Sapersi tenere su corde leggere

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Proprio mentre mi accingo a scrivere un saggio che vorrei immodestamente intitolare Il principio-straniamento, o qualcosa del genere, una graziosissima fanciulla che sta per dare la maturità mi chiede aiuto a proposito della cosiddetta “tesina” che mi dice di voler fare sulla leggerezza. Magnifico argomento, penso io, anche se di primo acchito non so proprio che consigli darle (ma anche dopo averci pensato un po’, non son mica certo di averle dato indicazioni utili). L’idea originaria viene dalla prima delle Lezioni americane di Calvino – “leggerezza intesa quindi come lucido distacco dalla realtà per non venirne assorbiti inconsapevolmente, ma non rifiuto della realtà” – così mi scrive la cara maturanda, che incrocia anche il concetto di ironia, concetto quant’altri mai filosofico, per lo meno da Socrate in poi. Non dovrebbe essere difficile, quindi, trovare un filo, un discorso, un pensatore adatti all’uopo.
Eppure, da Kant in poi, non è che mi sia venuto in mente granché: anzi, diciamocela tutta, e cioè che la filosofia contemporanea è parecchio pesante, e che ‘sti filosofi la leggerezza (ben intesa, s’intende) manco sanno dove stia di casa.

Anche se… a pensarci bene… per un altro verso… forse addirittura l’intera filosofia contemporanea (senza voler scomodare Severino), potrebbe essere spiegata proprio con alcune delle espressioni utilizzate da Calvino commentatore di Lucrezio e apologeta del suo tentativo di alleggerire la gravità materiale: “dissoluzione della compattezza del mondo”, “polverizzazione della realtà”, “la poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla”…
E di fatti, qualche filo qua e là – specie tra i filosofi irrazionalisti e spiritualisti, ovvero i distruttori della ragione, secondo l’epiteto lukacsiano – l’ho trovato, anche se non so cosa possa mai uscirne.

Partiamo da Kierkegaard, che tra l’altro scrive proprio la sua tesi di laurea sul concetto socratico di ironia, aprendo le danze esistenziali della possibilità. Tutto congiurerebbe contro il filosofo danese, a dire il vero, dato che fonda una delle più pesanti e angosciose tra le filosofie, eppure… proprio la sua apologia della possibilità (fosse anche possibilità-che-non più che possibilità-che-sì) mi pare un buon punto di inizio. Se proprio vogliamo distinguere tra filosofie “leggere” e filosofie “pesanti”, sulla prima colonna iscriverei quelle che negano la necessità e il determinismo.
E Schopenhauer – che mi viene in mente subito dopo Kierkegaard, se non altro per associazione con il fronte anti-hegeliano – dove lo mettiamo in questo schema? Forse a cavallo delle due colonne, se è vero che la volontà è grave kat’exochén (i precordi della natura sono terrificanti), ma ci si può sempre salvare attraverso l’arte e l’estetica, mentre persino la noia e il gioco delle carte svolgono la loro bella funzione alleggerente. Ma poi, cos’altro c’è di più leggero del nirvana cui Il mondo intende approdare?
Vieniamo ora a Nietzsche, del quale ho persino trovato una citazione ficcante dalla Gaia scienza:

«Quando un uomo giunge alla convinzione fondamentale che a lui devono essere impartiti ordini, diventa “credente”; inversamente, si potrebbe pensare un piacere e un’energia dell’autodeterminazione, una libertà del volere, in cui uno spirito prende congedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza, adusato come è a sapersi tenere su corde leggere e su leggere possibilità, a danzare perfino sugli abissi. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero par excellence». [347]

Ovviamente Nietzsche si presterebbe molto all’uopo, vista la ricchezza di immagini e di metafore alleggerenti (e rovescianti) la pesante genealogia ereditata dalla filosofia post-platonica: l’Übermensch si muove attraversando corde sull’abisso, ponti (anzi, è un ponte egli stesso), partorisce stelle danzanti e come un ludico fanciullo dionisiaco egli volteggia, danza, vola (e possiamo mettere per ora tra parentesi quella cosa strana e però terribile e inchiodante ad una iper-necessità che è l’eterno ritorno – “il peso più grande”).

Vi sarebbe forse anche Husserl il quale, nonostante l’aria piuttosto composta ed accademica, con la sua epoché fenomenologica ci fornisce un grimaldello interessante per la messa in discussione della filosofia tradizionale (di tutte le filosofie, se si vuole) e l’apertura di una nuova modalità, destrutturata e dunque più leggera di accedere alle cose, alla vita (però qui epoché è qualcosa di molto più vicino allo straniamento, e non ho ancora deciso se straniante = leggero).
C’è infine Bergson, che fa dello spirito creatore – e dunque della libertà – una categoria centrale della sua filosofia, anche se l’élan vital è un concetto ambiguo, che si presta a letture mistiche (cosa peraltro non così obbrobriosa): ma proprio il virtuale, il possibile, l’estasi e persino il suo esito mistico sono qui gli elementi leggeri, anti-spaziali ed anti-gravitazionali, che fanno la differenza.

(Mi è poi venuto in mente, ma senza farne cenno alla ragazza, il pensiero debole degli anni ’80, moda filosofica italiana che trovava parecchie sponde anche in Francia – corrente di pensiero che ha però il grave difetto di essere appunto debole non leggero; evidenza che mi porta alla domanda conclusiva: se è vero che leggerezza significa affrancarsi dal peso, dalla gravità, dalla necessità, da ordini di senso e sistemi predeterminati – può un pensiero leggero essere anche forte, anzi fortissimo come lo sono certe sferzate di vento fresco di tramontana?)

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3 Risposte to “Sapersi tenere su corde leggere”

  1. Silvia Says:

    Mi viene un sì tutto d’impressione, come quando vedi muovere dei grossi pesi: chi ha molta forza li sposta con grazia e leggerezza, mentre chi ne ha meno deve applicare uno sforzo visibile. Mi rovellero’ a cercar di
    articolare un ragionamento coerente…

  2. manuelcolombo Says:

    Anche a me viene un si d’istinto, e il punto in merito alla facilità ( = leggerezza ? ) nell’esecuzione di compiti pesanti o complessi, pensiamo al sollevatore di pesi, ma soprattutto, al musicista, all’artista, è a favore di questa intuizione.
    Quanta forza occorre per raggiungere la grazia e la leggerezza della danza?
    Mi viene il dubbio che solo un pensiero forte possa essere davvero leggero

  3. md Says:

    interessanti le vostre osservazioni…

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