L’aperto

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(La poesia di Rilke di cui pubblico qui sotto un ampio stralcio – la celebre ottava delle Elegie duinesi, che tanto ha mosso a riflessione i filosofi da Heidegger, seppure per opposizione, ad Agamben – è di per sé un piccolo ma densissimo saggio filosofico-antropologico come pochi altri. Mi sono limitato a trascriverne i passaggi e gli snodi essenziali, senza commentare, facendo semplicemente risuonare la parola del poeta, che qui non è affatto allusiva, ma anzi direi asseverativa. Quel che però ho cercato a lungo era un’immagine, un quadro, un simbolo, una qualche rappresentazione figurativa che corrispondesse a quella densità di pensiero e… alla fine mi sono arreso, era impossibile restituire un testo così attraverso un’unica immagine. Ho allora scelto il verso che trovo più angoscioso – Quanto è sgomento chi deve volare e proviene da un grembo – e l’ho legato al celebre quadro di Klimt che, a dispetto del titolo, evoca inquietudine se non addirittura orrore).

Con tutti gli occhi la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono
come volti all’indietro e attorno ad essa,
trappole, poste tutto intorno
al suo libero uscire. Ciò che fuori è,
noi lo sappiamo solamente dal volto
dell’animale; perché già l’infante
noi lo giriamo e lo forziamo a vedere
all’indietro costruzioni, non l’aperto,
così grave nel volto animale. Libero da morte.
La morte la vediamo noi soli. Il libero animale
ha sempre la sua fine dietro a sé,
e Dio davanti. E quando va, va in eterno
come le fonti.
Noi non abbiamo mai,
nemmeno per un giorno, lo spazio puro
innanzi a noi, in cui si aprono i fiori
senza fine. È sempre mondo e mai
un nessun luogo senza no: il puro,
insorvegliato, che si respira e si sa
all’infinito, e non si desidera. Uno da bambino
nel silenzio si perde a questo ed è scosso.
Oppure un altro muore e lo è. Perché vicino a morte
la morte più non si vede, si fissa il fuori
forse con ampio sguardo d’animale.
[…]
E tuttavia nel trepido caldo animale
pesa ed inquieta una grande
malinconia. Perché anche in lui vi è sempre
ciò che noi spesso investe:
il ricordo, come se già una volta
fosse stato più accanto, più fido
ciò cui si tende e tenero del tutto
il suo legame. Qui tutto è distanza,
là era respiro. Dopo la prima patria
la seconda gli è ibrida e ventosa.
[…]
Quanto è sgomento chi deve volare
e proviene da un grembo. Quasi
di se stesso atterrito fende l’aria
come una crepa che una tazza incrina.
Così la traccia del pipistrello lacera
la porcellana della sera.

E noi: spettatori sempre, dovunque,
a tutto questo rivolti, e mai al di fuori!
Ci soverchia. Lo ordiniamo. Si disgrega.
Lo riordiniamo e disgreghiamo noi stessi.

Chi ci ha rivoltato, sì che in ogni
atto noi siamo come chi va via? Come
colui che sull’ultima altura
che ancor gli mostra tutta la sua valle
si volta, si ferma e ristà -,
così viviamo ed è sempre un addio.

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4 Risposte to “L’aperto”

  1. filosofiazzero Says:

    …grazie a Mario Domina che ci squaderna sempre dei pezzi sublimi!!!

  2. caosliquido Says:

    Chi ci ha rivoltato?

  3. md Says:

    Beh, temo noi stessi…

  4. caosliquido Says:

    Nella domanda v’è la risposta.

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