Qui sotto non posterò nessuna fotografia scioccante, ma solo qualche ragionamento

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Ascoltavo stamane su una radio molto attenta all’informazione, il dibattito (direi globale) seguito alla pubblicazione e circolazione virale della fotografia di Aylan, il bambino siriano proveniente da Kobane e annegato su una spiaggia turca. Io non so dire in maniera netta se sia stato giusto o sbagliato pubblicarla, o eticamente lecito cavalcarla per un supposto scopo umanitario (non voglio pensare che la gran parte di chi lo ha fatto abbia messo in conto maggiori copie vendute, maggiore visibilità, o un numero più alto di “mi piace” sulla propria bacheca, anche se qua e là, magari solo sotterraneamente ed in maniera inconscia, questi elementi avranno influito).
Quel che però oggi mi chiedo è la medesima domanda che mi ponevo ormai 6 anni fa, quando cominciava ad essere chiara la potenza invasiva dei social e la diffusione virale delle immagini (che peraltro aveva raggiunto un vertice ancora tutto televisivo con l’11 settembre) – a proposito della dittatura delle immagini:

«Perché c’è proprio bisogno di patire visivamente l’orrore per indignarsi? Non è che in questo modo, con un passaggio quasi solo emozionale dei messaggi prodotti dalle immagini, si tende a far fuori proprio il livello razionale (e dunque eventualmente risolutivo)?».

E concludevo un po’ più metafisicamente:

«Anche se la vera domanda è: perché esiste l’orrore?».

Prescindendo, per ora, da quest’ultima che è la vera questione madre di tutte le altre, e tornando al dibattito di cui sopra, mi ha molto colpito l’intervento di Arianna Ciccone, blogger de La valigia blu (e della quale si può leggere questo interessante intervento sull’Etica della condivisione nell’era dei social), la quale sosteneva pessimisticamente che, per quanto usata per scopi nobili, quella foto terribile non produrrà comunque più empatia, perché o si è già in una condizione empatica con l’altro o non sarà certo quell’orrore a modificare la visione del mondo di chi la guarda.
Questione che mi fa riprendere il filo del ragionamento proprio a proposito del deficit strutturale in termini di razionalità (non solo politica) che affligge l’emotività informativa che proprio sulle immagini costruisce la propria potenza.
Ora, che cosa ci dice, ad esempio, quell’immagine? Se si limitasse a suscitare emozioni (orrore, pietà, rabbia, compassione animale per un cucciolo) servirebbe a poco. Chi la guarda dovrebbe in verità chiedersi da dove viene quel bambino, perché si trova lì, chi sono i suoi genitori, che cosa succede a Kobane, in Siria, e poi allargare il proprio sguardo alla questione kurda, ai decenni di guerre (una più disastrosa dell’altra) del Medio Oriente, fino a risalire all’epoca coloniale, ed anche prima. E poi spostare l’osservatorio sul mondo occidentale e sui suoi assetti, sulla circolazione di merci, sulle frontiere, sulla divisione internazionale del lavoro. Ma per far questo non serve una fotografia, occorrono ragionamenti politici, analisi, coscienza storico-critica di quel che accade nel mondo.
Ecco, il salto credo stia proprio qui: mentre un tempo si pensava di poter modificare, trasformare, persino combattere attraverso l’azione politica quel che non andava nel mondo, oggi è messa in crisi alla radice proprio questa capacità di giudizio e di intervento sul corso del mondo: sono così alte e altre le potenze che agiscono (economiche, emotive, talvolta persino metafisiche) che è ormai convinzione diffusa che non si possa far nulla o quasi. Se non indignarsi un po’ e per qualche (breve) tempo.
Basti poi pensare a categorie periodicamente evocate dal potere e da chi (media compresi) controlla le dinamiche globali, e che hanno a che fare con la “paura”, con lo “scontro di civiltà”, con le “radici cristiane” dell’Europa, o, addirittura, con il “male assoluto”.
Il cortocircuito tra immagini e razionalità e l’evocazione di questi spauracchi – che hanno, ovviamente, robuste basi ed interessi materiali che quasi sempre intendono mistificare – ingenerano nelle società e negli individui una diffusa convinzione che nulla si possa fare in termini politici (se non delegando o, più spesso, lamentandosi dei “politici corrotti” ed incapaci), nell’unico modo cioè elaborato finora dagli umani per poter gestire in maniera razionale i problemi che sempre insorgono nella convivenza – una convivenza che è ormai da intendere in modo globale.
Tutto questo ci dice poi un’altra cosa, che accomuna quell’immagine a tutte le politiche di cortissimo respiro di stati, nazioni e organi sovranazionali: una costitutiva logica emergenziale. Rispondere sempre con lo shock ad un altro shock. E passare da un’emergenza all’altra. Sciocca et impera!

