Amletismi – 20

Si constata da qualche decennio un profondo cambiamento nella concezione del tempo (per lo meno in relazione a quella affermatasi in epoca moderna). Non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti davvero di una trasformazione epocale o di qualcosa di passeggero. Si sostiene a tal proposito che invece di una concezione cronologica, sequenziale, causale, diacronica, se ne starebbe affermando una sincronica, in cui i fatti non avvengono più secondo un ordine evolutivo e temporale, ma starebbero tutti sul medesimo piano, come in una rete di contemporaneità che li tiene (o li frulla) insieme. Le ideologie della fine della storia, della comunicazione veloce ed immediata, della interconnessione in rete porterebbero abbondante acqua al mulino di questa nuova forma del tempo – un eterno presente senza più spessore, con un passato ed un futuro che si assottigliano e che vengono fagocitati in una contemporaneità pressoché assoluta.
In genere tali riflessioni hanno carattere critico, di preoccupazione se non addirittura di ripulsa. Ma se invece non fosse poi così male? Se anzi tale processo finisse per spostare l’asse dalla verticalità (delle cause e dei valori) all’orizzontalità (delle connessioni)? Dalla trascendenza all’immanenza? Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?

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2 Risposte to “Amletismi – 20”

  1. Taser Says:

    Ciao, ti leggo sempre con piacere.
    Beh devo dire che il pensiero espresso è curioso.
    Le ultime due, “Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?” Come direbbero gli inglesi it’s a long shot. Il tutto implicherebbe (se ho capito bene) che si possa trovare una migliore predisposizione a convivere grazie a una tecnologia qualsiasi. La storia ci ha insegnato che spesso le tecnologie nuove hanno fatto piuttosto il contrario.
    Altra cosa è l’aspetto dell’informazione, di solito grazie alle nuove tecnologie, un po’ di questa scappa dalle maglie del potere, a sicuro detrimento di questo, e indubbio vantaggio per la gente comune.
    In realtà molti filosofi moderni individuano in questo “appiattimento sul presente” quasi una patologia di massa, è forse questo che rende il tuo pensiero così curioso, riapre una discussione che per molti era già chiusa…e l’utopia che cos’è, se non il coraggio di immaginarsi paesaggi diversi.

    Dovessi avere piacere di leggerlo, qui sotto il link di un mio racconto (sull’argomento di cui hai scritto).

    Un saluto
    Paolo
    http://blogdeltaser.blogspot.it/2013/06/il-computer-disumano-e-una-macchina.html

  2. md Says:

    @Paolo: le questioni del trasumanesimo, della “natura umana” e del suo rapporto “incestuoso” con la tecnologia sono in effetti tra gli argomenti più discussi su questo blog. Non so se ne verremo mai a capo, tanto più che mi convinco sempre più che qualcosa come una “natura umana” sia più una chimera che qualcosa di reale, essendo quella umana una natura piuttosto transeunte e in divenire, che preferisce rimanere vaga – anche se poi, com’è ovvio, rimane ancorata alla propria biologia. Ma anche “biologia”, così come “vita” sono concetti e definizioni umane.
    Sulla tecnica poi il discorso si complica ancor più: cos’altro sono il linguaggio – ma anche il dna – se non tecniche? Noi abitiamo la tecnica, la tecnica è in noi e ci costituisce. Ecc. ecc.
    Ma col mio dubbio amletico, volevo più che altro rimettere in discussione una questione che, appunto, alcuni pensatori critici vorrebbero chiudere in maniera forse troppo tranchant: un po’ perché la nostra concezione del tempo non è affatto data una volta per tutte (non è “biologicamente” o “naturalmente” determinata) ma culturalmente costituita: i sauvages (per tornare a un vecchio topos concettuale che contribuisce a formare la modernità) non hanno una concezione del tempo come quella degli occidentali (ma poi: di quali occidentali?). Il selvaggio vive in un perenne presente – chiosa Rousseau (e gli fa eco Lévi-Strauss), e non sembra affatto così infelice come il cittadino tutto volto ad inseguire le sue magnifiche sorti e progressive…
    E un po’ perché – a prendere sul serio il canto del cigno di Michel Serres – è ora che una certa mentalità giurassica si faccia da parte (anche in campo filosofico avanzano i rottamatori?)
    Certo, esiste un tempo del consumo (che si consuma in un presente insensato), ma perché non pensare anche ad un presente (utopico) in cui tutti gli esseri siano davvero connessi – qui e ora, in uno stato di pura immanenza, non in un futuro trascendente (e forse solo immaginario)? Senza nulla togliere alla carica utopica o all’immaginazione degli umani, si intende. Marx e Spinoza alleati?
    C’è poi il passato, la memoria… su questo, magari, in un’altra occasione.
    Un saluto

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