Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso – Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

Per Spinoza sono tre gli affetti (o passioni) principali degli esseri umani: desiderio, letizia, tristezza. Tutto parte dall’impulso naturale di ogni essere vivente ad espandersi ed incrementare il proprio grado di perfezione: ciò che ne favorisce tale corso lo renderà lieto, mentre viceversa ciò che gli si oppone lo renderà triste. Bene è aumento di potenza, male è diminuzione di potenza: la tesi di Spinoza è di una grande semplicità, ma anche di grande efficacia esplicativa.

Speranza e paura hanno proprio a che fare con questo meccanismo emotivo: temiamo o speriamo ciò che non sappiamo, che ci è ignoto (essenzialmente ciò che viene dal futuro) – e dunque paura e speranza sono affetti legati all’incertezza, all’incostanza. Il primo è un affetto triste, l’altro un affetto lieto – ma comunque entrambi incerti, fragili e spesso interscambiabili. Spero di ottenere quella cosa (ma temo di non averla) e reciprocamente temo quella cosa (ma spero di evitarla).
Ora, Bloch e Jonas fondano in buona parte su questi due affetti le tesi filosofiche di cui parleremo stasera.

Partiamo da Bloch: è un filosofo marxista, molto celebre in Italia specialmente negli anni ’70, per avere in particolare sviluppato la componente utopica del pensiero di Marx. Occorre però chiarire la differenza che passa tra utopico ed utopistico, senza la quale difficilmente si capirebbe il concetto di “speranza” analizzato da Bloch: utopico è il movimento proprio della possibilità, di ciò che si può dare a partire da una realtà in perenne trasformazione – laddove utopistico è il chimerico, il campato in aria.
L’analisi di Bloch è molto vasta, è a tutto tondo, visto che occupa ben 3 volumi, scritti e pubblicati tra il 1954 e il 1959 (ma la stesura avviene durante la guerra – cosa molto interessante, anche da un punto di vista psicologico).
Qui Bloch dispiega una grande capacità di cogliere in molteplici aspetti della vita umana, della psiche, della società, dei desideri, l’ansia trasformatrice che la caratterizza. Un’ansia che però lui collega alle stesse caratteristiche della materia: non è cioè solo qualcosa di psicologico (il desiderio o il sogno che è spesso irrealizzabile – utopistico), ma di costitutivo del mondo: ogni cosa esce dai propri limiti e si trasforma perennemente, trascende i propri confini, oltrepassa se stessa e anticipa nuove possibilità. La materia stessa è fatta così, e dunque noi, che siamo parte di questa materia, non possiamo che seguirne le caratteristiche essenziali. L’oltrepassare di cui parla Bloch è un trascendere che però rimane ancorato al materiale, non salta cioè in una forma di trascendenza religiosa.
Il suo principio speranza è così un vero e proprio catalogo di questa ansia di trasformazione, di desideri, di sogni: i sogni, appunto, sia quelli notturni che quelli a occhi aperti, le fiabe, il cinema, la moda, i viaggi, le utopie, la letteratura, il teatro, l’immaginario, ecc.: in moltissimi fenomeni della modernità Bloch coglie questo desiderio di trasformazione, che ovviamente, secondo la sua prospettiva marxista, deve diventare una prassi politica e rivoluzionaria.

Jonas rovescia del tutto questa prospettiva.
La sua è una grande riflessione – la prima sistematica, probabilmente – sul nostro rapporto con la tecnica e sull’inadeguatezza dell’etica nei confronti dei cambiamenti tecnologici in corso, e, di riflesso, del loro impatto sull’ambiente naturale. Ciò riguarda in particolare la biologia e l’immensa potenza che, dalla conoscenza dei segreti genetici (il cuore della vita) può derivare.
Osservando come questa immane potenza possa portare (o stia già portando) verso un possibile disastro, Jonas conia – sulle orme rovesciate di Bloch – un “principio-responsabilità” che si fonda su quella che lui chiama una euristica della paura.
Euristica è parola che viene dal greco (heurìskein = trovare), e che indica una ricerca rigorosa, di tipo razionale, tesa a scoprire qualcosa sulla base di un ragionamento. In questo caso sarà una paura di tipo precauzionale a condurci nella ricerca e a presentificare (ora) i possibili effetti futuri delle nostre azioni.
Questa “paura” non è però una paura passiva, un timore che blocca ogni azione: nelle intenzioni di Jonas è anzi una paura attiva, politica, militante.
Potremmo quasi dire che il pensiero di Jonas è segnato da “affetti negativi”, accenti preoccupati: nel 1984, ad esempio, viene pubblicato un suo celebre saggio sulla shoah, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, che propone una tesi teologica molto particolare, secondo cui Dio sarebbe stato “impotente”, o comunque non sufficientemente potente nei confronti di una tragedia come quella della guerra e della shoah. Interessante notare come questa “potenza” sembri essersi trasferita proprio alla specie umana; non a caso Jonas parla di “Prometeo scatenato”: l’uomo sfida le leggi naturali e si immagina come onnipotente, quasi avesse preso il posto di Dio.

