Quinta parola: libertà

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[Sommario: Libertà e filosofia – L’uomo-misura di Protagora – Socrate eroe classico della libertà – Diogene hippy e cosmopolita – Il giardino di Epicuro – La catena degli stoici – Il libero arbitrio di Agostino – L’uomo proteiforme di Pico della Mirandola – Necessità e libertà in Spinoza – Stato e individuo: il liberalismo – Libertà, natura e spirito – L’oltreuomo nietzscheano – Sartre e l’esistenzialismo: libertà come possibilità – Libertà moltitudinaria – Responsabilità, alterità e libertà]

Il concetto di libertà è piuttosto sfuggente e, soprattutto, cangiante: epoche e culture diverse intendono questo termine in maniere inevitabilmente diverse. Ma senza voler entrare nella molteplicità dei significati e delle sfumature, evocare la libertà nel campo filosofico significa evocare nello stesso tempo una delle condizioni essenziali del pensiero: di libertà i filosofi hanno bisogno come l’aria, senza libertà di pensiero non ci può essere filosofia.
Ma di che cosa realmente parliamo quando parliamo di libertà? Da che cosa (o di che cosa) siamo (o dobbiamo) essere liberi? E poi: possiamo davvero esserlo, o si tratta di una pura illusione?
Ci faremo queste domande scorrendo velocemente il pensiero di alcuni filosofi o correnti filosofiche, dalla grecità all’epoca contemporanea.

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Baruch Masaniello

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Non sapevo che Spinoza fosse un ritrattista, anche se Matthew Stewart, autore de Il cortigiano e l’eretico, scrive che non c’è nulla di sorprendente in questa sua propensione, visto che gli olandesi dell’epoca impazzivano per l’arte, soprattutto per quella del ritratto. Ma la cosa più interessante di questa pagina del libro di Stewart sta nell’avvicinamento della figura di Spinoza a quella di Masaniello, il Tommaso Aniello pescatore amalfitano che per dieci giorni, nell’estate del 1647, aveva infiammato il cielo di Napoli come una meteora.
Spinoza, come molti contemporanei, fu così attratto dal rivoluzionario italiano da farne un ritratto, pare a carboncino, secondo l’iconografia dell’epoca: la camicia, la rete da pescatore, lo sguardo ardente… se non che il volto dell’eroe non pareva affatto compatibile con quello di un pescatore napoletano, mentre assomigliava pericolosamente a quello dello stesso Spinoza!
È un vero peccato che quei ritratti si siano perduti, anche se il Masaniello di Spinoza si tramanda in tutta evidenza in successive stampe ed incisioni. Se ne può dedurre che la coscienza dell'”uomo più empio e più pericoloso del secolo” doveva essere già piuttosto alta, dato l’auto-accostamento: ma la fiammata spinozista, che avrebbe rivendicato nella maniera più radicale e contro ogni tirannia e fanatismo la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca e di parola, dura ancora oggi a oltre 3 secoli di distanza. Ed anzi, è più vivida che mai.

Leibniz straniato

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Nell’arrovellarsi su libertà e determinismo, inclinazioni e motivi, ragioni e cause, a proposito delle scelte e delle decisioni che gli individui (le monadi) sono chiamati a prendere ogni giorno, data la loro costitutiva libertà spirituale, pressata però da svariate necessità ontologiche e teologiche, Leibniz se ne esce a sorpresa con lo stratagemma del mezzo di cui saremmo dotati di “distogliere lo spirito in un’altra direzione” – distogliendoci così dal rigore del ragionamento che, in ambito etico, non può essere lo stesso che in ambito fisico o logico o metafisico. Il gran cortigiano ci rende partecipi di tale sospensione morale nei Nuovi saggi sull’intelletto umano:

«È bene abituarsi a raccogliersi di tempo in tempo, e a elevarsi al di sopra del tumulto presente delle impressioni, a uscire, per così dire, dal posto in cui ci si trova, e a dirsi: dic cur hic, respice finem; in che situazione sono?»

Ora, cos’altro è quell’uscire dal posto in cui ci si trova, se non un metodico esercizio della facoltà di straniamento? E, dunque, uno degli ingredienti essenziali del pensiero filosofico?

Sterminatori culturali

«Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo: un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro.
Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; è anzi ben più orribile, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi».

(Voltaire, Trattato sulla tolleranza)