Cascàmi

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che – non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
La “crisi mondiale”, la “crisi europea”, la recrudescenza di varie crisi regionali (dall’immarcescibile conflitto israelo-palestinese all’Ucraina, passando per Siria e Libia), chiamano a sé tutti quegli spettri; la risposta popolare (o di ampi settori di popoli, piccola e media borghesia e sottoproletariato in prima linea) pare essere sempre la stessa: riaggregarsi attorno a simboli identitari-ossessivi, chiamare “alla guerra”, cercare capri espiatori, farla pagare a chi, di solito, nella catena causale sta all’ultimo posto. E per questo anything goes: purezza etnica, antisemitismo, antiislamismo, razzismo senza qualificazioni, omofobia, misoginia…
Soprattutto, tali sommovimenti “ideali” spargono fumo intorno ai veri nodi – economici, materiali, di distribuzione delle ricchezze e delle risorse – che così possono rimanere lì, ben congelati ed irrisolti (anzi, con l’apparenza di essere irrisolvibili), mentre ci si dedica con fervore ad altro.
Insomma, il pendolo tra avanzata moltitudinaria (sulla linea Spinoza-Marx) e arretramento nazionalistico pare di nuovo pendere da questa parte: le elezioni europee ce lo hanno detto a chiare lettere, il senso comune ce lo dice, quel che accade nei dintorni del Mediterraneo pure.
D’altro canto, in assenza di idee e progetti di ampio respiro e di fronte ad un presunto movimento di protesta globale quantomai carsico ed ondivago, sono sempre i cascami, l’aria asfittica, l’ombelico e l’erba di casa mia a tornare in auge. E Hobbes ad avere maledettamente ragione.

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