Terza parola: felicità

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“Ho riconosciuto la felicità dal rumore che faceva allontanandosi”
(Prévert)

Strana cosa la felicità, inafferrabile e sfuggente, ma soprattutto incerta com’è: eppure non c’è cosa che di più occupi la nostra anima e il nostro corpo se non la ricerca del piacere e, per suo tramite, di quello stato emotivo che definiamo, appunto, “felicità”: per certi versi potremmo dire che scopo principale del nostro agire è raggiungere, o avvicinarsi il più possibile, a quello stato di grazia. Parrebbe la cosa più ovvia e naturale, eppure…
Ma cerchiamo di dare uno sguardo (e di mettere un po’ di ordine) nella questione così come la filosofia l’ha considerata.

1. I filosofi come “medici” dell’anima?
In effetti Ippocrate, il primo grande medico greco, aveva stabilito un nesso tra psiche e corpo, vita mentale e vita sensibile, le quali avevano bisogno di un certo equilibrio, di un’armonia: equilibro tra umori interni del corpo e con il mondo esterno, il clima, ecc.
Col che si genera uno strano paradosso: nel momento in cui la filosofia viene intesa come “cura”, sembra quasi voler presumere una condizione di malattia ed infelicità originaria (“ontologica”, cioè costitutiva del nostro essere e legata alla natura umana in quanto tale).

2. Ecco di nuovo presentarsi quello scarto, l’esperienza di ciò che possiamo definire con il termine “straniamento”, che è poi la posizione eccentrica che ci consente di farci una domanda altrimenti insensata: per chiedermi se sono felice devo poter guardare alla mia condizione dall’esterno, torcendo lo sguardo, occorre cioè già essere oltre l’immediatezza esistenziale e vitale. A tal proposito, l’essere umano è quel vivente che si chiede se abbia o meno senso la propria vita – cioè, quel vivente che intende (vuole o deve o può) andare fino alle radici della vita stessa, revocandola in dubbio, ciò che presumiamo sia proprio e specifico della nostra specie, e che non rileviamo (per quel che ne sappiamo) in altre specie: l’esempio celebre lo troviamo nel Canto notturno di Leopardi, quando il poeta-pastore si rivolge alla greggia:

Oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
… perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
… ed io pur seggio sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente…
Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Si noti la pregnanza di quel verso a proposito della mente ingombra: vedremo tra poco che molto ha a che fare con l’argomento di stasera.

3. Ma perché i filosofi dovrebbero saperci dire qualcosa di più di altri “specialisti” (medici, preti, scienziati, educatori, psicologi, ecc.) sulla felicità? Forse proprio per il loro non essere (almeno in teoria) specialisti: forse perché ci aspettiamo che la filosofia sia in grado di dirci qualcosa di universale (se non di assoluto) al di là della particolarità e della relatività di ogni esistenza, e dunque di ogni percezione di che cosa sia felicità per quell’esistenza.
A parziale conferma di questa attesa c’è il celebre incipit del romanzo di Tolstoj, Anna Karenina, che ci dipinge una felicità come mediamente nota (tutti sarebbero felici allo stesso modo), e però un’infelicità che è propria di ciascuna vita, quantomai variegata:
“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”.
La filosofia ha forse le ricette per tutte le forme di infelicità (probabilmente tante quante le vite umane)? In realtà, come vedremo, non vi può essere una concezione della felicità valida una volta per tutte – tanto più che la felicità (il compimento di una vita) è sempre relativa ad una determinata concezione della natura umana.
Oltre al fatto che vi è forse una frattura tra l’idea di felicità (teorie, ricette, cure, ecc.) e la sua incarnazione in ogni vita individuale: dopotutto, che c’importa della felicità in generale? Non è forse prioritaria la mia felicità?
Dal che segue l’imbarazzo dei filosofi (specie di quelli contemporanei ultra-accedemici e un po’ ingessati, meno di quelli antichi): la felicità non è un concetto tra gli altri (come quello di causa, numero, infinito, assoluto, limite, spazio, ecc.); nella felicità fanno capolino la carne e il sangue – la materialità emotiva di cui ciascuno è fatto, ben al di là di ogni astrazione.