Jonas riflette sul concetto di vita e di essere (la sua etica è fondata su un’ontologia, cioè un tipo di sapere filosofico che si occupa dei fondamenti primi della realtà), e ritiene che questi siano dotati di senso e che abbiano in sé uno scopo, motivo per cui vanno preservati. Compito che, data la potenza accumulata, spetta proprio all’uomo, scopo tra gli scopi.
Così il principio-responsabilità intende essere un principio di cura e di preservazione che ricalca il proprio modello su quello genitoriale: gli esseri umani devono avere cura del pianeta (della natura e della propria natura, che non può essere stravolta, così come della vita e dell’essere), esattamente come un padre e una madre hanno cura del proprio figlio, di ciò che vi è di più vulnerabile.
È evidente come questo principio debba estendersi non solo nello spazio (il globo) ma anche nel tempo: le generazioni future.
La politica deve assumersene radicalmente il compito: etica e politica devono convergere in un progetto di lunga durata (ecco perché la politica non può più avere il fiato corto e deve anzi assumere una prospettiva di lungo periodo, che non si basi sugli oscillanti consensi elettorali o sui desideri del momento).

E così il principio-responsabilità assume connotati opposti rispetto al principio-speranza: si tratta di moderarsi, di non varcare i limiti, di restringere la propria potenza, anziché espanderla. Sembrerebbe l’esatto contrario della tesi espansiva di Spinoza, ed anche della celebre frase di Marx, la sua XI tesi su Feuerbach, che proclamava:

I filosofi finora hanno interpretato il mondo, si tratta piuttosto di trasformarlo.

Jonas chiede semmai di preservarlo o di risparmiarlo (come scriverà ad esempio il suo connazionale Enzensberger dopo la caduta del muro di Berlino).
Ora la domanda è: davvero questi due principi sono così incompatibili? Non si può pensare ad una utopia responsabile o ad una speranza in grado di cautelarci?
La speranza è calda e accende gli animi – un principio come quello di Jonas appare invece molto meno entusiasmante. Eppure non può più esserci un’azione trasformatrice su larga scala che non si faccia domande drastiche circa le conseguenze dell’agire: la potenza accumulata è così grande che non può non corrisponderle una etica adeguata. Le etiche tradizionali, da questo punto di vista, sono del tutto inadeguate. L’epoca della tecnica (e delle biotecnologie) scompone le antiche categorie di bene e di male, di giusto e di ingiusto – e soprattutto pone la questione del limite: fin dove ci è consentito spingerci? Che cosa ci è lecito sperare e desiderare? Il sogno di una cosa (eventualmente di ogni cosa) legittima il passaggio alla sua realizzazione senza ulteriori dubbi o domande? Se il potere umano si configura come illimitato (e dunque illimitatamente dominante sugli altri esseri viventi e sul pianeta tutto), dove troverà una legge o un principio che ne limiti la potenza? Dovrà essere una nuova forma di fede (come sembra quasi auspicare Jonas) oppure la ragione saprà trovare degli antidoti alla propria onnipotenza?
Resta il fatto che ne va del destino umano e di quello degli altri esseri che popolano la terra.

(Al termine della discussione, molto appassionata e ricca di spunti, Cristina ci fa notare come di “natura” o di “ambiente” – cioè del principale oggetto da preservare – si sia in realtà parlato poco o nulla: non sarà forse questa rimozione il vero problema, l’ostacolo che ci impedisce di intravvedere soluzioni per una pacifica convivenza degli umani tra di loro, con la natura e con tutte le altre specie?).

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2 Risposte to “Settimo lunedì: speranza vs responsabilità”

  1. Silvia Says:

    Durante il dibattito un germe di pesiero si agitava,e solo ora è maturato. Premetto che si ragionava su una massa influente di persone,non sui singoli. Si notava come ci sia una scarsa probabilita`che una paura lontana qualche anno,come quella della catastrofe ecologica,influenzi le scelte di chi ha paura di non avere un lavoro o di non potersi concedere un comfort l`indomani: la paura e` tanto piu` forte quanto piu` e` vicina.
    La speranza invece lavora molto bene sul lungo periodo, abbastanza da spingerci a scegliere ” la gallina domani” anziche` ” l’uovo oggi”.
    Ecco, la mia riflessione e` questa, che la paura come motore della moderazione ecologista sia destinata al fallimento, laddove la speranza in un mondo migliore basato sull’equilibrio uomo-natura (non il mero VecchioMondoNonInquinato dei paurosi) potrebbe forse avere una chance.

  2. Fabiana Says:

    a proposito del fatto che di natura e ambiente si sia parlato poco io ho avuto un’impressione molto diversa….dal mio punto di vista se ne è parlato quasi esclusivamente. Ognuno di noi esperisce sentimenti e sensazioni che non possono che essere mediati dal proprio vissuto e dalla propra personalità…la paura di scottarsi col fuoco insegna al bambino come convivere con esso senza danneggiarsi. Certi timori,se fondati,possono far
    e solo bene….

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