Piacevoli errori percettivi

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Qualche mattina fa ho avuto una delle tante esperienze percettive errate che ci capita spesso di fare. Nella fattispecie: stavo camminando in direzione di un bosco, e da lontano mi è parso di vedere due piccoli animali (sarebbero potuti essere delle taccole, delle gazze, ma anche gatti o lepri – e già qui l’imprecisione regnava sovrana) che stavano muovendosi a passo di danza, incrociandosi l’un l’altro (probabilmente la mia mente ha richiamato esperienze percettive precedenti, od anche filmati e documentari dove avevo viste scene del genere). Senonché dopo pochi secondi mi sono reso conto che in realtà si trattava di un uomo (ma poteva essere anche una donna) che camminava inoltrandosi nel bosco, calzando molto probabilmente degli stivali scuri – ed erano stati questi ad avermi ingannato.
Sono celebri fin dall’antichità i misconoscimenti percettivi (celeberrimo il remo spezzato), con argomentazioni raffinate in ambito stoico, scettico, ecc. Ma al di là dell’interesse per l’aspetto gnoseologico (oggi suffragato da ulteriori elementi neuropercettivi) ciò su cui mi sono soffermato è stata la tonalità di piacevolezza dell’errore, o, per meglio dire, di piacevole stupore – peraltro già sperimentato altre volte, senza che mi fossi fermato a riflettervi. Come mai questa reazione psichico-emotiva? Non avrei dovuto piuttosto dispiacermi e rimproverarmi per l’errore? Gli errori ortografici venivano segnati a scuola con dei segnacci rossi: perché, allora, compiacermene? darmi un buon voto, anziché un’insufficienza?
Beh, innanzitutto il fatto di avere riconosciuto l’errore, e di non avervi perseverato, funziona senz’altro da premio consolatorio.
In secondo luogo, l’innocenza e l’assoluta non pericolosità (potremmo dire lucreziana) – il contemplare l’errore da lontano, senza che esso costituisca per me un pericolo: diverso sarebbe stato se l’abbaglio percettivo mi avesse provocato un dolore o un danno.
Non escluderei nemmeno l’elemento di piacere presente in ogni percezione – percepire, sentire, toccare, guardare sono sempre e comunque attività piacevoli di per sé.
Vi è poi il gioco dell’immaginazione: l’errore percettivo aveva già acceso (anche se inconsapevolmente) la potenza immaginifica che sta dietro ogni percezione: in pochi secondi quelle figure malpercepite stavano già creando una storia, animandosi e prendendo il volo.
Forse è proprio quest’ultimo l’elemento più interessante: nel momento in cui la percezione si distacca dall’uso pratico, non ci serve o è innocua – ecco che può essere finalizzata ad altro, o meglio può non avere alcuno scopo se non quello del giocarci, immaginare, fantasticare.
Le relazioni percettive sono vitali (ho bisogno di mettere ordine e stabilire delle cause, altrimenti il mio mondo mi disorienterebbe e diventerebbe pericoloso) – ma una volta assodata questa base certa di sopravvivenza, posso sorprendermi a disarticolare quanto voglio: chissà mai che l’arte non sia nata da questi errori…

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2 Risposte to “Piacevoli errori percettivi”

  1. Neda Says:

    Due piccoli animali – era invece un essere umano.
    Doveva essere ben lontano perché la prospettiva ingannasse l’occhio così tanto.
    Mi piace Il Suo blog (io sono una neofita e parecchio inesperta), perché mi fa riflettere.

  2. md Says:

    Grazie e benvenuta!

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