Il fantasma di Mahler

Kokoschka

La rincorrevo da tempo.
Per lo meno dal 2011, da quel giorno di maggio in cui l’orchestra non si fermò, come mi aspettavo, al termine dell’Adagio, e continuò imperterrita per altri 4 movimenti, fino a concludere una sinfonia che mi apparve vastissima e complicatissima, e che ascoltai con il fiato sospeso. Dunque io fino ad allora mi ero perso tutto quel ben di dio musicale? c’era ancora un intero giacimento mahleriano da cui estrarre tesori, e io non ne ero nemmeno al corrente?
Si trattava però di un vero e proprio fantasma, di uno scheletro diseguale che un certo Deryck Cooke aveva cercato di rinsanguare, rimpolpare e riportare in vita. Sfidando oltretutto la secolare maledizione del numero 9 in ambito sinfonico: non pochi musicisti avevano sbroccato, in superstizioso onore del maestro assoluto Beethoven, nel trovarsi ad affrontare ed eventualmente superare il fatidico numero (su tutti Bruckner, che aveva “annullato” il numero di una delle sue sinfonie).
Sto ovviamente parlando della Decima sinfonia di Mahler, di cui ieri ho finalmente ascoltato dal vivo la versione del compianto maestro russo Barshai, che, a giudizio di alcuni critici, pare essere finora la migliore e la più plastica, almeno dal punto di vista dell’orchestrazione e del risultato strumentale (ma non mi addentrerò, come al solito, in faccende tecniche, che lascio volentieri ai musicologi, essendo io un semplice spettatore ed ascoltatore, niente più).
L’orchestra Verdi di Milano l’aveva ridotta al solo Adagio iniziale lo scorso marzo, con un improvviso cambio di programma, e io (immagino insieme ad altri) ci ero rimasto piuttosto male e avevo subito scritto indignato alla segreteria dell’Auditorium. Risultato: dopo pochi mesi il mio desiderio è stato esaudito (sempre, suppongo, insieme a quello di altri) all’inizio della nuova stagione, con il recupero dell’esecuzione integrale dell’opera.
In verità la sala era piena (o vuota) a metà, e nonostante i convinti applausi per l’orchestra diretta dal giovane e molto promettente Gaetano d’Espinosa, i commenti all’uscita erano del tenore, del resto comprensibile, del genere: però, com’era difficile! Per quanto siano Mahler in generale (ed in tutto il repertorio) così come il suo linguaggio, a non concedere molto alla facilità dell’ascolto, soprattutto per un’estetica che assume programmaticamente la musica come compito filosofico, drammatico e vitale: la ricerca musicale non è per il compositore austriaco un orpello o uno svago, ma in essa, potremmo dire, “ne va della vita”.

Ma torniamo a questa Decima fantasmatica, di cui Mahler aveva più o meno completato solo il primo movimento (l’Adagio che di solito viene eseguito), lasciando abbozzi, schemi, partiture frammentarie, idee, appunti per i restanti movimenti. Sarebbe davvero bello entrare nella mente e nel lavorìo quasi secolare dei vari ricostruttori (il già citato Cooke che ha comunque fatto il lavoro più importante di ricostruzione, e prima di lui Carpenter e Wheeler); oppure seguire le vicende di Alma Mahler che aveva chiesto ad alcuni celebri compositori (tra cui Schönberg e Shostakovich) di completare l’opera del marito, ricevendone il diniego, e che, d’altro canto, aveva accordato solo in un secondo momento il suo avallo all’opera di ricostruzione; capire bene nel dettaglio dov’è intervenuto Barshai, che pure è ripartito dal lavoro di Cooke, ecc.ecc.
Ma abbiamo detto che lasciamo tutto questo ai tecnici, dunque mi limiterò a tracciare un semplice bilancio “impressionistico” dopo l’ascolto – anche se questa volta, a differenza di 3 anni fa, ero piuttosto preparato, avevo ascoltato molte volte la sinfonia in cuffia, spesso passeggiando (anzi, mi sono addirittura costruito un percorso mahleriano tra i boschi con le cadenze e le misure temporali dei 5 movimenti).
Come e forse più delle altre sinfonie questa Decima può essere considerata una summa del pensiero dialettico e tragico di Mahler: ovunque si stagliano chiaroscuri, con momenti di struggente dolcezza (a volte languida e rassegnata) che si alternano a momenti infernali e grotteschi; stridori dissonanti, atmosfere cupe e malinconica trasognatezza – magari nel giro di poche battute. Come avevo già avuto modo di scrivere a commento dell’ascolto dell’Ottava sinfonia (per una volta cito me e non, chessò, Quirino Principe): “la sua è opera e musica totale che non può non contenere in sé tanto il lato umbratile della vita che quello gioioso, insieme l’eterno e l’effimero e transeunte, l’essere e il divenire, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno, il dolore e la gioia cui siamo egualmente destinati”.
Quello che alcuni musicologi americani hanno definito “Horror scherzo” (il quarto movimento), ne è un esempio perfetto: Mahler scrisse a tal proposito l’appunto “il demonio lo danza con me” – fino al sopraggiungere di una serie di squassanti colpi di gran cassa (un po’ come quelli del martello della Tragica) che ci precipitano in suoni di una gravità inaudita, proprio all’inizio del quinto movimento (un altro vasto adagio, speculare al primo). Per poi lentamente risollevarci ad altre sonorità, più chiare e trasparenti, fino alla meravigliosa chiusa, intima, dolcissima, pacificata. Il fantasma di Mahler ci lascia così con uno sguardo meno terrifico e, se non speranzoso, certo più consapevole della complessità e bellezza della vita. Mai sapremo se valeva la pena esserci (né se sarebbe stato meglio evitare le contorte strade mentali che ci hanno condotto a chiedercelo): a questo, già lo sappiamo, non c’è risposta.
Val però la pena far risuonare a lungo nella nostra mente e nei nostri sensi quei suoni di viole, di corni, di arpe, di flauti, di tube, di tamburo – ora più densi e scuri ora più trasparenti e lievi. Ruoteranno quei suoni, come ruoterà la vita – il cosmo e le sfere celesti. E noi umani con loro. Amen.

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