La dissoluta di rugiade!

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Emily Dickinson è una poetessa incendiaria. Una cantrice, come poche altre, della bellezza dell’essere, delle cose e della natura, e – insieme – dell’incongruenza umana (e dell’abissalità divina) – condizione umana che però, dall’assurda soglia su cui si trova in bilico, è pur sempre in grado di evocare l’inferno e il paradiso, la vita e la morte, la comunanza assoluta e la disperata solitudine. Un canto totale per voce e sentimenti.
In questa poesia, definire l’ape “dissoluta di rugiade” e se stessa desiderante “qualche giorno di gala” (nell’originale – some gala day – suona meglio), colloca la Dickinson in un vertice emotivo, e pure filosofico, difficilmente raggiunto da altre voci e menti umane.
Da leggere e delibare piano, a voce alta…

***

Portatemi il tramonto in una coppa,
numerate i flaconi del mattino,
contate la rugiada;
ditemi dove il mattino si spinge,
ditemi quando dorme il tessitore
che ordì l’azzurra vastità!

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Primo fuoco: Marx, ovvero lo spettro di uno spettro

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Parlare di Karl Marx è forse una delle cose più complicate in ambito filosofico, proprio perché la sua opera non può essere ridotta a quella di un comune filosofo. Non è come parlare di Aristotele o di Cartesio, che, per quanto appassionanti possano essere, difficilmente surriscaldano gli animi e accendono la discussione, fino a produrre schiere di partigiani o avversari, affetti talvolta da incontenibile fanatismo. Il barbone di Marx fa ancora tremare i polsi a un bel po’ di persone…
Lui stesso ci avverte di questa problematicità, in un celebre passo di un breve scritto su Feuerbach (filosofo di cui parleremo a dicembre, a proposito della religione):

“I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo.”

– rovesciando così quasi un dogma del suo maestro filosofo più importante, ovvero Hegel, che aveva invece della filosofia una visione molto più “contemplativa” (nonostante il concetto di “spirito” non fosse poi così distante dalla futura categoria marxiana di lavoro o attività):

“La filosofia giunge sempre troppo tardi… la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.”

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La mesta Leningrado palestinese

(pensato poco prima, scritto poco dopo, l’ascolto dal vivo della Settima Sinfonia – la Leningrado – di Šostakovič)

Ressov-Lev-Alexandrovich-Leningrad-Symphony-Conductor-Yevgeny-Mravinsky-7port42bwGli accoltellatori palestinesi – figli della pace abortita di Oslo – sono l’ultima disperata espressione della sacrosanta lotta palestinese per l’emancipazione. Accoltellare – recidere con un taglio netto un legame imposto – il colono – occupante di terre non sue, fin nel nome – è assimilabile all’antico diritto di tirannicidio. La violenza non è quella dell’insorgente palestinese, che lotta per la vita con le armi di cui dispone (le pietre, i coltelli, le mani nude, il proprio corpo) – ma dell’occupante israeliano, che nei decenni si è divorato la terra brano a brano, bevuto le sorgenti e le fonti d’acqua, ha imposto le colonie e sminuzzato lo spazio vitale palestinese.
[Non a caso uso il termine terribile – e nazista – Lebensraum: gli ebrei-israeliani – cittadini di serie A – dovrebbero aborrire quella logica che a suo tempo aveva annichilito i propri correligionari tra gli anni ’30 e ’40. Mentre invece il loro stato, di fatto etnico-suprematista, l’ha interamente adottata e abbracciata].
Oltretutto gli accoltellatori di questi giorni – “terroristi” secondo l’occhio dell’occupante israeliano – vengono giustiziati e finiti in strada, con le stesse modalità con cui spesso i nazisti finivano – con un colpo alla nuca – gli internati nei campi. Ma – si dirà – quelli erano inermi, questi sono violenti assassini!
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Filosofeggiare è spinozeggiare

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Ecco i 32 pensieri in 33 tweet, che ho pubblicato su twitter nello scorso mese di settembre, e rimbalzati anche qui sulla Botte. Soliti esperimenti social dal dubbio valore – ma “valore” è parola squalificatissima, come le cronache giudiziario-tangentizie (anche in questi giorni) sempre ci insegnano; accontentiamoci dunque della sobrietà di Spinoza, della sua misura ma anche della potenza calma contenuta in quei continui rimbalzi tra etica ed ontologia – ad indicare che, tutto sommato, la “retta maniera di vivere” è pressoché scritta tutta quanta nella nostra “natura” – se è vero che natura è pieno e lieto godimento di sé e del mondo, reso ancora possibile da quel briciolo di razionalità di cui saremmo latori. Facilissimo a dirsi, difficilissimo a farsi.

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Ogni mendicante è un principe di possibilità

Db651_Mendicante«Il marxismo ha reso all’uomo il massimo onore. La visione di Mosè e di Gesù e di Marx, la visione di una terra giusta, di un amore per il prossimo, di un’universalità, l’abolizione delle barriere fra paesi, classi, razze, l’abolizione degli odi tribali: questa visione era – siamo rimasti d’accordo su questo, vero? – un’immensa impazienza. Ma era anche qualcosa di più. Era una sopravvalutazione dell’uomo. Una sopravvalutazione forse fatale, forse insensata, eppure magnifica, giubilante, dell’uomo. Il più grande complimento che gli sia mai stato fatto. La Chiesa ha ostentato un disprezzo tremendo per l’uomo. L’uomo è una creatura caduta dalla grazia, condannata a trascorrere la sua sentenza a vita lavorando col sudore della fronte. Polvere alla polvere. Per il marxismo invece le sue capacità non conoscono confini, i suoi orizzonti, i balzi del suo spirito sono illimitati, o quasi. L’uomo mira alle stelle. Non è infangato dal peccato originale ma è lui stesso l’origine. […] Sì, abbiamo sbagliato. Sbagliato mostruosamente, come dici tu. Ma il grande errore, quello di sopravvalutare l’uomo, l’errore che ci ha traviato, è in assoluto la mossa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia. Per me, per tanti prima di me, questo errore ha compensato le nostre mancanze. Ha trasformato la barbona ubriaca che sta qui davanti a noi in una cosa senza limiti. Ogni mendicante è un principe di possibilità».

(G. Steiner, Il correttore; immagine: Carlo Ludovico Bompiani, Il mendicante)

Routinari

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Era stato David Hume a focalizzare l’attenzione sul concetto di abitudine – custom in lingua inglese – ritenendola una delle spiegazioni fondamentali del comportamento umano, e riducendo addirittura ad essa gran parte delle categorie scientifiche e metafisiche (con la mediazione della constant conjunction, anch’essa piuttosto abituale). Siamo, appunto, abituati a veder sorgere e tramontare il sole, e dunque siamo certi – certezza che facilmente diventa legge causale, verità, necessità assoluta – che questo continuerà ad accadere. Si tratta, secondo Hume, di abituali e costanti associazioni.
In questi giorni ho sentito parlare di abitudine in due contesti molti diversi – uno strettamente letterario, nel corso della lettura piacevolissima ed intelligentissima del celebre Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie: “ma senza dubbio l’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù”.
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