#Spinoza

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Un po’ come successo l’anno scorso con i 100 tweet sulla storia della filosofia, da domani 1° settembre per un mese circa lancerò su Twitter (https://twitter.com/BottediDiogene) 33 tweet su Baruch Spinoza, al ritmo di uno al giorno.
Me ne ha dato l’occasione una cosa che sto scrivendo: scartabellando tra gli appunti della lettura dell’Etica, ho trovato 32 righe (o poco più) nelle quali tentavo di sintetizzare (e reinterpretare) i 32 capitoli che costituiscono l’Appendice della quarta parte dell’opera. Sono a loro volta capitoli brevissimi, di poche righe (al massimo una quindicina), nei quali Spinoza riassume le cose da lui esposte “sulla retta maniera di vivere”, che gli erano sembrate troppo disorganiche, sparse qua e là, e prive così della possibilità di “essere colte con un solo sguardo”.
Mi sono reso conto, rileggendo sia quei capitoli sia le mie brevissime “traduzioni”, che costituivano una straordinaria summa del pensiero spinozista, quasi un colpo d’occhio sull’intera sua opera. E contemporaneamente un’introduzione propedeutica a chi non lo conosce affatto – che può persino essere trasmessa in rete sotto forma di quotidiani cinguettii. Per lo meno ci proverò.
L’hashtag sarà, ovviamente, ‪#‎Spinoza‬; l’esperimento potrà essere seguito anche sulla Botte, in cima al blogroll qui accanto a destra, dove i tweet compariranno via via. Al termine li pubblicherò tutti insieme, per vedere l’effetto che fa.

Toccato dall’ignoto

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Sono periodicamente investito dalla potenza di certi attacchi (sinfonici e letterari, soprattutto), molto più che dalle conclusioni delle opere che in quegli incipit vengono annunciate.
Potenza dell’inizio e dello sboccio di qualcosa di nuovo e inaudito.
Da sempre mi propongo di compilare un catalogo, una raccolta di quegli inizi – e magari prima o poi lo farò.
Stamane sono rimasto folgorato da quello di Massa e potere di Elias Canetti. Sentite qua:

«Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto».

E già questo sarebbe più che sufficiente per qualificarlo come uno dei più potenti attacchi della storia della scrittura. Ma poi prosegue:

«Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito».

In poche righe, una summa antropologica straordinaria, che, appunto, ti penetra fino alla carne nuda…

Epepe – o Bebe o Edede o Tjetjetje o Cece o…?

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Epepe – dell’ungherese Ferenc Karinthy – è forse il più geniale romanzo sullo straniamento che io abbia mai letto (un altro, bellissimo, è senza dubbio Nulla, solo la notte di John Williams).
Dopo averlo finito – anzi direi febbrilmente consumato – ci rendiamo conto di conoscere a malapena il nome del suo protagonista, Budai, ma nessun nome delle cose, dei luoghi e delle persone che affollano il mondo (praticamente alieno) nel quale egli viene erroneamente catapultato (a causa di un fatale disguido aereo).
Sarebbe dovuto andare ad Helsinki (è l’unica coordinata geografica che ci è nota al principio della storia), ed invece finisce in questa metropoli allucinante dove affonda come nelle sabbie mobili (la metafora è dello stesso Karinthy).
Due i motivi forti del romanzo. Uno è senz’altro quello linguistico-comunicativo: il protagonista è un linguista che avrebbe dovuto partecipare ad un convegno internazionale e che invece dovrà paradossalmente misurarsi con una lingua della quale non riesce a scalfire nemmeno la superficie (soprattutto della lingua parlata, che pare perennemente cangiante e foneticamente incomprensibile; mentre la scrittura risulta ostica ed impenetrabile, con quei suoi segni un po’ runici un po’ cuneiformi, in realtà del tutto incatalogabili). Ogni volta che Budai tenta di scavalcarlo o di penetrarlo, il muro di suoni e di segni appare insormontabile e tetragono, e lo respinge con violenza.
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