Sesta parola: reale

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

3. La realtà, si dice poi, è là fuori, ed è oggettiva e valida per tutti: altro suo correlato inevitabile è, di conseguenza, il termine “verità”. La realtà ci appare dunque, in prima istanza, come il mondo fisico-naturale (la natura, che è reale, vera, genuina, e che ci precede). Non solo: reale è, innanzitutto, ciò che percepiamo, tocchiamo, vediamo. La concretezza dell’esistenza, le cose, gli individui.
Tutto ciò è, appunto, senso comune: senza questa dimensione (e questa sensazione da cui siamo avvolti) non potremmo vivere.

4. Tuttavia, siamo anche la specie che non si lascia avvolgere del tutto da questa realtà, ma che, una volta risolto il problema della sopravvivenza, se ne estrania e ne chiede conto: al reale-oggettivo si contrappone il livello soggettivo (l’io che percepisce, e che dunque può errare e travisare), ma, ancor più potente, il livello dell’astrazione, dell’immaginazione, del linguaggio, del concetto. Un vero e proprio livello parallelo, un secondo livello di realtà.

5. Da tutto ciò nasce, inevitabilmente, una forma di dualismo piuttosto ricorrente nella storia della conoscenza e del pensiero: quello tra cose (concrete) e nomi (astratti), tra reale e virtuale (virtus, altro termine latino che indica forza o anche potenzialità).
La realtà è così tutt’altro che unitaria, ed anzi pare avere diversi livelli e gradazioni, come se fosse ora più marcata ora più lieve ed evanescente. Già i greci se ne erano accorti, soprattutto i sofisti, per non parlare di Platone: basti pensare alla sua allegoria della caverna, che mette in scena proprio il dilemma della realtà-verità e della nostra conoscenza di fronte ad essa. Che cosa vedono gli uomini legati in fondo alla caverna se non le ombre degli oggetti? Che cosa è reale? – le ombre, gli oggetti sensibili, le idee, la luce accecante fuori della caverna? E con quali occhi occorre guardare? Quelli (talvolta ingannevoli) dei sensi o quelli astratti della mente?

6. Ma furono i filosofi medioevali e moderni a drammatizzare la questione: prima la disputa tra nominalisti e realisti, poi quella tra empiristi e metafisici – gira e rigira, però, il nodo rimane sempre lo stesso: che cosa conosciamo quando diciamo di conoscere qualcosa? L’idea (l’immagine) che ci facciamo di quella cosa (per noi) corrisponde o no alla cosa (in sé)? È pacifico che questa cosa (in sé) non è mai davvero conoscibile, perché se fosse in sé non sarebbe per noi: come potremmo solo concepirla al di fuori della sfera della nostra visione e percezione? E dunque essa è in quanto è per noi: è il risultato cui giunge Kant, che parrebbe aver risolto molto elegantemente la disputa.

7. E lo fa con una vera e propria rivoluzione copernicana: la realtà è ciò che noi esperiamo attraverso i nostri apparati percettivi e mentali. Ma non siamo noi ad adeguarci alla realtà, bensì è la realtà che si costituisce sulla base delle nostre modalità percettive, esperienziali, concettuali. Ciò che sta al di fuori dell’esperienza è, per sua stessa costituzione, inconoscibile: è noumeno (in sé), al contrario del fenomeno (ciò che appare ai sensi e alla mente).
Kant risolve cioè la questione attraverso una soluzione sintetica, correlativa: è il nostro rapporto con il mondo, secondo schemi già dati (trascendentali, cioè condizioni originarie quali spazio, tempo, categorie – tutte strutture che stanno nella nostra testa) a costituire la realtà. La realtà è ciò che risulta dalla nostra relazione precostituita e dunque oggettiva con il mondo fisico-naturale. Processo che si traduce nell’esperienza della conoscenza scientifica (che è però solo una delle nostre modalità conoscitive, accanto a quella etica ed estetica).

