La sostanza di Stoner

stoner

L’ho letto quasi d’un fiato, come non mi capitava da tempo. Non ricordo chi me l’ha consigliato (se una persona in carne ed ossa, una qualche citazione fortuita e collaterale o semplicemente il mio lavoro di bibliotecario), ma sono davvero contento di averlo letto. È probabile che abbia sbirciato una frase della postfazione di Peter Cameron, scrittore che stimo e di cui ho letto con molto interesse Un giorno questo dolore ti sarà utile – quando dice: «la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria».
E in effetti è questo il primo aspetto notevole del romanzo di John Williams, che è forse ciò che più eleva e nobilita la letteratura e la scrittura: lo sguardo compassionevole e la sintonia affettiva con il destino degli umani (e non solo, poiché anche di animali, vegetali, pietre, oggetti ed altro si può scrivere in tal modo) – che è davvero un “prendersi cura” (l’inviare “ambasciate d’affetto”, di cui parlava Vitaliano Brancati nel Bell’Antonio).
Vi è poi la straordinaria capacità di rappresentare “una vita” nei suoi snodi essenziali, sia interni che esterni (ammesso che tale distinzione possa essere fatta): Stoner – il nome del protagonista del romanzo, da cui prende il titolo – è totalmente dentro il suo tempo (ma, come vedremo tra poco, ne è al contempo totalmente fuori).
Nel “tempo” di Stoner, gli snodi delle due guerre mondiali svolgono una funzione essenziale – specie la Grande guerra, con quella mirabile pagina del suo docente-mentore Sloane, figlio della guerra di Secessione, che critica ferocemente la guerra come atto nichilistico e distruttivo: «Una guerra non solo uccide qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaia di giovani. Uccide anche qualcosa dentro le persone» (45).
Ma veniamo al destino individuale di Stoner: ho avuto la percezione lungo tutto il romanzo (ed è forse ciò che ha catturato di più la mia attenzione) di una vita straniata (contenuto biografico che si intreccia con forme tecniche di straniamento anche nel processo di narrazione): spesso Stoner si vede vivere, in particolare nei passaggi essenziali della propria vita (la scelta della “carriera” universitaria, avvenuta un po’ casualmente, proprio grazie al docente antimilitarista, scelta che però lo trascina lontano dalle sue radici contadine e da un destino segnato; il matrimonio e i rapporti fallimentari con la moglie e con la figlia; ma anche l’esperienza dell’insegnamento, che nella sua vita rivestirà il ruolo essenziale di filo conduttore, risulterà straniata): Stoner vive come in uno “stato di irrealtà” o di dissociazione: «sembrava in grado, a piacimento, di rimuovere la sua coscienza dal corpo che la conteneva e di osservarsi dall’esterno come un estraneo» (210).
Salvo poi – e questo emerge forse nelle bellissime pagine finali, della sua morte, altra totale consegna ad altro, a qualcosa di straniante e però definitivo – raccogliere quei due o tre momenti (ahimé non di più) nei quali il nostro anti-eroe è travolto da passioni vitali: alcuni momenti della relazione con la figlia Grace, i rari guizzi creativi nel suo rapporto con gli studenti e con l’insegnamento, ma soprattutto il suo rapporto clandestino con la giovane Katherine – l’unico periodo della vita di Stoner in cui mente e corpo non sono scissi, e in cui anzi il suo corpo palpita di vita e di passione. A tal proposito, il tema forse più importante del romanzo è proprio questa scissione, questo vivere-in-altro della mente, lontano soprattutto dal corpo (cosa di cui Stoner si rende conto benissimo, in alcuni momenti di riflessione e di distaccata lucidità).
Ci sarebbe poi la questione dello stoicismo (in una pagina l’autore definisce il suo protagonista insieme stoico e stolido), che va forse riconnesso alle sue origini contadine, alla dura terra di fronte a cui i genitori di Stoner (peraltro lontani anni luce dalla vita del figlio) piegano il capo senza chiedersi granché di quel che succede attorno: tra l’altro è proprio l’idea, a metà tra l’utilitaristico e l’occasionale, di mandare l’unico figlio a studiare Scienze agrarie all’università, che si ritorcerà loro contro, poiché l’imprevisto della passione per la letteratura (una vera e propria grandinata spirituale) assumerà la forma di una eterogenesi dei fini, e di una rottura con un mondo immobile e secolare che non potranno che accettare supinamente.
Devastante è invece il rapporto con Edith, la moglie, fallimentare fin dalla prima notte di nozze – un rapporto non solo drammatico, ma anche distruttivo, fatto di un odio rancoroso pressoché unilaterale, che però di nuovo in punto di morte viene quasi “salvato” dal marito, con quel meraviglioso gesto pietoso, per quanto tardivo: «come percorrendo una distanza lunghissima, la sua mano attraversò il lenzuolo che lo copriva e toccò quella di lei» (316, scena che mi ha profondamente commosso; ed è Cameron a suggerire ancora pietosamente nella Postfazione, come sarebbe bello scrivere un romanzo parallelo su Edith, questa infelicissima creatura la cui vita risulta perennemente bloccata).
E allora, lo Stoner morente assume esattamente il medesimo punto di vista dell’autore, il quale ha avuto “cura” di quella vita, per quanto spesso scialba, meccanica, inconcludente, inerte, e sembra quasi provare in extremis (perché solo da lì si può davvero fare) a riplasmarne il senso, a dargli una forma compiuta, a lasciare le cose in un qualche ordine: «Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato» (321) – ed entrambi ci invitano a fare altrettanto: essere indulgenti con gli altri e con se stessi, poiché siamo fatti (tutti, indistintamente) della medesima sostanza.
Una sostanza che ha l’aria di essere fragile e trasparente, non così solida e compatta come ci vorrebbe far credere qualche (pur geniale) filosofo.

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6 Risposte to “La sostanza di Stoner”

  1. md Says:

    L’ha ribloggato su Biblio.Blog Rescaldina.

  2. Misterkappa Says:

    Bel post, mi piace! 🙂

  3. md Says:

    Grazie!

  4. Misterkappa Says:

    grazie a te, se ti va potremmo seguirci a vicenda 🙂

  5. md Says:

    va bene

  6. È, dunque, la violenza! | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] americano, in maniera praticamente dichiarata ed oltranzista (come del resto era già avvenuto in Stoner): il sogno con cui il racconto di Williams si apre, è una lenta messa a fuoco del fenomeno […]

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