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17 Risposte to “Qui sotto non posterò nessuna fotografia scioccante, ma solo qualche ragionamento”

  1. Davide Di Tullio Says:

    Quello che viene sollevato in questo articolo è un aspetto su cui ho avuto modo di riflettere a lungo e su cui ancora rifletterò. è curioso che nell’era dell’iperinformazione i governi che fino a ieri sollevavano barriere insormontabili ai flussi dei profughi che si accalcavano alle loro frontiere, ora si lasciano emotivamente trasportare da un immagine e decidano d’un colpo di gestire obbligatoriamente i flussi attraverso l’adozione di quote di distribuzione. Ed è anche curioso che gli Stati Uniti denuncino il disastro essendone, a ben vedere, parte della causa. La retorica si è trasformata da semplice esercizio linguistico, allo strumento bulimico della comunicazione di oggi. Oggi come nell’Atene di Protagora, quello che conta non è trovare la strada della ragione, ma suscitare e sfruttare le emozioni degli individui per promuovere interessi di nicchia o celare l’incapacità e la barbarie dell’intelligentia che governa il Mondo. Non è necessario mostrare al mondo l’immagine di un corpicino inerme di un bimbo di tre anni a testa in giù, freddo e rigido, per convincere che le cose non vanno come devono. o perlomeno non dovrebbe essere necessario farlo. Ma in un spazio in cui accanto alla macelleria quotidiana dei profughi morti in mare o soffocati in un camion si affianca con assoluta naturalezza la pubblicità di una bevanda e la notizia di una vittoria calcistica, il rischio è il sostanziale livellamento emozianale di fatti che paiono, evidentemente, appartenere a mondi lontanissimi, sia geograficamente che eticamente. è naturale che in contesto del genere l’asticella della percezione emaptica si alza sempr più su, per affrontare quella sostanzianle assuefazione che certa umanità paia mostrare nei confronti delle tragedie che coinvolgono porzioni più o meno ampie delle sue comunità.

  2. md Says:

    grazie Davide, non avrei saputo scrivere (e condividere) meglio le tue pertinenti riflessioni

  3. Davide Di Tullio Says:

    scusa per gli errori di sintassi ma l’ho scirtto in tutta fretta. saluti

  4. md Says:

    si capiva benissimo che era l’urgenza di fissare in scrittura una riflessione in corso. a presto!

  5. lucapalazzotto Says:

    State entrambi focalizzandovi su un solo aspetto della comunicazione, che e’ l’assenza di approfondimento, di spessore del messaggio. Trascurate invece il fatto che la comunicazione approfondita e consapevole interessa e raggiunge pochi, ed e’ sempre stato cosi’.
    Internet e i suoi social non sono strumenti intellettuali: possono essere utilizzati anche in questo senso, ma non e’ nella loro natura essere esclusivi ne’ rappresentare la complessita’.
    I social amplificano e creano correnti o tempeste. Possono durare poco, ma toccano un numero tanto elevato di persone che i governi non possono piu’ ignorarli, ne’ possono astenersi dal prendere provvedimenti. Sono diventati dunque strumento di pressione dal basso.

    Si puo’ credere che il genere umano sia prevalentemente stupido, e che quindi le dinamiche siano frutto di superficialita’, oppure, semplicemente, si puo’ vedere come uno strumento di persone consapevoli che vogliono o tentano di influenzare l’idea o il ragionamento di chi accade gli passi virtualmente vicino.

