Ottavo (ed ultimo) lunedì: arte e bellezza oltre le scissioni

Partirò per la mia analisi da una delle scissioni fondative (probabilmente la madre di tutte le scissioni) della natura umana, cioè del nostro modo di concepire il mondo e noi stessi: l’opposizione con l’animalità.
Sta proprio qui – nell’opposizione originaria con l’animale, se si vuole il corpo stesso della nostra base biologica – il fondamento di tutta la nostra produzione culturale, spirituale, e dunque artistica ed estetica.
La mia tesi è che la maledizione della scissione – il vivere sempre come decentrati, in altro, al di là e fuori di noi stessi, come straniati – rechi con sé tanto il frutto velenoso dell’alienazione, dell’insoddisfazione, della noia e dell’angoscia, del desiderio mai sopito e realizzato (il nostro essere incompleti, mancanti, la nostra non accettazione della finitezza e della mortalità), quanto il sogno della bellezza e della perfezione.

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Le candide camicie della razza

IL-SONNO-DELLA-RAGIONE1La differenza tra me e un tizio – che so – di Forza Nuova?
Che io non mi vergogno affatto di dichiararmi comunista, anzi lo rivendico. Il comunismo è una bellissima idea, una delle più belle che mente umana sia riuscita a concepire – e il fatto che sia stata irrealizzata, tradita, lordata, fraintesa non inficia per nulla la sua lucente bellezza.
Il tizio di Forza Nuova avrà qualche problema in cuor suo (nel suo cuore nero) a dire la stessa cosa del nazifascismo. Chi – sano di mente – può dire che il nazionalismo hitleriano o mussoliniano siano state buone e belle idee? E infatti svicolerà (almeno ufficialmente), dichiarandosi né di destra né di sinistra, e che lui anzi con quelle faccende non c’entra più nulla, e indosserà la camicia bianca, ad indicare la sua verginità e purezza. La purezza della razza. Della patria. Della nazione. Della famiglia. Cose nuove di zecca, naturalmente. Forze e idee nuove.
Però: l’idea del comunismo (bellissima) rimane chiusa in soffitta o in qualche forziere sotto terra, mentre invece le immense cazzate prodotte dal sonno della ragione sono sempre pronte ad infestare le menti e le società.

Zombie filosofici

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Ho già avuto occasione di parlare su questo blog della rilevanza filosofica non solo del cinema d’autore, ma anche di una certa serialità televisiva (specie americana). Mi pare un fenomeno importante, tanto più che si rivolge ad un pubblico magari non vastissimo, ma certo nemmeno di nicchia come succede nel caso di alcuni cineasti.
D’altro canto, dopo la fantascienza e il prolifico immaginario novecentesco sulle distopie – prodotti inevitabili dell’impatto violento delle macchine e della tecnologia su abitudini millenarie e su una psiche spesso impreparata – non poteva non seguire in piena bioepoca un vasto capitolo narrativo sulla natura umana. A parte le innumerevoli serie mediche ed ospedaliere (che però credo abbiano ormai raggiunto la saturazione), è sempre nelle situazioni-limite ed estreme che gli autori e gli sceneggiatori trovano ampi spazi di indagine (così era stato in passato per Lost o Six feet under, più di recente in Dexter o Breaking Bad).
Vi è poi il capitolo immaginifico sempreverde di vampiri e zombie. Dopo i film di George Romero e gli splatteriani anni ottanta, credevo non ci fosse molto altro da dire sui non-morti, finché non ho cominciato a vedere The walking dead. Ovviamente lo scenario post-apocalittico (un po’ come succede ne La strada di McCarthy) favorisce la radicalità dell’analisi, cosicché tutti i sentimenti e gli istinti umani vengono fortemente sollecitati e potenziati dalle situazioni-limite e dallo stress permanente per la sopravvivenza: oltre alla potenza sul piano narrativo ed immaginifico, il risultato è che assistiamo alla messa in scena di veri e propri trattati filosofici sulla natura umana. Vi sarebbe poi molto da dire su virus, contagio, peste e paura (Givone ne aveva parlato nel suo ultimo saggio Metafisica della peste).
Ad ogni modo filosofi come Hobbes, Spinoza o Rousseau, oggi come oggi avrebbero probabilmente deposto penna e calamaio e preso in mano una videocamera. Tra l’altro, avrebbero guadagnato molti più denari.