8. Dopo Kant non si può più tornare ad una visione ingenua ed immediata della realtà (ammesso ci sia mai stata in filosofia): la realtà è la costruzione che noi ne facciamo, è la relazione tra l’interno e l’esterno, la mente e la materia, l’anima e i corpi.
Questa concezione della realtà e della sua conoscibilità appare molto chiara in Schopenhauer, che traduce il concetto di realtà in quello di mondo e rappresentazione: la realtà materiale è il mondo come (nostra) rappresentazione. Altri soggetti avranno altri mondi (si pensi agli animali e magari a quegli animali dotati del più povero dei mondi, quale può essere una zecca).

9. Le uniche cose che la zecca in agguato presso un ramoscello avverte dell’ambiente circostante sono: l’acido butirrico che emana dai follicoli sebacei di tutti i mammiferi; la temperatura di 37 gradi del liquido che succhierà (sangue se le va bene); la tipologia della pelle dei mammiferi. Il suo mondo (la sua realtà) finisce qui. Tutto il resto è privo di significato. Tale angusta limitatezza della vita della zecca può essere amplificata dal gioco dell’immaginazione: pensiamo a un giorno primaverile, denso di profumi, colori, cinguettii, sfarfallii, sensazioni d’ogni genere, vita pulsante in ogni dove. Ebbene la zecca non si cura di tutto ciò. Nessuna di queste percezioni la tange. Non ode, non vede, non sente, tutto quello che fa è attivare il suo odorato per intercettare il mammifero di passaggio. E una volta che gli è caduta sopra e le si è conficcata nella cute calda, comincia a succhiare il sangue. Ma anche qui, non è il sapore del sangue che sente, sprovvista com’è di gusto, ma la percezione della temperatura di 37 gradi di un liquido x. Insomma, le si dovesse dare una brodaglia a quella temperatura l’assorbirebbe comunque (cfr. G. Agamben, L’aperto, Bollati Boringhieri 2002, pp. 49-51).

10. Da un secolo a questa parte questa visione soggettivistica e costruttivista si è andata accentuando: la filosofia diventa sempre di più ermeneutica (interpretazione) e sempre meno ontologia (conoscenza dell’essere in quanto essere), e in primo piano c’è il modo di conoscere (gnoseologia, epistemologia), ben più importante dell’oggetto conosciuto.
Il realismo si attenua, il pensiero si indebolisce: tutto è interpretazione (tutto è relativo?).
Recentemente un filosofo italiano, Maurizio Ferraris, ha rilevato le criticità di questa tendenza generale della filosofia, denunciandone i limiti e rilanciando con un Manifesto del nuovo realismo.

11. «Non si può fare a meno del reale – sostiene Ferraris – del suo starci di fronte e non essere disponibile a negoziare. Sia quello che sia, ci renda felici o infelici, è qualcosa che resiste e che insiste, ora e sempre, come un fatto che non sopporta di essere ridotto a interpretazione, come un reale che non ha voglia di svaporare in reality».

12. D’altra parte anche il fronte oggettivo scientifico oscilla: basti pensare alla fisica quantistica, al principio di indeterminazione o alla teoria della relatività, e già prima alle geometrie non euclidee.
Da queste diverse prospettive un corpo assume una fisionomia tutt’altro che certa e stabile, ed è paradossale che a dirlo non sia più solo la filosofia (e la sua mania di mettere in discussione la doxa, il senso comune, le opinioni correnti), ma proprio la scienza, la forma di sapere più rigorosa, oggettiva e neutrale che la mente umana parrebbe aver inventato.
Carlo Rovelli ce ne dà una visione chiarissima in una delle sue Sette brevi lezioni di fisica, a proposito dei salti quantici: «A scrivere per primo le equazioni della nuova teoria sarà un giovanissimo genio tedesco: Werner Heisenberg, basandosi su idee da capogiro. Heisenberg immagina che gli elettroni non esistano sempre. Esistano solo quando qualcuno li guarda, o meglio, quando interagiscono con qualcosa d’altro. Si materializzano in un luogo, con una probabilità calcolabile, quando sbattono contro qualcosa d’altro. I “salti quantici” da un’orbita all’altra sono il loro solo modo di essere reali: un elettrone è un insieme di salti da un’interazione all’altra. Quando nessuno lo disturba, non è il alcun luogo preciso. Non è in un luogo. È come se Dio non avesse disegnato la realtà con una linea pesante, ma si fosse limitato a un tratteggio lieve […] Ma c’è di peggio: questi salti con cui ogni oggetto passa da un’interazione all’altra non avvengono in modo prevedibile, ma largamente a caso» (ed. Adelphi, pp. 26-7). Su questo aspetto della teoria dei quanti diventerà celebre la discussione tra Bohr ed Einstein: quest’ultimo non voleva cedere su un punto per lui non negoziabile, e cioè che la realtà oggettiva ha uno statuto indipendente dall’osservatore.

