Stupefazione

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Qualche sera fa ho partecipato volentieri alla visione e poi alla discussione di To the wonder, film di Terrence Malick del 2012, giustamente inserito nel programma del cineforum a cui da anni sono iscritto. Un film piuttosto tipico dello stile di questo regista atipico, e contiguo alla forma e alle tematiche di The tree of life, cui inevitabilmente va accostato.
Una buona metà delle persone presenti in sala, nell’alzarsi al termine hanno espresso insieme sollievo e disagio: che Malick fosse un regista difficile dovevano pur saperlo, gli spettatori presenti, tra i quali ho sentito più d’uno parlare esplicitamente di “noia”. Il conduttore del dibattito – un decano del cineforum – ha lanciato, come sempre, le sue provocazioni, sia a chi stava uscendo (vorrei sapere cosa ne pensate, soprattutto voi che state uscendo), sia poi ai pochi rimasti in sala. Il buon Celeste si è prodigato nel difendere l’estetica e le legittime intenzioni del regista, che ha scelto uno stile cinematografico spigoloso e ben poco amabile o ammiccante: del resto siamo al cineforum, e non ad uno dei tanti multisale e parchi-divertimento.
Ciò non toglie che, al di là del giudizio sulla riuscita o meno (certo meno di altri) del film in discussione, occorra nel caso di Malick farsi preliminarmente una domanda secca (che è poi quella che ho posto nel corso del dibattito): è possibile trasporre in forma cinematografica dei concetti filosofici?

Perché sta qui la vera questione: come sia possibile, cioè, rendere in immagini filmiche concetti quali vita, essere, eternità, amore, relazione, grazia, fede, destino, natura, maschile/femminile, nascita, morte… – e, si badi, non attraverso una trama o una storia in senso tradizionale (cosa che, ovviamente, molti cineasti hanno fatto), ma tramite fugaci illuminazioni di destini individuali continuamente trasposti in figure simboliche (in concetti e forme estetiche) entro una costellazione di carattere ontologico-cosmologico. Ogni figura, ogni immagine, ogni cosa, ogni vivente, fatto, dettaglio è se stesso ma anche subito trasfigurato nel significato di sé in relazione ad altro – o, se si vuole, al più Altro, vista anche la visione religiosa e metafisica dell’autore in questione. Questo lui ci vuol dire, ma non tramite un saggio filosofico o una teoria (cosa che forse avrebbe potuto fare, data la sua formazione filosofica e specificamente heideggeriana), bensì attraverso l’arte del cinema.
Se i cinefili (per non parlare dei “normali” spettatori) potrebbero storcere il naso all’idea di dover visionare concetti (e non storie) per tramite della forma artistica da loro preferita, pure i filosofi potrebbero avere da dire, ché il pensiero è da esprimersi tramite l’adeguata forma del concetto (come forse redarguirebbe Hegel), evitando modalità espressive così spurie e poco limpide, e fin troppo contaminate dalle immagini. Come a dire che: da una parte un film non può essere una costruzione così astrusa da far scorgere le proprie impalcature logiche, risultando così forzato, “costruito” appunto (un film a tesi posticcio), e dall’altra nemmeno la filosofia deve negare se stessa e il proprio linguaggio per migrare in territori che le sono estranei.
Insomma Malick – da regista-filosofo qual è – potrebbe finire per scontentare entrambi i fronti. Eppure… è il cinema che non può non subire, per il suo modo di essere (oltre che per la sua funzione sociale) il fascino della contaminazione dei generi, delle forme e – soprattutto – del linguaggio. Ecco, forse la chiave sta proprio qui, nel linguaggio (di nuovo fa capolino Heidegger) che noi da sempre abitiamo, e che ci costituisce.
Ma più banalmente, di che cosa è fatto un film se non di: una trama (letteraria), una visione (figurativa), un suono (vocale e musicale), uno scorrimento temporale e una serie di messaggi-concetti (significati)? E Malick li maneggia tutti piuttosto bene (compreso il “minimalismo” narrativo, che è comunque un modo di utilizzare l’intreccio, anche se finisce per sgretolarlo). Il cinema – forse – è l’arte che più di ogni altra riesce a catalizzare tutti questi elementi (per non parlare delle sue dimensioni sociale e psicologica), e quando ci riesce compiutamente è il “proprio tempo appreso con il pensiero”.
Poi, certo, Malick viaggia sulle ali della metafisica e vuole trascendere e puntare in alto, uscendo addirittura dalla dimensione e dal tempo terrestre: il suo cinema vorrebbe – nientemeno! – attingere l’eterno.

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Una Risposta to “Stupefazione”

  1. Ares Says:

    Bè è un film che lascia molto margine allo spettatore, che se non ha un’immaginazione e una capacità di suggestione particolarmente spiccata ne rimane deluso; forse rimane deluso più da se stesso..

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