  6. md Says:

    Direi, Luca, che l’allargamento a fasce sociali più ampie di strumenti cognitivi e conoscitivi sia altalenante nella storia: negli anni ’60-70 (forse illudendosi) si pensava ci fosse la possibilità di costruire forme più ampie di conoscenza, informazione (si diceva “controinformazione”, “controsapere”, ecc.), al fine di far accedere un numero sempre maggiore di persone (moltitudini) al livello della coscienza e della consapevolezza – forme necessarie per la decisione politica.
    Oggi a nessun politico frega più nulla di tutto ciò, in un’epoca nella quale paradossalmente le possibilità conoscitive e di accesso alle fonti del sapere appaiono immense, come mai prima nella storia (altro che biblioteca di Alessandria!), senonché anche le questioni appaiono immense, visto che riguardano sempre più l’ecumene, e non il villaggio vicino.
    In realtà un’immagine può benissimo avere spessore e profondità, ma richiede anche una serie di strumenti per decifrarla e decostruirla, al di là del suo impatto emotivo.
    Il mio ragionamento voleva richiamare l’attenzione proprio su questo cortocircuito: eccesso emotivo, deficit razionale (in un’epoca massima della razionalità tecnica).
    Ma questo non concerne solo i sudditi, anche i regnanti (ammesso che siano davvero regnanti).

  7. Neda Says:

    Questa è l’epoca delle immagini, ne vengono scaricate milioni ogni giorno, di ogni tipo, con o senza “spessore” artistico, significative o meno. Questa è anche l’epoca della comunicazione, mai avuto in altre epoche una comunicazione così invadente e capillare.
    Peccato sia anche l’epoca della superficialità.

  8. Davide Di Tullio Says:

    La questione è se i mezzi di comunicazione sono fatti ad immagine e somiglianza delle comunità che connettono o sono le comunità ad essere influenzate dai mass media. Probabilmente entrambe le cose. è certamente vero che internet ha sdoganato diversi taboo della comunicazione di massa, consentendo l’accesso ad una quantità inesauribile d’informazione, ma come un pezzo di terra più marcire se inondato da un fiume in piena, cosi non è detto che una comunità possa fiorire se ha a disposizione in un click una quantità di conoscenza potenzialmente inesauribile. Non sono tanto i contenuti quelli che spaventano, ma le modalità di accesso, istantanee, fluide, invasive, incontrollate. Questo banalizza la conoscenza, elevando il rango di un opinione ad oggetto di discussione, risucchiando energie che andrebbero invece canalizzate in questioni fondate, motivate, ragionate. Avvolte si ha l’impressione che questo spazio virtuale sia il luogo di una discussione da bar planetaria e niente più. Con questo non si vuole certamente demonizzare internet. Ma l’assenza di un pensiero critico parte di chi lo utilizza lo rende uno strumento diabolico. L’assenza di un educazione su cosa realmente è questo strumento e su quelle che sono le sue potenzialità, lo rende uno strumento di manipolazione ancora più capzioso e certamente molto meno educativo di altri mass media ritenuti oggi “tradizionali”

  9. lucapalazzotto Says:

    md: io non vedo il deficit razionale. Conoscitivo in parte, ma razionale no.

    La rapidita’ della comunicazione attuale non ha nulla di negativo, e non nega la possibilita’ dell’approfondimento. E la comunicazione orizzontale di oggi e’ molto piu’ interessante di quella verticale ante-internet. E’ inclusiva e procede per fasi di consenso ed interesse. Se c’e’ consenso (ovvero se un video o una foto diventano virali) si foma quella massa critica di interesse per generare discussione, approfondimento (molto piu’ avanzato di qualunque servizio giornalistico dell’era ante-internet), ed eventualmente sintesi, se non a livello globale, almeno a livello di gruppi o individuale.

    La dinamica non e’ lineare, e soprattutto le fasi successive alla comunicaizione virale possono prendere qualunque direzione, ma e’ in questo passaggio che si esercita l’arbitrio individuale, senza perdere l’accesso al resto. Scelta che un tempo non era possibile.

