Ottava parola: filosofo

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(con questo incontro si conclude il ciclo del Gruppo di discussione filosofica della Biblioteca di Rescaldina, edizione 2014/2015. Queste, nell’ordine, le altre parole discusse: guerra, lavoro, felicità, perdono, libertà, reale, bene)

Esiste subito un problema nel riferirsi ad una figura specifica del filosofo in un’epoca piuttosto che in un’altra: l’invarianza delle questioni filosofiche (dopotutto che cosa è cambiato nella sostanza delle domande filosofiche da Eraclito, Socrate, Diogene, Epicuro fino ad oggi?).
Il punto sarà quindi capire come le medesime questioni vengono ogni volta declinate entro situazione specifiche (“storicamente determinate”), al di là dell’invarianza filosofica.
Ciò non toglie che il ruolo del filosofo, il suo peso sociale, varia nel tempo e nelle diverse società (anche se rimane costante la sua “pericolosità” agli occhi del potere: basti pensare a figure come quelle di Socrate, Giordano Bruno, Spinoza, Rousseau o Diderot, Marx, Gramsci…).

Si può però dire che, al di là delle differenze sociali, culturali, storiche, vi sono delle ricorrenze nelle biografie dei filosofi, che possono indurci a suddividerli grosso modo in due grandi categorie: il filosofo “plastico” e quello “accademico”, il filosofo cioè che fa della filosofia una missione e la incarna in modo vitale (al punto che bìos e pensiero vengono a coincidere) e il filosofo che si ritrae e che quasi scompare nella sua opera. Questo non implica alcuna gerarchia di rilevanza: ci sono stati filosofi vitalissimi di cui si son perse tracce, e noiosi e grigi professori che occupano interi capitoli nei manuali di storia della filosofia.
Abbastanza ovvio essere attratti da figure plastiche della filosofia, qual è stata quella di Socrate o anche di Diogene (un “Socrate pazzo”), oppure quella di Nietzsche – che una sorta di filo di follia lega tra loro; mentre Aristotele, Hegel o Heidegger – con la loro aria accademica e professorale – ispirano molto meno fascino, anche se il loro pensiero ha avuto un grande impatto sulle menti di molti giovani filosofi o su intere epoche.

Ma accanto a questa duplicità caratteriale se ne può individuare un’altra (non necessariamente coincidente) a proposito del ruolo che si pensa la filosofia abbia (o possa avere) nella vita e nella società. Se cioè la filosofia possa o meno modificare le cose, le possa trasformare: il discrimine ce lo dà senz’altro Hegel in un celeberrimo e citatissimo passo introduttivo di una sua opera, Lineamenti di filosofia del diritto, con l’immagine della filosofia-nottola di Minerva (che è in realtà una civetta, e non una nottola):

«Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo».

Hegel (che proprio a proposito di Socrate aveva utilizzato l’immagine della “plasticità”, quasi si trattasse di una scultura o di un’opera d’arte) pensava che la “soggettività” filosofica dovesse fare un passo indietro. Al filosofo non compete altro che contemplare e ragionare su quanto è accaduto.
Ma Hegel è, appunto, un pasciuto e borghese professore prussiano…
Marx, allievo ribelle di Hegel, la pensa in tutt’altra maniera:

«I filosofi hanno finora interpretato il mondo, si tratta ora di trasformarlo».

Possiamo dunque dire che questa duplicità – soggettivo/oggettivo, protagonismo/contemplatività – attraversa l’intera storia della filosofia, al punto da farci venire il sospetto che ne sia un aspetto fondante.
D’altro canto il domandare più radicale sul senso delle cose e del mondo, e sul posto che chi domanda ha in quella “totalità” che lo contiene, rivela proprio questa tensione di fondo, un vero e proprio dramma: quanto conto io? quanto posso determinare? che tracce resteranno di me?
Celebre a tal proposito la metafora di Pascal sulle canne pensanti:

«L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo; ma quand’anche l’universo intero lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che l’uccide, perché egli sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo invece non ne sa nulla».

Ma torniamo al ruolo dei filosofi – e della filosofia – e proviamo a vedere come si declina nella contemporaneità.
Il problema maggiore è qui quello della proliferazione dei saperi e, soprattutto, della gigantesca affermazione della scienza e dell’epoca della tecnica. C’è a tal proposito una bella immagine fornitaci da Emanuele Severino – uno dei più importanti filosofi contemporanei – che in apertura del suo testo divulgativo La filosofia antica, ormai una trentina d’anni fa scriveva:

«Per rendere la cosa con un’immagine, si potrebbe dire che mentre prima la filosofia era una città dalla quale si dipartivano molte vie che la collegavano a diverse contrade, oggi invece le vie, oltre a moltiplicarsi, son divenute larghe autostrade che portano a miriadi di metropoli. La vecchia città si è ridotta a una piccola radura, alla quale i più attenti riconoscono ancora il carattere di punto di irradiazione, ma che più spesso è considerata un angolo morto, al di fuori del viavai del traffico».

