse anche le Stelle ne soffrono.

    Sai come si chiama?

    Stupidità? No.

    Maleducazione.

  2. rozmilla Says:

    Caro Mario, secondo me la molla che fa scattare i comportamenti, forse ogni comportamento, è la necessità o il bisogno, o (altrimenti) il desiderio.
    Nel caso della tua dirimpettaia, se provassi a mettermi nei suoi panni, me la immagino come una mamma che si è trovata in un momento difficile, alle prese con un problema (la filosofia spinoziana) che non sapeva come affrontare. Avrebbe voluto aiutare sua figlia ma non ne aveva gli strumenti, quindi si è guardata in giro per trovare qualcuno che la potesse aiutare. E siccome tu non eri poi tanto lontano, e sapeva che sei esperto in filosofia e affini, e di solito sei anche abbastanza disponibile ad insegnare la filosofia (probabilmente è a conoscenza delle tue attività divulgative) ha osato inviarti quel messaggio. Io lo leggerei come una richiesta di aiuto.Le persone chiedono; al che noi possiamo rispondere “sì” o “no”, ed eventualmente spiegare i motivi del rifiuto. Non ci leggo maleducazione – in fondo cosa ha fatto di così grave?
    Ma sicuramente il messaggio è frettoloso, ed anche il “mezzo” usato non è del tutto canonico. Mentre, se almeno fosse stato un po’ più articolato, se avesse premesso o aggiunto ad esempio, “Scusami Mario, so che ci conosciamo appena, e che perciò forse troverai fuori luogo questa mia richiesta. Non so se potrai aiutarmi, ma davvero non so a chi rivolgermi ..” e così via … magari l’approccio sarebbe stato più soft, meno invasivo, forse avrebbe meritato una anche se pur piccola risposta. Certo, i ”modi” non sono indifferenti, e un po’ di buone maniere non guasta. Come anche riuscire a mettersi nei panni dell’altro (da entrambe le parti) .

    Del resto, se tutti noi pensassimo di poter avere “rapporti” solo con coloro coi quali già abbiamo “rapporti”, non ci potrebbero essere mai “rapporti” nuovi. Allora tutti gli altri coi quali non abbiamo già “rapporti”, sarebbero e resterebbero sempre degli estranei. O no? A meno che uno abbia già deciso che non si debbano accettare rapporti o richieste che ci giungono attraverso il mezzo 2.0. – come se fossero due mondi totalmente distinti e separati.
    Ma non so se si può sostenere che siano mondi separati, dato che interagiscono a livello mentale, si introducono e
    interagiscono tra loro nelle nostre sinapsi, nelle nostre narrazioni.
    In fondo le “cose”, e i “rapporti”, non sono tanto quello che sono, ma sono come le interpretiamo, e possono esserci via via interpretazioni e narrazioni diverse di uno stesso evento, di uno stesso “rapporto”. Sono narrazioni in competizione tra loro. Qual è la mia? Quale la tua? Quale sarà “vera”? O qual è la narrazione attuale? Ma quella di domani, sarà identica a quella di ieri?

  3. LexMat Says:

    ” Del resto, se tutti noi pensassimo di poter avere “rapporti” solo con coloro coi quali già abbiamo “rapporti”, non ci potrebbero essere mai “rapporti” nuovi.
    Allora tutti gli altri coi quali non abbiamo già “rapporti”, sarebbero e resterebbero sempre degli estranei. O no?” ”

    Osservazione ineccepibile.
    Ma la faciloneria del rapportarsi resta tutta.
    E quella non merita risposta.

    Anche perchè sicuramente il figlio invece di cercare su Internet tutto lo scibile su Spinoza, mentre la madre due-punto-zerava con MD, stava magari a farsi gli “affari suoi” su FaceBook.

    E se la madre avesse avuto l’ “educazione” avrebbe consigliato il figlio di chiedere, presentandosi, direttamente ad MD.
    Magari con un minimo di bella esposizione.

    Il narcisismo gli fa comodo quando gli pare alla gente.
    Nel senso che gli piace sentirsi belli solo per le ca…

    Poi magari sbaglio.
    MD rispondi alla signora.
    Effettivamente cosa costa.
    Potrebbe essere una avventura in più invece che una rogna.

    Ricordi la Serendipità.
    Io ci aggiungo anche che “fa Karma”.

    Saluti.
    E’ un piacere parlare con voi.

