The Giver: i doni avvelenati della perfezione

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The Giver non è soltanto un piccolo romanzo distopico (uno dei tanti, per un genere che pare “tirare” parecchio, specie nelle trasposizioni cinematografiche), ma ha dei tratti propriamente disfilosofici (anfibolici, ovvero paradossali) parecchio interessanti. Mi spiego.
Premessa: nulla di originalissimo, ovviamente, anche perché il filone distopico ha ormai una lunga e robusta tradizione, però qui l’autrice (Lois Lowry, che lo aveva scritto ormai vent’anni fa) immagina e concepisce con semplicità – e forse con qualche elemento di novità – una alternativa secca tra perfezione e imperfezione (un po’ come avverrà nel film huxleyano Gattaca, tra validi e non validi). E lo fa con un linguaggio piano e a tratti fiabesco – tant’è che il libro viene originariamente incasellato nel genere “fantascienza per ragazzi”, confine che finisce per stargli stretto.
Il mondo sociale che si pensa di avere edificato ha tutte le caratteristiche della razionalità (più pratica che teorica), dell’uniformità, della precisione linguistica (evocata molto suggestivamente da un padre lontano delle distopie, qual è Swift), del controllo-prosciugamento delle passioni (antico sogno stoico), del controllo del pianeta, dell’eugenetica, e così via.
Non si nasce e non si muore a caso, e a maggior ragione si vive organici, coesi ed organizzati.
Espunti da questo mondo, come insopportabili elementi di imperfezione e di disordine, i colori e le passioni a tinte forti, siano esse liete o tristi. L’emotività è stata ritualizzata e dunque resa innocua (a sera la famiglia riunita si racconta vicendevolmente le poche ed ovattate emozioni provate nel corso della giornata) – le tonalità sono quelle del grigio su grigio, della noia e della ripetizione.
Passioni, vita e morte devono rimanere, indistinte e dimenticate, oltre i confini della comunità, in un altrove indeterminato.
Altrove che è propriamente il luogo della non-causalità e della perdita di memoria, nei quali la comunità finisce per sprofondare, come avvolta da una nuvola di razionale insensatezza (ecco perché parlavo di anfibolia e di disfilosofia) – ergo, tale comunità è, insieme, un concentrato paradossale di tutti i desiderata etico-filosofici e, nel contempo, il luogo più insopportabilmente antifilosofico che ci sia. Un paradiso che assomiglia troppo ad un inferno (cose del resto già viste e sperimentate lungo il Novecento).
L’unica possibilità di uscita/verifica della bontà di questo mondo (che ovviamente non dispiace affatto a chi ne è dentro, avvolto come in una confortante bambagia, o in spire piuttosto soporifere) è il filo della causalità o della memoria che è stato spezzato pressoché per tutti (si presume in maniera originariamente condivisa e unanimemente accettata, o più verosimilmente indotta).
Tutti vivono in una dimensione del che piuttosto che in quella del perché (tanto per citare l’Aristotele della Metafisica), ma c’è un’eccezione pericolosa, eppure necessaria al bene della comunità: la figura del Donatore (che dà il titolo alla saga) – ovvero, il depositario di tutto ciò che è stato espunto ed anestetizzato: in primis della memoria, e dunque di tutto il chiaroscuro e lo spessore dell’umano che è stato ridotto ad una superficie opaca (resa fisicamente dall’avere spianato il territorio ed addomesticato il clima) – la storia, le passioni, l’amore, il dolore, la violenza… in una parola l’intero spettro dell’esperienza, con tutta la sua imprevedibilità, nel bene e nel male.
Il donatore è il depositario di tutto ciò, ma è l’unico, e la sua figura è imprescindibile proprio perché la comunità deve saper affrontare ed anestetizzare ogni imprevisto, motivo per cui necessita di un’antica, eccezionale e straniata figura della saggezza, colui o colei che possa accumulare e concentrare in sé l’esperienza millenaria della specie.
Il punto debole di tutto il sistema così ben congegnato sta ancora una volta in un filo (che è poi a ben vedere il philèin di filosofia) – il passaggio del sapere dal vecchio al nuovo donatore (Jonas, il protagonista), che è il predestinato. Non aver risolto il maggior difetto dell’imperfezione umana (ovvero la mortalità) rende questo passaggio, pur così necessario all’equilibrio eugenetico e sociale complessivo, delicatissimo e suscettibile di generare increspature sulla superficie – che in taluni casi possono diventare voragini.
La contingenza non è là fuori, oltre i confini dell’altrove, ma qui dentro, nel seno della perfezione!

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Una Risposta to “The Giver: i doni avvelenati della perfezione”

  1. md Says:

    L’ha ribloggato su Biblio.Blog Rescaldina.

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