Seconda parola: lavoro

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Utilizzerò come filo conduttore per la serata alcuni testi piuttosto classici, anche se molto diversi tra di loro, non prima però di aver dato uno sguardo all’origine etimologica della parola lavoro, per la quale mi limito a riportare la relativa voce di wikipedia:

“Il termine lavoro riporta al latino labor con il significato di fatica. Sono noti i detti della letteratura classica “durar fatica” e “operar faticando“. Ancora oggi in alcuni dialetti si utilizzano i termini “faticare”, “andare a faticare”, per intendere “lavorare” e “andare a lavorare”. Altro termine di parlate italiane per “lavoro” è travaglio, dal latino tripalium (strumento di tortura), per esempio in siciliano “lavorare” si dice “travagghiari” e in piemontese “travajè ecc.”

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La cacciata dal paradiso terrestre

Cominciamo col più classico dei libri:

“Poi [Dio] disse alla donna: «Moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore…». Infine disse all’uomo: «…sia maledetta la terra per cagion tua; con fatica trarrai da essa il nutrimento per tutto il tempo di tua vita; essa ti produrrà spine e triboli; ti nutrirai dell’erba dei campi. Col sudor di tua fronte, mangerai il pane, finché ritornerai alla terra da cui sei stato tratto, perché sei polvere e in polvere ritornerai»… Perciò il Signore Iddio cacciò Adamo dal giardino di Eden, perché coltivasse la terra dalla quale era stato tratto”. (Genesi, 3, 16-23)

Già nel contesto biblico della Genesi – dunque ab origine – il lavoro nasce con il marchio della maledizione: se originariamente gli umani si limitavano a raccogliere frutti e a godere delle bellezze del creato, con la cacciata dall’Eden (e dunque con la fine dell’età dell’oro, costruzione mitica trasversale alle culture) la situazione si rovescia radicalmente. Solo attraverso la fatica, il sudore e il sangue (non solo metaforicamente, visto quel che accadrà a Caino e Abele) gli umani, orfani del mondo edenico, potranno edificare un proprio mondo. Per quanto il lavoro femminile sia storicamente misconosciuto, Genesi certifica già la suddivisone originaria: se il lavoro dell’uomo per il sostentamento avviene tra spine e triboli, non di meno la donna partorirà nel dolore: produzione e riproduzione, entrambe all’insegna della fatica.

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La nascita della filosofia come libertà dal bisogno

Interessante vedere come questa concezione negativa a proposito del lavoro non sia solo appannaggio del pensiero religioso, ma anche di quello filosofico. Raramente i filosofi si dedicano ad una riflessione seria sul tema del lavoro (tradizionalmente coincidente con quello manuale), e anche quando lo fanno non ne hanno una concezione granché positiva.  Rarissimi poi i casi di filosofi-lavoratori (lo Spinoza molatore di lenti è un’eccezione), anche perché la filosofia viene essenzialmente concepita come liberazione dal bisogno del lavoro e dalla fatica, o meglio: la condizione affinché ci si possa dedicare all’attività teorica (filosofia, scienza, ma anche arti in generale) è, tanto per semplificare, la pancia piena. Ce lo dice molto acutamente e chiaramente uno dei più grandi ed enciclopedici pensatori dell’antichità, ovvero Aristotele:

“[Gli uomini] perseguivano la scienza col puro scopo di sapere e non per qualche bisogno pratico. E ne è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi ad una tale sorta di indagine scientifica. È chiaro allora che noi ci dedichiamo a tale indagine senza mirare ad alcun bisogno che ad essa sia estraneo, ma, come noi chiamiamo libero un uomo che vive per sé e non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé. Perciò giustamente si può anche ritenere che il possesso di essa è cosa sovrumana…” (Aristotele, Metafisica, libro I).

Aristotele ci dice qui un’altra cosa molto interessante, e cioè che tale libertà dal bisogno è l’unica libertà degna di questo nome, poiché solo il sapere per se stesso (e non per un altro scopo, esterno a sé) è ciò che ci rende liberi e compiutamente umani. Che è come dire che non siamo destinati a lavorare, ma a filosofare – cosa che Aristotele e soci potevano ben permettersi, visto che tanto c’erano altri (schiavi o meteci) che lavoravano per loro.

Ma Aristotele, sempre nel primo libro della Metafisica, ci dà anche degli elementi molto utili ad identificare una ripartizione antica e forse originaria del lavoro, quella tra lavoro manuale e lavoro intellettuale:

“Gli uni conoscono la causa, gli altri no. Gli empirici, infatti, sanno il che, ma non il perché; quegli altri, invece, sanno discernere il perché e la causa. E anche per questa ragione noi riteniamo che, in ogni attività professionale, i dirigenti siano più degni di rispetto e abbiano maggiore conoscenza e siano anche più sapienti dei semplici manovali, giacché conoscono le cause dei loro stessi prodotti, mentre i manovali, comportandosi in un modo simile a quello di certi esseri inanimati, agiscono pure, ma agiscono senza sapere quello che stanno facendo”.

Atroce, ma molto interessante, l’avvicinamento della figura del lavoratore manuale a quella dell’automa (d’altra parte lo schiavo, nella concezione aristotelica, è privo di anima, cioè di coscienza) – che pare quasi prefigurare l’alienazione del lavoro seriale alla catena di montaggio.