  4. md Says:

    @Milena: il punto sta proprio in quel passaggio reale-virtuale (o 2.0): un frettoloso traghettamento della cerimoniosità di un tempo in un’area free dove tutto è possibile – senza alcuna riflessione intermedia.
    Se mi avesse scritto la figlia avrei avuto una reazione diversa immagino – e comunque la mia reazione è stata più che altro di sconcerto, tant’è che non do giudizi morali, ma solo di “inqualificabilità”. Cioè: mi preoccupo dei nessi che nei rapporti (reali o virtuali che siano – che sempre reali sono) sono saltati. Entrare in relazione presume sempre una conoscenza di quei nessi e passaggi: io, quando li ho ignorati, mi son preso i miei bei calci in faccia. E dunque ho imparato. La relazione è, tra le altre cose, imparare.

    @LexMat: le ho risposto, cercando di farle capire che mi era impossibile soddisfare la sua richiesta.
    Ma lo sconcerto è aumentato quando mi ha scritto:

    “Non ti ho chiesto ripetizioni ma solo una spiegazione. Pensavo fosse una cosa semplice. Scusami. Buona serata!”

  5. rozmilla Says:

    Eh eh, pensava “fosse una cosa semplice”. Non so se ti ha risposto così (letteralmente); ma se sì, bisogna notare che fa ancora uso dei congiuntivi 🙂
    Comunque, è accertato che nelle comunicazioni via mail o MSM chat e compagnia bella si fa uso di un linguaggio sintetico ridotto all’osso; e non solo constatiamo che è così, ma viene anche consigliato come il modo di comunicare più corretto, perché non fa perdere troppo tempo (soprattutto al ricevente). Anche questa è una forma di cortesia: non far perdere tempo – in un tempo in cui di tempo c’è n’è sempre meno, e soprattutto dove il tempo deve tradursi in denaro. (come vedi, questo non è il mio caso: sono molto scortese ;-))
    Ma leggevo anche che questo mezzo di comunicare avrebbe effetti sull’attenzione e sulla memoria, nel senso che la tendenza via via più diffusa è di leggere e ricordare solo messaggi brevi e incisivi (come già i titoli dei giornali, del resto). E che questa tendenza avrebbe conseguenze antropologiche, non solo sul modo di relazionarci, ma anche sulla qualità e quantità dei modi o metodi di studio e apprendimento.
    Tornando alla dirimpettaia, c’è da dire che noi immaginiamo gli altri in misura delle esperienze che ci sono proprie. Ad esempio, io riuscirei persino ad immaginare che quella signora fosse alle prese con una crisi di nervi della figlia, e quindi di se stessa, causata dal fatto di non capirci proprio nulla, dal non riuscire a semplificare quella filosofia. Perché le cose devono essere così complicate?
    Se sapessi le volte che fin dalle elementari anche i miei figli si sono trovati alle prese con “compiti” apparentemente (per loro) insolubili. Ma poi, tanto, ci sono i genitori, che devono cercare di rimediare alle mancanze dei figli, e a quelle degli insegnati o del sistema scolastico. Ricordo di aver sempre cercato di supplire con le sole mie forze, o le poche che avevo. Nemmeno mi è mai balenata l’idea di poter chiedere aiuto. L’imperativo è “cavarsela da soli”.
    Penso che anche le donne che si trovano in difficoltà familiari seguano lo stesso imperativo morale. Vietato chiedere aiuto, anche perché significherebbe ammettersi inferiori, perdere dignità e potere. Mai far sapere quanto possa essere marcio il formaggio o le pere. Non sta bene, è contrario alle buone maniere, a quello che possiamo “legittimamente” chiedere o aspettarci dagli altri.
    Sui nessi e passaggi, il discorso non cambia. Come si fa a stabilire in anticipo quali siano i nessi e i giusti passaggi? Gruppi o persone diverse si attengono a modi diversi di nessi e passaggi. Ovviamente non c’è legge scritta, ma pratiche di vita ed etica sostanziale in continua trasformazione. E chiaramente, come dici anche tu, non se ne può dare un giudizio morale, o moralistico. Nei particolari, si tratta del gioco delle parti: uno fa una mossa per quanto reputa giusto, l’altro risponde secondo il proprio parere o sentimento. O, al limite, non risponde affatto. E in fondo il caso della tua dirimpettaia è un caso abbastanza semplice di botta e risposta e morta lì. No problem, caso archiviato.
    Vorrei però far notare come certi cerimoniali del passato fossero costruiti su una indubbia ipocrisia, il cui scopo era sostanzialmente quello di mantenere intatte le barriere. Molto spesso i cerimoniali farciti di “tatto” erano degli ottimi sostituti del sentimento empatico, la cui l’utilità era quella di preservare le persone da coinvolgimenti emotivi. Sai che ti devi comportare in un certo modo, e se lo fai sei al sicuro e nessuno ha da obiettare. Ma c’è il rovescio della medaglia: l’attenzione a non violare l’intimità dell’altro può facilmente tramutarsi in una brutale mancanza di sensibilità della sua sofferenza, o della propria.
    La relazione è imparare. Vero. Ad esempio, imparare che i percorsi delle mie sinapsi possono essere diverse dai percorsi delle sinapsi altrui. E che probabilmente non c’è alcun punto d’arrivo certo né univoco.