13. Sempre la scienza, poi, e in particolare la biologia, ha aperto nuovi fronti di discussione riprendendo e rilanciando antiche questioni attraverso lo studio rigoroso della mente e delle sue facoltà. In campo scientifico si apre il nuovo affascinante capitolo delle neuroscienze, col rischio riduzionistico che si corre però nel far diventare l’intero edificio spirituale una emanazione del cervello e delle sue sinapsi.
Il parallelo con il computer (e con le macchine di Turing) secondo cui il cervello sarebbe l’hardware e la mente il software del sistema cognitivo, è passato ormai di moda, ma la tentazione di ridurre la mente e le facoltà razionali-computazionali a qualcosa di meccanico è sempre in agguato: peccato che tali modelli fisico-riduzionistici abbiano grosse difficoltà a spiegare fenomeni come la coscienza o l’intenzionalità, od anche i comportamenti emotivi.
Se è dunque auspicabile superare visioni di tipo dualistico (anima/corpo, materiale/spirituale), d’altro canto nemmeno le soluzioni riduzionistiche appaiono convincenti: in questo senso può essere molto interessante il lavoro di ricerca svolto dal neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, che considera unitariamente corpo e mente (“fatti della stessa stoffa”) e che rivaluta l’apparato emotivo come essenziale per il funzionamento di entrambi.

14. A proposito di macchine, vi è ora tutto un nuovo fronte di indagine che è quello della realtà virtuale (e dell’intelligenza artificiale): come si riconfigura il concetto di realtà (e di relazione) nell’epoca della rete e dei social network?
Siamo forse alle soglie di una trasformazione epocale del modo di funzionare della mente e della nostra percezione della realtà (anche in termini di tempo e di spazio).
Con possibilità (virtus!) immense, a proposito dello sviluppo di quel che Aristotele (e poi Averroè) chiamavano intelletto attivo, e Marx general intellect, ovvero intelligenza collettiva, facoltà di linguaggio, creatività, immaginazione, ecc.
Ma anche con rischi altrettanto immensi in termini di controllo sociale: basti pensare alla società della trasparenza (e al suo risvolto opaco per quanto concerne il controllo sia mentale che materiale: flusso di informazioni, consumi, comportamenti, messa al lavoro inconsapevole di facoltà e di tempo libero, ecc.). Si vedano a tal proposito i due saggi La società della trasparenza di Han e La Rete è libera e democratica: falso! del collettivo Ippolita, nonché il romanzo distopico Il cerchio, dello scrittore americano Dave Eggers.
La lotta per la conquista e il controllo dei nuovi territori della realtà virtuale è appena cominciata…

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9 Risposte to “Sesta parola: reale”

  1. Ares Says:

    Non ho capito la questione degli: elettroni che esistono solo quando qualcuno li guarda o interagiscono con..etc.

    Secondo me esistono comunque e svolgono le loro funzione e ricercano la loro “stabilità”.
    Se paragonassi la tazza del caffè che tengo in mano ad un elettrone, e la lasciassi sulla scrivania per andare in bagno, per poter utilizzare le mie mani per altri scopi… la tazza continuerebbe ad esistere, infatti nel tornare indietro starebbe sempre li ad aspettarmi, sulla scrivania… cambierebbe magari il suo stato da calda a fredda ma esisterebbe comunque….

    …forse la questione è più complicata e io la faccio troppo facile ?