4. E di fatti molte sono state le risposte (le ricette) che i filosofi hanno provato a fornire. Io le raggrupperò sotto due macrocategorie:
-teorie individualistiche – dove l’obiettivo è l’autàrkeia, l’autonomia, la libertà di determinare la propria vita, al di là dei condizionamenti esterni, compresi il caso e la fortuna;
-teorie sociali – dove l’obiettivo primario è la felicità collettiva.
Semplificando: nelle filosofie antiche è forse prevalente la coniugazione individuale (legata alla figura di saggezza e di modello esemplare di vita che il filosofo incarna), laddove in epoca moderna, col sorgere di nuove esigenze sociali e di nuove discipline (specie le scienze umane) cresce l’attenzione per gli aspetti collettivi della felicità – che vengono ora recepiti anche nelle nascenti strutture e concezioni politiche, a partire dal diritto universale a perseguire la felicità sancito dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776.
E sulla cui scorta si pongono ad esempio le teorie dell’utilitarismo inglese: si vedano ad esempio filosofi politici come  Bentham (la massima felicità per il maggior numero) o J.S. Mill, con una maggiore caratterizzazione dell’elemento solidaristico e diffusivo della felicità (sono felice anche in funzione della felicità altrui).
Per non parlare, ovviamente, delle teorie politiche che più di altre hanno sottolineato l’elemento collettivo, vale a dire quelle della tradizione socialista e comunista (in primis Marx).

Ciò non toglie che vi possano essere intrecci e mediazioni tra queste due tendenze, anche perché sarebbe ben strano poter separare l’individuo dal proprio contesto sociale, se è vero che l’essere umano è, come sostiene Aristotele, zoon politikòn, animale politico, ovvero che non si dà umanità al di fuori della convivenza sociale.
Quel che possiamo però notare fin dall’antichità, come si diceva sopra, è la stretta correlazione tra idea di felicità e concezione umana. E così: un filosofo come Platone (sulla scorta di Socrate) che ritiene più importante la parte razionale o l’anima, riterrà che la felicità non ha a che fare con i desideri materiali (celebre a tal proposito la metafora dell’otre bucato, presente nel dialogo Gorgia, con la quale si rende «in immagine l’insaziabilità, giacché negli uomini privi di senno questa parte dell’anima in cui si trovano i desideri, in quanto sfrenata e incapace di trattenersi, sarebbe come un orcio forato»).
Gli scettici saranno più prudenti e sospenderanno il giudizio (meglio l’imperturbabilità, quella che in lingua greca viene definita ataraxia, ovvero “la perfetta pace dell’anima che nasce dalla liberazione delle passioni”).
Gli stoici metteranno sopra ogni cosa, a costo di sopportare anche il dolore più atroce, l’integrità morale.
I cinici si rifaranno ai principi naturali e pisceranno (letteralmente) sui beni apparenti della società.
Diversamente Epicuro, che invece parte da una concezione materialistica ed immanente, e che fonda una teoria del piacere “per sottrazione”: per poter aspirare alla felicità occorrerà preliminarmente operare un drastico prosciugamento delle paure, del dolore, della sofferenza. A ciò deve essere connessa una teoria minimalista dei desideri, che rientra nel solco della tradizione filosofica (e che inspiegabilmente viene rovesciata in una sguaiata e chiassosa teoria edonistica, che dipinge il filosofo del Giardino e i suoi seguaci come dei porci dediti ad ogni genere di vizio sfrenato).
Forse quel che idealisti, religiosi e chiese varie non perdonano all’epicureismo è proprio il suo radicale materialismo, il quasi-ateismo e, soprattutto, la cura delle paure (in primo luogo della morte, degli dèi e, dunque, dell’al di là) – tolte di mezzo le quali rimarrebbe per i preti ben poco lavoro!