    Storicamente la comunicazione orizzontale aveva un ruolo minimo nella vita di una persona, era funzionale alle cose pratiche ed era limitata in termini di interazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio circolo di amici. A livello individuale, condivido che bisogna saperla gestire, perche’ se ne puo’ essere sopraffatti, ma questo e’ quanto.

  10. md Says:

    Vedo un deficit di razionalità politica in un’epoca iperpolitica.

  11. Davide Di Tullio Says:

    lucapalazzaotto: l’idea che internet sia uno strumento migliore rispetto a strumenti tradizionali è condivisibile. Ma esiste un innegabile trade-off tra la qualità dell’informazione e la sua rapidità. Ben consci di questo limite, l’utente (scusate il termine spersonalizzato, ma tale è) dovrebbe elaborare l’informazione tenendo ben in mente questa limite. Spesso invece l’emotività tracima spingendo gli individui a giudizi non ponderati perchè scioccati da un immagine ben fatta. Sono sempre più convinto che spazi virtuali come i social network siano, nel bene e nel male, lo specchio di una società ormai scollata. Non riesco ad abituarmi all’idea che su una stessa piattaforma si possano visualizzare immagini di dolore straziante e subito dopo video musicali o foto di amici sorridenti. é un livellamento intollerabile delle contraddizioni della nostra esistenza che non ha ragione di essere. Questa modalità è certo specchio di una società cinica (a questo proposito suggerisco di leggere questa notizia: http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/15_settembre_04/salo-sfogo-un-vigile-insultati-rilievi-un-incidente-mortale-ee5f31e0-52d9-11e5-b0d2-78763e7a893e.shtml) , ma allo stesso tempo narcotizza il sentire comune, normalizzando fenomeni a cui siamo ormai assuefatti, come se la barbarie fosse un elemento contingente ed ineluttabile dell’esistenza. La considerazione che possiamo fare, in ultima analisi, è che quanto meno lo spazio virtuale ci consente avere una visione di quella che è oggi la nostra comunità, traendone (da persone intelligenti quali siamo) gli opportuni giudizi di valore

  12. Luca Says:

    Davide, partirei da una domanda: tu ti senti assuefatto?
    Io personalmente no, ed è forse da una differente percezione che scaturisce una conclusione differente.

    A mio avviso, l’approfondimento offerto da internet è il giusto per il livello d’attenzione dell’utente medio, ed è molto di più di niente, che è quello che c’era prima di internet.

    Sull’irrazionalità della politica, considerò che le guerre mondiali siano state irrazionali, eppure non c’era internet.

  13. Davide Di Tullio Says:

    Luca, alla luce di quello che ho scritto è evidente che non sono assuefatto. Ma questo non significhi che una moltitudine di persone non lo sia. La stessa questione fu sollevata a suo tempo da Karl Popper parlando della televisione. Egli riteneva che la violenza gratuita mostrata in tv alzasse l’asticella della tolleranza rispetto alle brutalità del Mondo. Analogo discorso lo si può fare con internet. Ma voglio ribadire che il mio non è un tentativo di demonizzare i mass media (che rappresentano di per se strumenti neutri) piuttosto prendere atto di come internet, come tutti gli strumenti che offrono un palcoscenico e visibilità, possono galvanizzare tendenze irrazionali che sono già in nuce nella coscienza di molti individui, mettendo in ombra ed anzi, questo si, demonizzando un approccio razionale ai fenomeni del mondo, che dato la loro portata e la loro complessità, meriterebbero di essere affrontato in maniera molto più approfondita. Riconosciuto dunque l’utilità del web, dovremmo piuttosto riflettere su come migliorare chi lo utilizza..

  14. md Says:

    Credo che Davide abbia messo il dito sulla piaga: la pornografia della nostra epoca sta proprio in quell’esposizione continua – urbi et orbi – di ogni cosa, senza distinzione e soluzione di continuità, cosce leccornìe cadaveri consigli per gli acquisti campagne di avaaz balene spiaggiate gattini emoticon lamentele meteopatiche tweet di salvini e/o grillo con i relativi commenti più quotati… anything goes nel tritacarne dell’expo-globale;
    l’altro pilastro della pornografia imperante sta nell’obbligo (alla Arancia meccanica) di guardare tutto quel profluvio di immagini/messaggi – pena lo star fuori dalla nuova forma dello “zoon politikon”.
    Non siamo poi molto lontani dalla chiusura del Cerchio di Dave Eggers.