  2. md Says:

    Ares, mi sa che se vuoi una risposta ti dovrai smazzare un po’ di fisica e di teoria quantistica… il problema, banalmente, sta nel fatto che ci è abbastanza chiaro che cosa sia una tazza, molto meno che cos’è un elettrone… se poi questo si mette pure a saltellare di qua e di là…

  3. Ares Says:

    Ah ho capito..
    ..però non facciamoci spaventare dalla fisica, esistono dei divulgatori onesti e chiari che sanno spiegarcelo bene cos’è un elettrone che va di qua e di la ..
    e… temo che niente sparisca, ma al limite si trasforma, sparisce nel senso che trasforma la sua essenza precedente, che coincide per l’elettrone con la sua funzione nel momento in cui è “qui” e in quell’altra mentre è “là”… 😉

    ….Severino docet 😀

    Ci vorrebbe un insegnante di fisica nei paraggi…

  4. md Says:

    Beh, ma il fisico che ho citato – Carlo Rovelli – ha scritto un libro splendido propedeutico alla fisica, intitolato Sette brevi lezioni di fisica, edito da Adelphi – un’introduzione molto chiara e parecchio affascinante

  5. Paolina Serpietri Says:

    Mi sembra che i fisici comincianno adiventare un po’ stregoni e manipolatori della conoscenza. Poniamo l’idea del big-bang. Per me non è affatto convincente. Cosa c’era prima? Cosa lo ha provocato?

  6. Ares Says:

    Stanno studiando porelli lasciamoli lavorare.
    Se potessimo rispondere a tutte queste domande non ce le porremmo.

    L’importante è non aver paura degli scienziati, e in generale di imparare; perché quando non si capisce bene una cosa poi la si fa più grande e pericolosa di quello che effettivamente è.

    Bisogna diffidare degli scienziati fanfaroni, quelli che per darsi un tono e una credibilità sparano paroloni e cazzate ben amalgamate,
    ma fidarci invece di più degli scienziati che ti sanno spiegare le cose, perché vuol dire che anche loro stanno tentando di capirci qualcosa, ma hanno ben chiare le idee al punto da saperle spiegare.

    Le polemiche sul CERN di Ginevra si sarebbero potute evitare se ci fossero stati degli scienziati capaci di spiegare cos’è il CERN e a cosa serve.

    La prossima volta che non ci spiegano bene le cose, bisognerebbe opporsi con più decisione, non limitandoci a polemizzare ma con un’opposizione decisa. Se una cosa non mi è chiara la voglio capire, e me la spieghi finché non l’ho capita… e se vuoi che la capisca mi formi fin dalla scuola secondaria affinché io possa capirla… perché non basta che mi dai del caprone ignorante senza darmi gli strumenti per capire … . La fisica in alcuni istituti superiori la stanno togliendo, perché l’autonomia scolastica poi genera queste decisioni che hanno del grottesco. Prima di prendercela con gli scienziati maghi forse dovremmo prendercela con questi governi che ci vogliono poveri ed ignoranti.

    … poi la teoria del big-bang non è poi così accreditata ultimamente è inutile porsi domande trascendenti quando c’è ancora molto da osservare, studiare e capire.

  7. Paolina Serpietri Says:

    Ben detto, Ares. Mi fa piacere a non essere la sola cui non piace il big-bang.

  8. Simone Says:

    Bisognerebbe sapere cosa intendiamo per esistenza. È abbastanza semplice capire che questi elementi, oggetto soggetto, materia forma, anima corpo, ragione essere, certezza verità, se esistono come esseri pensati, ancorché oggetti del pensiero, appaiono come essenti che appaiono. Ora, se questo che ho appena detto “essente che appare” debba subire una riduzione a possibilità è una deduzione, ciò non appare, non appare la relazione tra questi oggetti e la loro possibilità. Ciò che “in realtà” appare è il loro essere, è il loro esistere per come sono.

  9. Simone Says:

    La tazza continuerebbe ad esistere…
    Cambierebbe magari il suo stato, da calda a fredda…

    Immaginiamo invece che la tazza non continuerebbe ad esistere perché esiste e continuare ad esistere presuppone una sua impossibile possibilità, l’inesistenza di ciò che esiste.

    Immaginiamo invece che la tazza non cambi alcunché, perché cambiare significa morire, lo stato S (tazza calda) della tazza calda non è lo stato S1 (tazza fredda), secondo ciò che della trasformazione comprendiamo, e cioè della trasformazione noi nichilisti comprendiamo il mutamento di ciò che cambia, ma questo mutamento non lo intendiamo mai come identificazione dei diversi.

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