  6. md Says:

    Mio fratello è stato molto più tranchant (nel relativismo delle posizioni circa le relazioni 2.0 c’è evidentemente anche la sua): le ha semplicemente negato l’amicizia su facebook, ritenendo “amicizia” parola quantomai abusata. Mi pare che loro fossero coetanei, e dunque si conoscessero un po’ di più. Di fatti è stato lui a riportarmela alla memoria.
    A me, però, non ha nemmeno chiesto quella, e visti gli almeno 4-500 perfetti sconosciuti tra i miei 900 contatti, non gliel’avrei certo negata. Dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati, accogliere gli amici su facebook.
    Però da qui a spiegarle la proposizione nr. 5 e tutto il resto ce ne corre. Non dico che dovremmo ripercorrere insieme questi 40 anni di oblìo (non credo che interessi a nessuno dei due), però sarebbe bastato semplicemente un: “ciao, come stai? Ti ricordi di me?”.

  7. rozmilla Says:

    beh, sì, in effetti tuo fratello dev’essere un tipo piuttosto tranchant (ma non dovrà preoccuparsi: non credo di poter aver modo di chiedergli l’amicizia, né in fb né altrove :-))
    Per il resto, scusa Mario, avevo già lasciato la dirimpettaia ai casi suoi, e non c’è dubbio che fosse impossibile dare una “spiegazione” delle proposizione n.5, e via dicendo. Il suo status di dirimpettaia l’aveva già tagliata fuori fin da sempre, soltanto non lo sapeva. Era solo un esempio, che tu stesso hai portato del genere di rapporti 2.0, e che probabilmente, come le bugie o le finzioni fondate unicamente sulle parole, hanno le gambe corte e non vanno molto lontano. E se crediamo che i rapporti 2.0 possano sostituire i rapporti “reali” di certo siamo fuori strada (eh eh, accogliere gli amici su facebook, ma solo lì -:))
    Ciò non toglie che quando interagisco con qualcuno, anche via etere, in ogni caso so che dall’altra parte c’è una persona in carne ed ossa, viva, come lo sono io. Sotto questo aspetto credo che dovrebbe valere il principio di trattare gli altri come vorrei essere trattato io. Ma questo lo credo io, ovviamente. Degli altri, come posso sapere se condividono lo stesso principio? E questo vale sia in 2.0 che in ogni dove.
    Anzi, credo che come si è abituati a comportarsi nella vita reale, allo stesso modo ci comportiamo nel 2.0. Così, se ad esempio qualcuno è abituato ad essere maltrattato, e facile che non trovi nulla di strano nel maltrattare gli altri, o ad essere particolarmente tranchant. E in ogni caso, tutti possiamo sbagliare, o avere un diavolo per capello, di tanto in tanto. E poi qualcuno è più tranchant di altri, anche solo per carattere. Amen.
    C’è anche da dire che il tempo è quel che è, e che se anche non si è obbligati a tradurlo tutto in denaro, resta comunque limitato; quindi bisogna saper scegliere cosa val la pena di coltivare e cosa è meglio tralasciare.
    Relativismo a parte, chiedere “come stai” è sempre un buon modo per cominciare una comunicazione, sia in 2.0 che in ogni dove. È un minimo di cortesia che non si può più nemmeno catalogare come “buona maniera” – le quali (buone maniere) non sono certo da trascurare, soprattutto se sono espressione di un atto libero (dissimulato dietro una buona maniera). Però questa cosa manca, è vero. Perché succede? E perché ce ne accorgiamo solo quando quella mancanza la subiamo noi? E non quando la infliggiamo agli altri?
    Per superare il relativismo, occorrerebbe che tutti siano disposti a condividere gli stessi principi morali, quindi gli stessi sentimenti e gli stesse modi codificati in anni e anni di tradizioni consolidate. In una società multiculturale credo sia praticamente impossibile. Mentre, forse è ancora possibile in piccoli gruppi, quel genere di gruppi che somigliano tanto alle tribù. Ma i piccoli gruppi hanno comunque i loro limiti e palesi difetti. Sarebbe interessante indagare le dinamiche relazionali dei piccoli gruppi, ma non vorrei esagerare e mi fermo qui. Grazie per l’attenzione. Un caro saluto.