  15. lucapalazzotto Says:

    Non mi pare che la teoria sulla violenza gratuita in TV abbia mai trovato conferma. Prova ne e’ che i paesi in cui la TV e’ piu’ popolare, sono anche i meno violenti. E infatti qui credo che nessuno si ritenga assuefatto ad alcunche’. Basta anche pensare ai militari che hanno combattuto guerre in prima linea: dalle guerre mondiali, al Vietnam, all’Iraq, i reduci di guerra sono normalmente traumarizzati a vita, per non parlare delle popolazioni stesse.

    Dunque la verita’ e’ che alla violenza non ci si abitua. Se non fosse cosi’, quella foto non avrebbe fatto il giro del mondo.

    Rimango ancora piu’ scettico su internet come amplificatore di istinti primari a discapito dell’approccio razionale. Penso al contrario che nel momento in cui si formino delle campagne di aggressione avventate, si levino sistematicamente campagne di verso opposto che controbilanciandola la violenza di gruppo additandola ed esponendola a sua volta a critica.

    Dalle parole di md mi pare chiaro che la definizione di “tritacarne globale” nasca da un problema di percezione personale del mezzo. Personalmente non so come si possa risolvere il problema. I TG di una volta facevano la stessa cosa: davano delle notizie drammaticissime, e concludevano con i goal della domenica e i pettegolezzi rosa. Non mi sembra sia molto diverso, tranne che ora hai maggior controllo dei contenuti. Se non vuoi vedere una foto sulla tua bacheca di FB, vai in alto a destra, clicchi la freccia e chiedi di nasconderne il contenuto. Se proprio ne sei turbato, chiedi di bloccare l’utente. Insomma, i mezzi di controllo non mancano.

  16. md Says:

    Ecco perché ho sempre detestato i tg. Gli è che quelli, almeno, li davano solo ad una certa ora, mentre ora il flusso informativo è permanente. Luca, non si tratta di impostazioni, ma della cosa in sé. Al limite potrei anche spegnerla questa “cosa in sé”, senza ricorrere ai trucchi dei tasti in alto a destra, ma la sostanza non cambierebbe, se è da lì che passa il nostro futuribile essere “animali politici”. La questione che pongo è se la “rete” (che già non è ben chiaro cosa sia, né quanto sia effettivamente democratica) possa essere, nel medesimo tempo, ciò che forma e ciò che informa.

  17. md Says:

    posto qui sotto molto volentieri il commento di Carla Crivelli, che per qualche ragione non è andato a buon fine, e che mi è stato spedito via mail:

    Finalmente leggo qualcosa di interessante sul problema dell’immagine.
    Tempo fa avevo postato sul mio blog alcuni spunti “sull’immagine” che,
    mi pare, ben si accordano con quanto è stato scritto e commentato. Ve
    li riporto qui di seguito:

    L’immagine come anche il suono, pensiamo ad esempio alla musica, hanno
    un’efficacia espressiva, non narrativa.

    L’attuale tecnologia trasforma l’immagine in spettacolo. Nella sua
    ripetizione identica e indefinita.
    L’immagine non può essere vista e consumata come spettacolo da chi può
    collocarla nella sequenza temporale della propria esistenza, con tutto
    il carico emotivo e di senso di cui è impregnata. Soltanto chi è
    direttamente coinvolto può comporre l’immagine in una narrazione.

    Per gli spettatori, al di là della variazione delle tonalità emotive,
    l’immagine deve essere accompagnata dal racconto di ciò che è
    successo, dalle responsabilità, da tutto ciò che emerge nella
    ricostruzione e interpretazione dell’avvenimento.

    Nell’immagine, nella comunicazione iconica, “non vi sono tempi, né
    negazioni semplici, né contrassegni di modi” (Gregory Bateson, Verso
    un’ecologia della mente)

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