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Il lavoro alienato

Facciamo un salto di oltre 2000 anni, e veniamo al pensatore che più di ogni altro ha messo al centro della propria riflessione il lavoro. In Karl Marx il lavoro assume una funzione insieme cruciale e paradossale: se cioè da una parte il filosofo tedesco è il primo a considerare il lavoro come il vero motore della storia umana, ciò che consente alla specie di produrre il proprio mondo (e ciò fa sulla scorta della Fenomenologia dello spirito del suo maestro Hegel, dove la parola “spirito” può tranquillamente essere sovrapposta a “lavoro” in senso lato) – dall’altra proprio il lavoro finisce per rovesciarsi nel suo contrario. Ovvero: da massima attività espressiva della sfera umana diventa massima forma di alienazione e di negazione. Tale processo diventa particolarmente allarmante proprio in epoca capitalistica, nel momento cioè in cui grandi masse di umani vengono messi al lavoro, costretti ad entrare in fabbrica e viene spremuto dai loro corpi ogni grammo di energia vitale e di forza-lavoro (illuminanti a tal proposito molte pagine del Capitale, dove Marx non si limita ad analizzare i meccanismi di funzionamento del sistema, dalla mercificazione del lavoro all’estrazione di plus-valore, dall’organizzazione della fabbrica al ruolo della tecnologia, ma getta luce sulle condizioni miserevoli della classe operaia, in particolare di quella inglese, vampirizzata dal capitale).
Ma quel che più importa qui è il ruolo che Marx attribuisce al lavoro, o meglio all’attività umana in genere (sottile anche la distinzione terminologica tra Arbeit, lavoro, e Tätigkheit, ovvero attività generica): ciò che dovrebbe essere il fine dell’essere umano diventa mezzo, ciò che lo rende libero si tramuta nelle sue catene. (Si noti la continuità, pur in ambiti sociali, culturali e teorici molto diversi, con le argomentazioni di Aristotele a proposito del rapporto mezzi/fini). Il processo produttivo capitalistico, cioè, aliena, rende estraneo, allontana l’uomo da se stesso: il frutto del suo lavoro (sottrattogli dal capitalista in forma di merce); la sua stessa attività (il lavoro diventa una merce tra le altre); dunque la sua stessa essenza, se è vero che la specie umana costruisce il proprio mondo, e dunque manifesta se stessa, attraverso il lavoro; infine, le relazioni umane vengono mercificate, “reificate”, rese cose, oggetti. Nella società capitalistica, in ogni rapporto, in ogni attività, in ogni parte della vita e del corpo sociale si insinua quel “corpo estraneo”, quel meccanismo che rende ciascuno un alieno agli altri e a se stessi.

Queste analisi, che mantengono intatta la loro forza analitica a quasi due secoli di distanza, vengono consegnate da un giovanissimo Marx ai cosiddetti Manoscritti economico-filosofici, un testo del 1844 per quasi un secolo rimasto inedito. Ne riporto alcuni brani significativi, senza alcun ulteriore commento:

“Quanto più l’operaio lavora tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede. Come nella religione. Più l’uomo mette in Dio e meno serba in se stesso.”

“Il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito… Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo… così l’attività del lavoratore non è attività spontanea. Essa appartiene ad un altro, è la perdita del lavoratore stesso”.

“Primieramente il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva, appare all’uomo solo come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservazione dell’esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita generica. È la vita generante la vita. Nel modo dell’attività vitale si trova l’intero carattere di una specie, il suo carattere specifico. E la libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo. Ma la vita stessa appare, nel lavoro alienato, soltanto mezzo di vita.
L’animale fa immediatamente uno con la sua attività vitale, non si distingue da essa, è essa. L’uomo fa della sua attività vitale stessa l’oggetto del suo volere e della sua coscienza. Egli ha una cosciente attività vitale: non c’è una sfera determinata con cui immediatamente si confonde. L’attività vitale consapevole distingue l’uomo direttamente dall’attività vitale animale… Il lavoro estraniato sconvolge la situazione in ciò: che l’uomo, precisamente in quanto è un ente consapevole, fa della sua attività vitale, della sua essenza, solo un mezzo per la sua esistenza”.

“L’uomo produce anche libero dal bisogno fisico e produce veramente soltanto nella liberà dal medesimo”.

“Tutta la cosiddetta storia universale non è che la generazione dell’uomo dal lavoro umano, il divenire della natura per l’uomo, così esso ha la prova evidente, irresistibile, della sua nascita da se stesso, del suo processo di origine”

(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici)

***

Questa breve presentazione ha solo la funzione di introdurre e di fornire alcuni elementi utili alla discussione. In particolare:
-la riproposizione della divisione classica tra lavoro manuale ed intellettuale, con una diversa ripartizione globale;
-l’aumento esponenziale dell’attività intellettuale, linguistica, simbolica e creativa, nuova frontiera dello sfruttamento e dell’estrazione di plus-valore;
-la pericolosa invasione/sovrapposizione del tempo di lavoro all’interno del tempo di vita;
-senso e limiti dei ritmi produttivi: perché e per chi si producono merci, ricchezza, valore?
Da cui conseguono inevitabilmente alcune questioni di carattere etico-politico:
-l’illimitatezza di produzione/accumulazione/consumo;
-i limiti della biosfera e dell’ecosistema;
-l’irrisolta (ed anzi, aggravatasi) questione della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale – che, proprio perché la divisione e l’organizzazione del lavoro hanno dimensioni transnazionali, deve oggi essere posta in termini globali.
La riflessione e la discussione – e, sperabilmente, l’azione – sono più che mai aperte…

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4 Risposte to “Seconda parola: lavoro”

  1. Paolo Reale Says:

    E’ sempre bello respirare un po’ di quest’aria. Le idee poi non sono così dissimili, peccato per me che invece la preparazione e l’analisi lo siano eccome. Molto bello.
    Un saluto

    http://blogdeltaser.blogspot.it/2013/05/se-non-mi-date-un-lavoro-mi-uccido.html

  2. md Says:

    interessante, e piuttosto condivisibile…

  3. artura Says:

    interessante molto bello e condivido .grazie mario

  4. md Says:

    Grazie a te Artura!!!

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