  8. selciato Says:

    Al di là del discorso neuronale – che oggettivamente ritengo molto poco interessante da un punto di vista filosofico – credo che quello di cui qui tu giustamente lamenti la mancanza non sia altro che una psicologia. Il che non è scontato, perché nell’esplosione totale di questa disciplina nella sfera della mediaticità-accademicità-“scientificità” di fatto si è perso proprio l’unica cosa che la renderebbe sensata: la psiche – dato che, come giustamente rileva ad esempio Galimberti (malgrado con conclusioni a mio avviso un po’ immature), la si tratta, assurdamente, come un “oggetto”. Paradossalmente la civiltà che più parla di interiorità lo fa solo in ordine a spossessare completamente gli individui di ogni comprensione reciproca.
    In effetti credo che, come ho visto dire a rozmilla qui sopra, dobbiamo per recuperare il senso del discorso tornare a dei fatti fondamentali, senz’altro – se Dio vuole – non scientifici, come per l’appunto il desiderio, l’eros, il meccanismo linguaggio-significato, e così via. La signora di cui parli assume alla luce di tutto ciò i contorni quasi apocalittici di una rivelazione (serendipità dicevano sopra) dell’umano nel meccanico-formale del 2.0. Insomma io non ce l’avrei con lei, perché proprio la sua inettitudine sociale è quanto di più immediatamente umano (e quindi, di nuovo, psicologico) ti sarà dato trovare su fb.

    E poi, al di là di tutto, è grande la gioia nel leggere del bambino che dice “rapporti”.

    PS Nel frattempo nel mio piccolo ho aperto un piccolo blog filosofico-poetico. Spero ti farà piacere e non ti giungerà sgradito che io ti aggiunga ai miei link di interesse!

  9. md Says:

    @selciato: molto pertinente “inettitudine sociale”.

    P.s.Più che gradito che tu mi aggiunga ai tuoi link, ma qual è il tuo?

  10. rozmilla Says:

    Molto pertinente quel “quanto di più immediatamente umano” – quindi forse, non solo per solidarietà, non riesco a non sentirmi partecipe di quell’inettitudine sociale.

    Quello che forse dimentichiamo, o non diciamo sui rapporti 2.0, è che la funzione sociale di internet e la rete (e il loro successo), è di supplire alla tremenda solitudine che ci attanaglia, in questa esistenza così “sociale” – frammentata, isolata, individualista e monadica.
    Un gioco d’illusionismo, questo, di riuscire con un clic ad arrivare chissà dove, col pensiero e la parola scritta, mentre restiamo come il topolino che gira e gira nella sua gabbietta rotante.

  11. selciato Says:

    @md la mia umile dimora 2.0 è questa qui: http://studiodalvero.blogspot.it/

    rozmilla: si, un po’ è vero. Più che altro si tratta di dare l’illusione che esista ancora una comunità lì dove il corpo sociale agonizza. Poi, a latere, è possibile intessere anche rapporti notevoli per via scritta; ma la dittatura dei 140 caratteri o simili di certo non aiuta.
    Tu sei la ragazza di quel blog esteticamente così bello, vero?

  12. md Says:

    @rozmilla: a proposito del tuo ultimo commento, che condivido in pieno, stavo giusto pensando in questi giorni se la rete e i social network non facciano altro che alimentare un eccesso di “io” e di linguaggio con l’effetto di allontanarci ancora di più dalla nostra corporeità/animalità e da una socialità più fisico-emotiva rispetto ad una intellettualistica e illusoria nella quale ci troviamo a vivere.
    È solo l’inizio di una riflessione, sulla scorta del libro appena letto di Cimatti “Filosofia dell’animalità”, che vorrei approfondire e su cui scriverò presto.

    @selciato: verrò senz’altro a trovarti nel fine settimana

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