La mia Europa

Maig, 1968 by Joan Miro  http://www.easyart.com/scripts/zoom/zoom.pl?pid=33413

L’Europa di Leonardo e di Pico della Mirandola.
L’Europa di Marx e di Spinoza, di Giordano Bruno e di Vanini.
L’Europa dell’Umanesimo, del Rinascimento, dell’Illuminismo, della grecità.
L’Europa gotica, l’Europa delle libere città.
L’Europa dell’89, del ’48, del ’17.
L’Europa dei popoli, non delle nazioni.
L’Europa di Botticelli e di Rubens.
L’Europa di Munch, di Chagall, di Klimt, di Picasso, di De Chirico.
L’Europa di Rousseau e di Rimbaud.
L’Europa di Dante, di Shakespeare, di Goethe.
L’Europa di Dostoevskij e di Tolstoj.
L’Europa di Joyce, di Thomas Mann, di Proust, di Musil, di Cervantes.
L’Europa di Mozart, di Machaud, di Vivaldi, di Bach.
L’Europa di Beethoven, di Bruckner, di Mahler, di Shostakovich.
L’Europa di Artemisia Gentileschi, di Mary Shelley, di Rosa Luxemburg – e delle donne che avanzano.
L’Europa del ’68, del maggio, delle lotte studentesche e operaie.
L’Europa antiautoritaria, ribelle, libertaria, comunista.
L’Europa accogliente, multilingue, multicolore, multietnica, moltitudinaria.
L’Europa dei Lumières e di Fellini, di Ejsenstejn e di Murnau.
L’Europa del pop inglese, della psichedelia e del punk.
L’Europa del Volga, della Senna, del Rodano, del Reno, del Danubio.
L’Europa del Mediterraneo, del Mare del Nord e del Baltico.
L’Europa dei ghiacci e dei vulcani.
L’Europa dell’Alhambra e quella delle icone. Delle eresie, di Francesco d’Assisi e di Dolcino.
L’Europa di Newton e Einstein e quella delle “streghe”, dei mendicanti, dei pellegrini.
L’Europa della Resistenza.
L’Europa dei migranti – che vanno, e che vengono accolti.
L’Europa muta, senza voce, senza nome, senza volto dei militi ignoti, dei contadini, degli sfruttati, delle donne, delle minoranze.
La mia Europa è la nostra Europa, non la loro.
L’Europa di tutte e di tutti.

La sostanza di Stoner

stoner

L’ho letto quasi d’un fiato, come non mi capitava da tempo. Non ricordo chi me l’ha consigliato (se una persona in carne ed ossa, una qualche citazione fortuita e collaterale o semplicemente il mio lavoro di bibliotecario), ma sono davvero contento di averlo letto. È probabile che abbia sbirciato una frase della postfazione di Peter Cameron, scrittore che stimo e di cui ho letto con molto interesse Un giorno questo dolore ti sarà utile – quando dice: «la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria».
E in effetti è questo il primo aspetto notevole del romanzo di John Williams, che è forse ciò che più eleva e nobilita la letteratura e la scrittura: lo sguardo compassionevole e la sintonia affettiva con il destino degli umani (e non solo, poiché anche di animali, vegetali, pietre, oggetti ed altro si può scrivere in tal modo) – che è davvero un “prendersi cura” (l’inviare “ambasciate d’affetto”, di cui parlava Vitaliano Brancati nel Bell’Antonio).
Vi è poi la straordinaria capacità di rappresentare “una vita” nei suoi snodi essenziali, sia interni che esterni (ammesso che tale distinzione possa essere fatta): Stoner – il nome del protagonista del romanzo, da cui prende il titolo – è totalmente dentro il suo tempo (ma, come vedremo tra poco, ne è al contempo totalmente fuori).
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