Leopardi progressivo

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
Ce l’ho qui davanti, pieno di sottolineature e con qualche chiosa (fondamentale questo, fondamentale quello, punti esclamativi od interrogativi, rinvii, critiche). Qua e là rilevo delle perle nel testo, a commento del discorso leopardiano – come la seguente: «La corruzione della società si ha nell’estendersi mostruoso della sfera del “privato”, del suo prevalere sulla sfera del “pubblico”»; oppure le pagine roussoiane (ed anticipatrici addirittura della dialettica dell’illuminismo) sul fallimento della raison e dei lumi, e sul loro rovesciamento dispotico; vi è poi la disperata gioia di vivere leopardiana, che fuoriesce da ogni suo verso, anche dai più cupi e pessimisti; o il progressivo costituirsi, dopo il vitalismo iniziale, di un anti-fatalismo prima individualistico (eroico), poi sempre più comunitario e collettivo, contro l’incombere di ogni struttura calata dall’alto, siano esse la natura o la storia od anche le fole che ci raccontiamo; secco, contro tutti i detrattori: “la mia filosofia esclude la misantropia”.
Fino ad arrivare all’apoteosi – la “modernità assoluta del pensiero di Leopardi” (così annotavo di lato, a matita) – una “modernità” in verità anti-moderna (non post-moderna), ma poco importano le etichette: ciò che importa è il rilievo che si vuol dare al Leopardi sociale, osservatore del lavoro umano (costante nella sua poesia, e caso pressoché unico): «Leopardi amò e rispettò il lavoro umano materiale (forse come nessun altro poeta italiano) e ad esso fu attento allo stesso modo come fu attento al popolo».
Il Leopardi del “ritorno alle origini dell’uomo” come «ritorno al senso originario della comunità umana, della “social catena”: non catena che lega e costringe, ma catena che salda chi fraternamente collabora». È il Leopardi fraterno e pietoso della Ginestra, il suo grande manifesto e testamento filosofico, politico ed antropologico:

L’umana compagnia
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.

– il Leopardi, appunto, progressivo, che Luporini non esita a definire «il più progressivo che abbia avuto l’Italia nel XIX secolo». Un Leopardi che si proietta fin nel XX secolo, che anzi immagina di scrivere ad un giovane del secolo venturo: «Il Leopardi mirava al nostro secolo come a un secolo di uomini interamente umani. Così si allargava la sua speranza, questo era il suggello del suo pessimismo».
Luporini lo vede addirittura, in conclusione, sulle barricate del ’48, se solo il destino gli avesse prolungato la vita. A me, tra l’altro, viene anche in mente che il pensatore cui spesso Leopardi viene associato, e cioè Schopenhauer, che reazionario lo era per davvero, si sarebbe potuto trovare dall’altra parte della barricata, mentre porge il binocolo ad un soldato affinché prenda meglio la mira sugli insorti (come un po’ perfidamente ci ricorda Lukàcs nella Distruzione della ragione).
Comunque – progressivo o reazionario, moderno o antimoderno che fosse – «egli si trovava su un’onda più lunga» – direi anche (se non soprattutto) del nostro tempo, che non si illude né si balocca più nemmeno con l’idea campata in aria di essere un tempo di magnifiche sorti e progressive.

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6 Risposte to “Leopardi progressivo”

  1. Carla Says:

    non vedo l’ora di vedere il film, qui al mio paese lo proiettano la prima settimana di novembre….sarà come entrare in un mondo fatto di ossa e carne, sangue, coem splendidamente ha commentato Elio Germano, favoloso interprete…sono curiosa di vedere come è stata descritta questa figura così estremamente sobria, quasi drammatica, rigida….sicuramente sarà una riscoperta di leopardiana memoria

    ciao Mario 🙂

  2. md Says:

    bene Carla, così poi mi dirai cosa ne pensi e cos’hai sentito

  3. filosofiazzero Says:

    “Non è nemmeno più il caso di insistere sul grottesco tentativo, compiuto soprattutto nell’ultimo cinquantennio, di assimilare la “filosofia” di Leopardi alla causa del progressismo politico, scientifico o d’altro genere ancora: esso sembra essere stato abbndonato dai suoi stessi sostenitori, costretti dall’evidenza al silenzio o alla ritrattazione” (anche e soprattutto a proposito del saggio di Luporini)

  4. md Says:

    Beh, come sempre occorrerebbe intendersi di quali progressi si sta parlando…

  5. filosofiazzero Says:

    …bisognerebbe chiederlo a quelli che hanno parlato di Leopardi “progressivo”, ora tutti morti!

  6. Carla Says:

    stasera metto le mie impressioni sul blog…
    mi è piaciuto tantissimo!

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