La scienza (e le sue applicazioni tecniche) tracimano in ogni dove.
Ma i filosofi? Contano qualcosa, al di là delle aule delle facoltà universitarie?

Guardando alla filosofia del ‘900, sembra in effetti che essa abbia dovuto giocoforza misurarsi con gli altri saperi e con la loro rilevanza sociale, simbolica ed economica.
Alla filosofia restano spesso gli “interstizi”, gli “incroci” della conoscenza.
Così, basta scorrere, ad esempio, l’indice di un librone come Le filosofie del Novecento di Fornero e Tassinari, per rendersi facilmente conto di questo fenomeno di ibridazione (se non, talvolta, di marginalità) della filosofia: Epistemologia, Linguaggio, Logica, Antropologia, Cosmologia, Biologia, Neuroscienze, Intelligenza artificiale, Bioetica – la filosofia è spesso determinata e surclassata da saperi che avanzano alla velocità della luce. Essa appare davvero come la nottola di Minerva, non solo per quanto attiene al corso del mondo, ma anche al sapere del mondo.
Tra l’altro non vi è più nemmeno spazio per concetti come “verità”, “sistema”, “ordine”, “senso”, specie dopo il colpo di maglio inferto alla tradizione platonico-cristiana da Nietzsche.
La tecnoscienza riduce ogni cosa al suo “funzionamento”, alla sua prassi – essa, molto più della politica o della rivoluzione, ha trasformato e messo sottosopra il mondo (Marx ne aveva perfettamente compreso le potenzialità, ma si era forse illuso di poterla governare).

Pur tuttavia un rilancio del ruolo (extra-accademico) che la filosofia può avere nella società è stato tentato in questi ultimi decenni percorrendo più strade:
-la via spettacolare (i filosofi che appaiono in tv o nei talk show: ma sono filosofi di peso perché sono in tv o sono in tv perché sono di peso?)
-un’altra via spettacolare di gran moda negli ultimi anni è quella dei festival: feste, raduni di massa, popsophia con potente battage pubblicitario al seguito;
-naturalmente ora la filosofia impazza anche in rete: blog, twitter, facebook pullulano di gruppi e discussioni filosofiche;
-vi è anche una meno spettacolare presenza esxtra-accademica della filosofia, come quella proposta da Romano Màdera, della “filosofia come stile di vita” – ovvero la ricostruzione del senso biografico di ogni esperienza individuale attraverso la riflessione filosofica – che ha inevitabilmente una dimensione più dimessa, di meditazione e pratica quotidiana, comunità o piccoli gruppi (un po’ come il nostro);
-ci sono poi esperienze varie di “pratica filosofica”, specialmente all’estero: i caffè filosofici a Parigi, la consulenza filosofica, la P4C (Philosophy for Children), ecc., specie in Germania e nel mondo anglosassone.

In questo mescolarsi al (ed inseguire il) mondo, è però inevitabile il rischio che la filosofia corre di annacquarsi, perdere la propria consistenza di “pensiero forte”, ontologia (a proposito del senso generale dell’essere e delle cose) e diventare nient’altro che doxa (il suo antico nemico originario): una delle tante opinioni in lizza, o in piazza.

Quel che possiamo concludere è che la filosofia assume la pelle del proprio tempo (per parafrasare un’altra espressione di Hegel): il sapere filosofico, che si pretendeva fin dalle origini “universale”, aveva comunque avuto, via via, le fattezze del mondo greco, poi classico, poi cristiano ed infine europeo (e dunque, tutto sommato, di una porzione piuttosto ristretta del mondo).
Ma qual è oggi il suo peso e ruolo – il peso di quei concetti, teorie, idee tramandate da oltre due millenni – a livello globale?
Certo, se pensiamo che il sapere scientifico deriva massicciamente dal pensiero filosofico, oppure – con Severino – che la concezione ontologica (originaria e profonda) del mondo nel quale viviamo – il suo “destino” – è di consumarsi e divenire dinanzi ai nostri occhi (ed essere con ciò disponibile ad un’integrale tecnicizzazione e dominazione), allora è certo che lo spirito filosofico occidentale ha alla fine preso possesso dell’intero pianeta. E che dunque la filosofia non è affatto sparita dalla scena del mondo, anzi, per certi aspetti lo domina integralmente.
Ciò non toglie che i filosofi non contino un bel niente – certo, meno dei banchieri o dei tecnocrati!

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2 Risposte to “Ottava parola: filosofo”

  1. Ares Says:

    Ma no siamo invasi da filosofie, ma son tutte usa è getta..

  2. Ares Says:

    Non capisco come sia apparsa l’accento sulla “e”, comincio ad avere problemi neurologici seri(i tasti son proprio lontani).

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