5. Metterei anche in campo, al di là delle varie teorie succedutesi, una sorta di gerarchia emotiva, o meglio differenti forme di felicità a seconda che si guardi di più all’aspetto del sentire e dell’emotività o a quello della razionalità e del calcolo.
Ne potremmo nominare almeno tre (ma anche qui, si tratta di letture soggettive, che possono essere tranquillamente messe in dubbio, a seconda del punto di vista):

-piacere (immediato, sensibile, corporeo) – un piano molto rivalutato dal filosofo francese Michel Onfray, che nella sua Controstoria della filosofia mette in primo piano ciò che storicamente è sempre stato sottovalutato dai filosofi, ovvero la corporeità;
-felicità (in senso lato: realizzazione di sé e del proprio progetto di vita – bisogni, sogni, desideri, perseguimento degli scopi, ecc.): tale piano implica un tempo bel più ampio, potremmo dire che si tratta di un’intera vita e del senso che le si intende dare. Fallire lo scopo, non trovare senso implica frustrazione e, dunque, infelicità;
-ataraxìa, beatitudine, serenità, gioia: passiamo qui ad un livello rarefatto, che non ha più a che fare con piaceri sensibili o con una vita finalizzata, ma con la pura contemplazione (idea che è ben presente in filosofi come Aristotele, Plotino, Spinoza, Schopenhauer o in alcuni mistici).

Si va così da un livello più sensibile e concreto ad uno più astratto ed impalpabile; le prime due forme sono maggiormente instabili e soggette alla caducità e ai rovesci della fortuna, mentre l’ultimo livello aspira ad una maggiore stabilità, se non addirittura ad una perennità.

6. In conclusione: l’ideale sarebbe che tutte queste sfaccettature (individuo, comunità, piacere fisico e mentale) convergessero in una forma unitaria: il problema torna quindi ad essere quello della scissione e del nostro essere frammentati, cosa peraltro connessa a quella dispersione nelle cose, negli oggetti, negli impegni che genera le tipiche ansie ed infelicità dell’epoca moderna e della società complessa: l’avere cioè aumentato la quantità di potenza, di ricchezza, l’avere prolungato la vita, ecc. (e comunque in maniera diseguale) non genera automaticamente un aumento di felicità, sia individuale che collettiva. Avere menti e corpi ingombri e perennemente occupati (da oggetti od anche relazioni) non equivale automaticamente a condurre vite felici. Anzi, sono forse proprio le eccessive preoccupazioni che questo impegno ossessivo comporta a renderci ansiosi se non angosciati, e a farci dimenticare l’essenziale nelle nostre vite, letteralmente oberate dagli oggetti, dalle merci e dall’intrico di azioni e relazioni che spesso non siamo più in grado di controllare, e dalle quali rischiamo di essere super-agiti – allontanandoci così definitivamente dall’antico modello di autàrkeia, ovvero di una vita autonoma, libera e consapevole.

Ad ogni modo mi pare di poter concludere con un auspicio generale, che è quello della consapevolezza: poiché alla felicità e all’immediatezza delle origini e dell’età dell’oro (ammesso che qualcosa del genere sia davvero mai esistito, e che non sia invece una nostra proiezione mitica ed immaginaria) non si può più tornare, dobbiamo accontentarci di questo strumento – non sempre soddisfacente e piacevole, ma che è il meglio che siamo riusciti a mettere insieme – che è la ragione, o la coscienza. Ovvero: guardare alla nostra esistenza come ad un tutto unitario e sensato, connesso (in sé e ad altro) è forse l’unica possibilità che abbiamo di prosciugare, almeno in parte, le fonti dell’angoscia e dell’infelicità.

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3 Risposte to “Terza parola: felicità”

  1. Rudy Says:

    La frase è di Proust. Benedetta ignoranza…

  2. md Says:

    Interessante…uno di quei casi in cui un errore in rete diventa virale (visto che i motori di ricerca la attribuiscono anche a Prevert). Chissà come si sarà originato… A proposito: quale sarà l’origine del motto “benedetta ignoranza”?

  3. md Says:

    A proposito Rudy, saresti così gentile di dirci da che opera di Proust? A suo tempo lessi tutta la Recherche, e nonostante la mia antica abitudine di annotare frasi salienti e aforismi, questa mi è proprio sfuggita. Oltre al fatto che sono tremila pagine, che la memoria si fa sempre più instabile col tempo, e che… potrebbe benissimo non venire dalla Recherche

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